È un bel romanzo quello di Walter Siti, scritto benissimo, ricco di temi, di personaggi, di ambienti: la Milano dei riccastri infelici, ma anche dell’emigrazione; le violenze e le nevrosi delle coppie etero e di quelle gay; i rapporti tra le generazioni e l’educazione e il destino dei ragazzini. Ma quel che fa più discutere di Bruciare tutto (Rizzoli) è ovviamente il fatto che il protagonista del romanzo sia un pedofilo, e più precisamente un prete pedofilo.

Siti era consapevole che su questo aspetto si sarebbe concentrata l’attenzione dei lettori tanto che, a metà romanzo, annunciando la rivelazione del “vizio” di don Leo, scrive: “Il rischio per me come autore è quello di bruciare un lavoro molteplice al fuoco di un unico tema”.

Per la costruzione del suo don Leo, Siti ha lavorato molto e bene, anzi benissimo. È infatti molto credibile la vita ecclesiale quotidiana descritta nel romanzo. Sono credibili i dialoghi, sospesi tra banalità e disperazione, che si svolgono dentro un confessionale che assomiglia sempre di più al lettino di uno psicoanalista; sono credibili le attività che si svolgono dentro le parrocchie di una società ampiamente secolarizzata e miscredente come quella milanese: i corsi prematrimoniali, le cresime, i battesimi, riti sempre più vuoti di significato; sono forse un tantino meno credibili, più simili a dialoghi interiori che a discorsi pubblici, le lunghe omelie di don Leo, ma leggerle aiuta a comprendere meglio la complessità psicologica del protagonista, le sue laceranti angosce, il suo complicato rapporto con un Dio severo e imprevedibile.

Sono anche assai plausibili le numerose omertà che circondano il vizio di don Leo: almeno un paio di persone si sono accorte che a Leo piacciono i bambini. Se n’è accorto un amico, Duilio, e se n’è accorto il parroco, di cui Leo è il giovane vice. Duilio decide di non montare uno scandalo perché “quell’uomo è anche altro”, perché non se la sente di distruggere la vita di un amico al quale ha imparato a voler bene, immaginandone la terribile lotta intestina; il parroco non denuncia Leo, ma lo tiene sotto controllo, da un canto, per le stesse ragioni di Duilio, dall’altro e soprattutto, perché anche lui ha un “problemino personale” nella sfera affettiva: e cioè una relazione stabile e duratura con la perpetua Adua, con la quale sogna di trascorrere quel che gli resta da vivere dopo l’imminente pensionamento.

Don Fermo, l’anziano parroco, decide di mettere a parte don Leo del suo segreto chiedendogli di diventare suo complice, cioè di non rivelare niente ai superiori; quando si accorge della pedofilia del suo giovane vice è costretto a vigilare con discrezione senza denunciare.

Si ha qui una splendida dimostrazione delle perversioni indotte dalla regola del celibato nella vita della Chiesa e del clero: in una spietata logica ecclesiale, è infatti assai più colpevole un uomo “sanissimo” (come don Fermo) che, casomai dopo una vita di cadute e di disperati tentativi di tener fede a una promessa disumana, si è costruito una storia sentimentale onesta, pulita e piena di affetto e di sostegno reciproco che uno come don Leo che ai bambini sogna di far di tutto, ma che in genere si astiene dal passare dal pensiero all’azione. È il primo a essere davvero fuorilegge per la Chiesa, non il secondo, del quale anzi si potrebbero, sempre in una logica di appartenenza e fedeltà ecclesiali, apprezzare gli sforzi contenitivi, il cilicio e la frusta che egli si infligge per punirsi del suo desiderio.

Il primo prete è più pericoloso per l’istituzione perché è più autonomo del secondo: ha una sua vita affettiva, ha protetto meglio il suo privato, si è conquistato sul campo il diritto ad una relazione amorosa autentica e appagante; il secondo è invece ostaggio perenne dei sensi di colpa, dei sentimenti di inadeguatezza, delle pulsioni autodistruttive e quindi è più facilmente ricattabile e manipolabile, è più debole e bisognoso. Poco conta, in una logica istituzionale, che il primo sia un parroco migliore, che il secondo il suo lavoro non lo faccia così bene, insidiato da mille veleni interiori. I due sono accomunati dalla complicità che deriva da una comune condizione di illegalità, dalla presenza di un “retroscena affettivo” irriferibile e da tenere rigorosamente segreto.

Non c’è vincolo più grande di quello di una reciproca omertà e non c’è peccato più facile da commettere, per un essere umano a cui questo è rigorosamente vietato, che quello di desiderare di amare e di essere amato.

Tra i due preti c’è anche una interessante differenza generazionale. Don Fermo ha quasi settant’anni e quindi è stato presumibilmente ordinato una quarantina di anni fa, in tempi nei quali la crisi di clero era meno evidente, i seminari più pieni e la selezione più rigida, quando era più facile mettere alla porta gli aspiranti sacerdoti nei quali veniva individuato qualche latente disagio psicologico. I preti italiani formatisi in quegli anni sono poi generalmente più aperti e progressisti, meno ossessionati dalla dottrina e invece più preoccupati del disagio sociale, della povertà, della solidarietà. Don Leo ha invece trent’anni: quelli come lui sono i giovani sacerdoti della chiesa ratzingeriana, provengono spesso da qualche ridotta fondamentalista o da qualche famiglia bigotta, sono il volto di una Chiesa triste, ripiegata su sé stessa, rancorosa, che si rifugia, come sembra fare anche il protagonista del libro di Siti, nel tradizionalismo delle liturgie, della devozione ossessiva e delle lunghe talari nere, dei collettini da prete, di pizzi e ricami vari, simboli non solo di prestigio e di attaccamento al passato premoderno, ma anche, spesso, di seduzione sessuale e di voyeurismo.

Tra costoro, che la Chiesa ha sempre più difficoltà a scartare visto l’esiguo numero delle nuove reclute, non mancano quelli psicologicamente irrisolti, sessualmente immaturi, gli imbranati e gli indecisi. Quelli che la propria vita non sanno prenderla in mano e allora si affidano a Santa Madre Chiesa.

È però un gigantesco fraintendimento pensare che il libro di Siti legittimi la pedofilia solo perché don Leo immagina che avrebbe salvato il piccolo Andrea se lo avesse “amato” carnalmente. La vita di quel bimbo è stata funestata soprattutto da una famiglia disastrosa, da una madre alcolizzata, egoista e anaffettiva, da un padre violento e manipolatore e da chissà cos’altro ancora. A tutto questo si è forse aggiunta anche l’incapacità di Leo di voler davvero bene a quel bambino per lui fonte di continue pulsioni represse.

A far immaginare a Leo di essere il principale responsabile di quella morte, è solo il suo incorreggibile narcisismo, il suo io ipertrofico, quello che gli fa credere che non esista nulla al di là della sua coscienza, che tutto il mondo si esaurisca nelle sue fantasie di bambino mai cresciuto, incapace di amare davvero e in definitiva tradito da quell’organizzazione che lo ha accolto ma che non l’ha aiutato nell’impresa più grande: quella di crescere, di guarire e di diventare un uomo.