Il mito planetario e tragico di Lady Diana compie vent’anni e non accenna a spegnersi. Anzi: non cessa, come leggiamo sul “numero da collezione” di Oggi dedicato alla Diana story “di suscitare interesse e commozione”. È come se ancora ascoltassimo Elton John cantare Candle in the wind, le parole riadattate per lei, e vedessimo i volti impietriti dei duemila invitati a Westminster, quello di Hillary Clinton, Tom Cruise, Luciano Pavarotti, Margaret Thatcher, Tony Blair che aveva annunciato agli inglesi, la voce rotta da singhiozzi, che la “principessa del popolo” era morta in un incidente stradale, a Parigi: alle 4 tra il 30 e il 31 agosto 1997, quando i medici avevano constatato il decesso di Lady D.

Sono trascorsi vent’anni e tuttora la scomparsa presenta zone d’ombra, dubbi, mistero. Documenti nascosti. Autopsie contestate. Una Fiat Uno bianca riverniciata in tutta fretta di rosso che avrebbe speronato l’auto della principessa, prima dello schianto, ma il proprietario ha sempre rifiutato di deporre. L’ipotesi di un “complotto” dei servizi segreti di Sua Maestà. Oppure, di un diabolico piano concepito da agenti islamici che non vedevano di buon occhio la relazione della 36enne Diana con l’egiziano Dodi Al-Fayed. Ufficialmente, le tre inchieste si sono chiuse dimostrando che l’autista aveva un tasso alcolemico piuttosto elevato; che la Mercedes con la quale aveva cercato di seminare i paparazzi che l’inseguivano, era vecchia e usurata; che non c’erano segni di sabotaggio e che la vettura dopo uno sbandamento per l’alta velocità (quasi 200 all’ora) era andata a sbattere contro un pilone del tunnel dell’Alma.

Il problema era che la banalità dell’incidente non si accordava con la favola della bella principessa che aveva lottato per la sua dignità e la sua libertà addirittura contro la Corte d’Inghilterra. Poche ore dopo la drammatica morte di Lady Diana, il Regno Unito si risvegliò nello sconforto popolare. Il lutto si espanse come uno tsunami in tutto il mondo. Bill Clinton confessa di sentirsi “molto triste”. In India, Madre Teresa di Calcutta prega per lei, pochi giorni prima di morire. Michael Jackson annulla il concerto in Belgio perché “distrutto”. Il fratello di Diana, Charles Spencer accusa i giornalisti di avere “le mani insanguinate”. Con imbarazzo, la stampa popolare trasforma Diana in un’icona: “È nata Lady. È divenuta la nostra principessa. la sua morte fa di lei una santa”, esagera il Daily Mirror. Ma è l’inizio di un fervore popolare che supera ogni confine. Al Saint-James Palace, dove riposano le sue spoglie, bisogna aspettare 12 ore per firmare il registro delle condoglianze. La regina Elisabetta, che si trovava a Balmoral, e che dopo aver imposto il matrimonio tra Carlo e Diana li aveva obbligati a divorziare, è costretta a rientrare, bersagliata di critiche. La collera contro la freddezza della Corte è palpabile, perché a Buckingham Palace non c’è la bandiera a mezz’asta. Un quarto degli inglesi pretende l’abolizione della monarchia. Solo il 5 settembre Elisabetta II si decide a rendere pubblico il cordoglio per la nuora che pur detestava. I Windsor capitalizzano la lezione.

La morte di Diana li modernizza. E li salva. Un milione di persone assistono al funerale, due miliardi e mezzo lo seguono in mondovisione. Lady D, vivesse oggi, sarebbe la principessa dei social, con tutte le sue contraddizioni: santa e peccatrice, timida e audace, mondana e però impegnata in iniziative di solidarietà che ora i figli vogliono portare avanti, in nome della madre. Dopo vent’anni, hanno elaborato il lutto: ricorderanno Diana in modo sobrio. Dieci anni fa, un mega-concerto a Wembley. Domani, una cerimonia nel giardino bianco che la ricorda, al Kensington Palace (dove abitava, appartamento numero 7), e la posa d’una statua nei giardini dello stesso palazzo. Nell’immaginario popolare (e non populista) è la dea dello spirito libero, l’eroina di un mondo che vorrebbe più favole e meno miserie.