Roma, 28 lug. (Adnkronos Salute) - Le epatiti virali, “patologie subdole e complesse che, secondo le stime colpiscono quasi 280 milioni di persone nel mondo, comprendono diversi virus, tra cui il virus dell’epatite B, il virus dell’epatite C e il virus dell’epatite D, o delta. Sono infezioni altamente cancerogene e responsabili di un numero ancora molto elevato di decessi: ogni anno si stima che provochino quasi un milione e mezzo di morti, in larga parte prevenibili grazie agli strumenti terapeutici oggi disponibili”. Così Francesco Di Gennaro, professore di Malattie infettive e tropicali e direttore Scuola specializzazione Malattie infettive e tropicali università degli Studi di Bari Aldo Moro, segretario Study group Salute migrante della Società europea malattie infettive e microbiologia (Escmid), intervenendo in occasione della Giornata Mondiale contro le epatiti, del 28 luglio, evidenzia la necessità della “collaborazione tra istituzioni, terzo settore e mondo accademico”.
“Il burden di malattia resta molto elevato e colpisce soprattutto i contesti del mondo a basse risorse. Tuttavia, oggi disponiamo di importanti strumenti di prevenzione e cura - spiega Di Gennaro - Per quanto riguarda il virus dell’epatite B, abbiamo un vaccino estremamente sicuro ed efficace, oltre a terapie altamente performanti. Per il virus dell’epatite C - chiarisce - disponiamo invece di trattamenti che possono essere definiti, senza alcuna esitazione scientifica, eradicanti in quasi il 99% dei casi. Anche per il virus dell’epatite D sono oggi disponibili nuove terapie efficaci e sicure, in grado di proteggere il paziente e ridurre significativamente il rischio di progressione della malattia”.
Tra le popolazioni vulnerabili, “quella dei migranti e dei rifugiati rappresenta un ambito particolarmente importante - sottolinea l’esperto - Il problema, tuttavia, non è tanto una maggiore prevalenza dell’infezione, quanto le numerose barriere di accesso ai servizi sanitari che queste persone incontrano. Comprendere davvero cosa significhi essere un migrante o un rifugiato non è semplice - osserva - Arrivare in un Paese con una lingua diversa, orientarsi in un Sistema sanitario sconosciuto e, spesso, trovare ospedali privi anche di una semplice segnaletica multilingue rende molto più complesso l’accesso ai percorsi di diagnosi e cura”. A queste difficoltà “si aggiungono la vulnerabilità economica e sociale - evidenzia Di Gennaro - Quando l’obiettivo quotidiano è riuscire semplicemente a sopravvivere e a ‘sbarcare il lunario’, prendersi cura della propria salute diventa inevitabilmente una priorità secondaria. Per questo motivo il Sistema sanitario è chiamato a una forte assunzione di responsabilità, cercando di ottimizzare i percorsi di prevenzione, diagnosi e presa in carico rivolti alla popolazione migrante e rifugiata. È un lavoro che diverse Regioni stanno portando avanti insieme al ministero della Salute”.
A Bari, in particolare, “abbiamo avuto la soddisfazione di ricevere 2 riconoscimenti come buona pratica da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità - illustra Di Gennaro - Il primo riguarda la Scuola di Specializzazione che, per prima, ha inserito nel proprio core curriculum il tema ‘Health and Migration’. Questo significa che tutti i giovani medici formati a Bari acquisiscono competenze specifiche sulla salute dei migranti e dei rifugiati. Il secondo riconoscimento - prosegue - riguarda il percorso di screening e presa in carico delle malattie infettive, comprese le epatiti virali, sviluppato per la popolazione migrante e rifugiata. L’Oms lo ha considerato una buona pratica perché può essere applicato e replicato in altri contesti internazionali”.
Uno dei progetti più significativi “si fonda sulla stretta collaborazione tra istituzioni, terzo settore e mondo accademico. In questo caso lavorano insieme la Regione Puglia, l’Ong italiana Medici con l’Africa Cuamm, l’Università e il Policlinico - precisa l’infettivologo - Le istituzioni garantiscono il coordinamento delle attività, mentre Università e Policlinico hanno il compito di sviluppare la ricerca, individuare i bisogni di salute e produrre evidenze scientifiche utili a migliorare gli interventi. L’elemento centrale di tutto il percorso è però il coinvolgimento attivo delle comunità - avverte - Senza la partecipazione diretta delle persone destinatarie degli interventi, fin dalla progettazione delle attività, è molto difficile ottenere risultati concreti”.
In questo contesto “è necessario sviluppare una reale cultura del diritto alla salute e, allo stesso tempo, ridurre il più possibile tutte le barriere: quelle linguistiche, amministrative, economiche e anche quelle legate allo stigma - puntualizza Di Gennaro - È fondamentale che una diagnosi non venga percepita come qualcosa che allontana dal sistema sanitario, ma come un’opportunità per essere presi in carico e curati. L’esperienza maturata finora, insieme alle evidenze scientifiche che continuiamo a produrre - conclude - dimostra che il coinvolgimento diretto delle comunità rappresenta l’elemento cardine per favorire l’inclusione, migliorare l’accesso ai servizi e rafforzare concretamente il diritto alla salute della popolazione migrante e rifugiata”.