Cronaca

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Terremoto Centro Italia, il garage trasformato in obitorio per le salme. Gli sfollati: “Qui fa già freddo”

Nel campo che accoglie i superstiti del paese distrutto. In un locale adiacente 110 corpi coperti da un lenzuolo con sopra attaccato un foglietto di carta e un numero. Ci sono volute quattro ore per trasferirli agli obitori di Rieti, Ascoli Piceno

Di Da. Ve.
26 Agosto 2016

Il numero più alto è 110. Alle quattro di ieri mattina l’ambulanza lo porta via. È l’ultimo dei 110 cadaveri accatastati in un garage di Amatrice. 110 corpi coperti da un lenzuolo con sopra attaccato un foglietto di carta e un numero. Ci sono volute quattro ore per trasferirli agli obitori di Rieti, Ascoli Piceno e ovunque potessero essere sistemati e conservati in maniera adeguata (leggi). Per nascondere quest’immagine di morte e abbandono solo un telone blu, legato con degli spaghi. Qui davanti sfilano decine e decine di persone ogni istante perché da qui si deve passare per raggiungere l’unico dei tre campi di accoglienza allestiti per gli sfollati, il campo Lazio. Una tendopoli accanto al palazzetto dello sport (leggi).

Di fronte al garage trasformato in obitorio ci sono gli uffici della prima accoglienza. Qui le persone che vogliono una branda nelle tende devono dare i propri dati, farsi registrare e si vedono assegnare un numero. Altri numeri servono per avere razioni di cibo. La prima notte degli scampati al terremoto di Amatrice è un misto tra dolore e gioia (leggi). Il dolore di aver perso tutto, spesso anche i parenti, gli amici; la gioia di essere sopravvissuti. E ciascuno digerisce ogni difficoltà. Non una discussione. Non un battibecco. Neanche quando scoprono che i posti allestiti nelle tende sono appena cento. “Mancano le brande”, spiega l’addetto della Protezione civile. “Le strade non sono percorribili e i camion non possono portare il materiale fin qui”. Ci penseranno gli elicotteri. Dieci alla volta. Alle nove di mattina c’era posto per trecento persone. Ogni tenda ne può contenere da nove a dodici, a seconda dei moduli. È tutto nuovo. Alla tenda otto c’è un’intera famiglia. Padre, madre e due figli di otto e dieci anni. “E ora, quanto rimarremo qui dentro?”, chiede lei senza ottenere risposta.

Alla scena assiste Mariateresa R., una professoressa 49enne di Amatrice. È stretta in un maglione invernale. “Fa già freddo, immagini tra qualche settimana o mese”. Ieri notte il termometro ha toccato gli otto gradi. Mariateresa nelle tende non vuole andarci. “Quando c’è stato il terremoto a L’Aquila noi eravamo qui, la nostra casa non ha subito danni ma abbiamo vissuto per tre anni in un container in giardino perché avevamo paura”. Ora dorme nella palestra con i due genitori anziani. “Fin quando possiamo resteremo qui, se ci cacciano riapriremo il container”. Mariateresa è una professoressa. “Ho insegnato 16 anni alla scuola Capranica qui ad Amatrice, dove avevo studiato da bambina ma quest’anno mi avevano trasferito così ho deciso di passare a insegnare alle materne e mi hanno assegnato proprio casa mia, la Capranica”. Quella crollata sotto i colpi del sisma nonostante fosse stata da poco restaurata (guarda il video). “Magari non hanno agito sulla struttura ma solo sulla facciata”, afferma. “Comunque sia andata è un dramma, un paese senza scuola”.

Con l’avanzare della notte il palazzetto si riempie. In un angolo c’è Antonio P. un 97enne sdraiato su un letto d’ospedale e attaccato a dei macchinari sanitari. Si lamenta. “Lo fa sempre”, dice Ida, la sua badante. Che lo copre, gli rimbocca le coperte sotto lo sguardo attento di una barboncina che dorme insieme ad Antonio. “Lo adora”, spiega Ida. “Domani mattina ce ne andiamo, il figlio viene a prenderci da Roma, stasera non è riuscito”. Le strade sono bloccate. E lo rimarranno per l’intera nottata. Protezione civile, Vigili del fuoco, Croce rossa, tentano di arrampicarsi fino ad Amatrice per portare container con le docce, servizi igienici, generatori, cucine da campo. Insomma per rendere all’apparenza normale un paese fantasma. Ma le strade sono strette e molti devono tornare indietro. Alle nove il figlio di Antonio arriva. E lui se ne va, con Ida e il barboncino.

Nella tendopoli il primo risveglio avviene prestissimo. “Non siamo riusciti a dormire – dice Luigi R, 43 anni – pensando alla casa in cui vivevamo fino a ieri a cento metri da qui: ora non abbiamo più niente, niente”. Intorno ricomincia la distribuzione dei numeri. Per la colazione. Per il cibo della giornata. Per tornare a una normalità, per la vita.

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