Caro Marco, incontro spesso persone che parlando del referendum del 4 dicembre mi dicono: non ho ancora deciso. E a me viene istintivo pensare: voteranno Sì, ma preferiscono non confessarlo, forse perché un po’ se ne vergognano. Sarò sfortunato o forse frequento la gente sbagliata, anche se fino a poco tempo fa quegli stessi mi parlavano malissimo di Matteo Renzi e delle sue riforme. Ecco, penso che il pericolo siano i molti, i troppi che una volta giunti al dunque si turano il naso. Succedeva, lo ricordiamo tutti, con la vecchia Dc, ingiuriata e disprezzata nelle piazze ma non nelle urne visto che poi, invariabilmente, vinceva le elezioni.
È successo con Silvio Berlusconi, pubblicamente insultato e deriso per vent’anni e che per vent’anni ha ricevuto valanghe di voti. Con cui ha dominato l’Italia, stando a Palazzo Chigi o alternativamente sparando sul pianista. Dicono che l’italiano medio sia fatto così: piove governo ladro, ma quando si tratta di dare una sterzata spesso si fa prendere dalle vertigini. Infatti tante brave persone si chiedono: Renzi è quello che è ma se cade lui chi prenderà il suo posto? Grillo e la sua banda di incompetenti? Per carità.

Siamo il Paese del male minore: Renzi e i suoi sodali furbescamente ci campano sopra con le solite insopportabili balle retoriche rilanciate dall’informazione. Cose del tipo: non sarà la migliore delle riforme ma se vince il No questa Costituzione resterà immobile per sempre. Oppure: certo, si poteva fare meglio e di più, ma intanto il Sì ridurrà il numero dei parlamentari, taglierà le spese e finalmente abolirà il povero Cnel, fucina di tutti i mali. Altro che tagliare le unghie alla casta, sarà solo un modo per farle la manicure. Nondimeno chi cerca un alibi per turarsi il naso lo avrà. Ma di quanta gente parliamo? Stando all’ultimo sondaggio attendibile, quello di La 7 (26 settembre), il No (35,5%) manterrebbe un vantaggio di circa sei punti sul Sì (29,6%). Bene, se non fosse per il numero consistente degli (ancora) incerti: quasi il 35%. Sono cittadini intenzionati a votare ma che alla domanda del campione rispondono: non ho ancora deciso o qualcosa di simile. Difficile non pensare che la maggior parte di essi sia intenzionata a votare per il Sì ma che preferisce non dirlo. Come per la Dc. Come per Berlusconi. Il mio pessimismo aumenta se penso alla potenza di fuoco che Renzi si appresta a scatenare per portare il maggior numero di incerti dalla sua parte. Nei due mesi che mancano, si sa, occuperà la tv a reti unificate promettendo qualsiasi cosa. Una sorta di Babbo Natale giunto in anticipo con la sua gerla di doni fasulli. Come il Ponte sullo Stretto, la più sputtanata delle trovate, ma tutto fa brodo se serve ad abbindolare qualche allocco di destra.

Temo invece che il No abbia già fatto il pieno. Quello dei Cinque Stelle sarà compatto ed è probabile che anche gli elettori di Matteo Salvini daranno il loro fattivo contributo per mandare a casa il premier. Forse anche nella sinistra del Pd potrebbe emergere un voto “contro”, ma non mi faccio troppe illusioni. Non mi fido invece dell’elettorato di Forza Italia. Berlusconi come sempre pensa agli affari suoi e comunque appare tiepido assai. A parte Renato Brunetta (chi l’avrebbe detto trovarselo come alleato) non si annuncia in quel mondo una particolare mobilitazione. Il 4 dicembre, vedrai, il berlusconismo militante (o ciò che ne resta) perlopiù se ne starà a casa e a votare ci andranno i favorevoli al Sì. In fondo Matteo è un Silvio più giovane, senza il Milan e il bunga-bunga. Quello che il nostro giornale può fare per smuovere perplessi e deboli di spirito lo sta già facendo. E molto ancora si ripromette di fare e farà, come annunci nei tuoi editoriali. Quel gigantesco NO che avvolgeva il Fatto di martedì scorso, con tutte le ragioni per bocciare una controriforma pessima e antidemocratica è il manifesto soprattutto della ragionevolezza.

Temo tuttavia che non sia sufficiente spiegare alle persone quanto quel testo scritto con i piedi abbia un solo scopo: mettere a disposizione dello statista di Rignano un potere che nessun altro premier ha mai avuto dopo la caduta del fascismo. Molti lo hanno già capito, ma temono il vuoto. Quel vuoto creato artificialmente dallo stesso Renzi per spaccare l’Italia e prendersi ciò che ne resta dobbiamo provare noi a riempirlo. Penso a una grande manifestazione popolare, con tutti quelli che ci stanno e non sarebbero pochi. Una Woodstock del No, con dentro tutta la musica e le parole di cui siamo capaci. Un luogo dove smontare le troppe menzogne con cui cercano di avvelenarci. E dove riderne. Un grande spettacolo civile. Una grande dimostrazione d’amore per la più bella Costituzione del mondo. Quella a cui, fin dal primo numero, abbiamo dedicato il nostro giornale.

Poi mi sveglio e rifletto su quanto sia difficile mobilitare, e forse anche mettere d’accordo, un arcipelago di comitati per il No che (leggo sul Corriere della Sera) ha in cassa 180mila euro o poco più. Hai idea, mi dicono quelli pratici, di quanto costa soltanto allestire un palco? E le spese vive degli ospiti della tua Woodstock poi chi le paga, le microdonazioni? Insomma caro Marco, dovremmo tutti quanti essere capaci di sognare la nostra festosa giornata del No, ma stando con i piedi ben piantati nella realtà. Gli annunci che non si realizzano, lasciamoli a quell’altro. È possibile? È impossibile? Tu cosa ne pensi? Un abbraccio.