Le gote di Rosaria. Bisogna vederle, come si arrossano intorno agli occhi grandissimi, quando si accende di passione o di felicità. Melito Porto Salvo, provincia di Reggio Calabria. Melito Porto Salvo, il luogo in cui un branco al seguito di un erede degli Iamonte, la più nota famiglia mafiosa del posto, ha strapazzato una ragazzina di tredici anni come non si fa nemmeno con una bambola di pezza. Spavaldi, impuniti, per anni, nel silenzio della famiglia e nell’omertà di chi per legge sarebbe dovuto intervenire. Finché il 2 settembre è arrivata la giustizia, l’“Operazione Ricatto”, l’arresto del gruppo.

Rosaria Anghelone è un fiume in piena. Perché ha lavorato giorni per fare riuscire la fiaccolata di protesta di venerdì scorso. Con poche amiche e amici, con lo sparuto presidio di Libera fondato da lei stessa. Insieme hanno deciso che quella violenza vigliacca non era un fatto privato ma un grande fatto pubblico. Da denunciare a testa alta davanti a tutti. Di mezzo c’era una comune idea di giustizia, e lei che studia da magistrato dopo avere preso tutte le specializzazioni del globo su mafia e corruzione, questa idea di giustizia la voleva affermare sulla pubblica via di un paese percorso dal terrore. “Davanti a quello schifo non sono riuscita a rimanere né zitta né ferma. Ho sentito addosso, da donna, tutto il dolore della ragazza; da calabrese, invece, tutta la rabbia. Sì, rabbia, perché quelle strade le ho percorse per cinque anni di liceo, quei volti per me sono voci e storie conosciute, quel Melito silenzioso è lo stesso che cerchiamo di combattere anche attraverso i campi estivi. Una cosa indecente. Un comportamento omertoso e mafioso sia durante gli anni delle violenze che dopo. Lo strapotere degli Iamonte legittimato dal silenzio di un intero paese. Era impossibile voltarsi dall’altra parte”.

E la manifestazione è riuscita. Sono scesi in strada a centinaia, mimetizzato nella folla c’era anche il padre della vittima. Un grande sussulto di dignità. Eppure la stampa ne ha decretato il fallimento. Un’occhiata da fuori, un rapido conteggio, la fissazione dei grandi numeri, nessuna riflessione su un contesto di paura e sudditanza, dove anche trenta che protestano sarebbero una notizia. E infine il sigillo di piombo del pregiudizio: visto?, sono tutti d’accordo, Calabria irredimibile, poche persone venute da fuori. Fine della trasmissione.

“E invece no”, si ribella Rosaria, che si sente con tante amiche calabresi che le danno coraggio da lontano. Tra le sue massime tifose c’è Serena Maria Suraci, pronta a discutere tra pochi giorni una tesi di laurea a Pisa in diritto canonico su chiesa e ’ndrangheta, perché la nuova gioventù calabrese esiste per davvero. “Melito”, si sfoga Rosaria, “è davvero un territorio difficile. Per ora un obiettivo può considerarsi raggiunto: dalle mezze frasi pronunciate a voce bassa nelle case private siamo passati a parlarne pubblicamente e a creare dibattito sulla vicenda. È un piccolo primo passo, certo. Ma lei pensa che fosse facile mobilitare qui quasi 500 persone, e il numero è quello vero perché so bene quante fiaccole avevamo portato? Qui, dico, in un posto circondato da comuni commissariati per mafia? Il corso Garibaldi, la via principale di Melito, è stata attraversata da donne e uomini, tante famiglie con bambini. Sicuramente pochi giovani coetanei dei nove stupratori, e questo semmai è il dato avvilente. Ma mi creda. Per Melito è davvero una cosa straordinaria. Addirittura lungo il tragitto della fiaccolata c’erano esercizi commerciali con le serrande abbassate a metà, la luce spenta e i proprietari fuori! O vecchiette che dalle case scendevano in strada per dare il loro sostegno anche solo con un saluto. Quasi 30 sindaci della provincia, i sindacati della zona, i dirigenti scolastici e le tante associazioni che avevano aderito. Non vedere la positività di questa partecipazione vuol dire non conoscere nulla di questo contesto, maledettamente intriso di potere e deferenza. La fiaccolata non doveva essere silenziosa? Forse. Ma al paese abbiamo parlato lo stesso. Ora andremo avanti, la chiesa ha preso posizione con nettezza, ci siamo dati appuntamento il 7 ottobre per incontrarci di nuovo in tanti, discutiamo spesso di notte. Le assicuro, la nostra vita dopo questa vicenda ha avuto uno stravolgimento. Chi sottovaluta quel che stiamo facendo non ci aiuta. Aiuta quelli che non vedono l’ora di rimettere il bavaglio al paese.”

Ma questo, cara Rosaria, l’Italia civile non lo permetterà. A partire da questo giornale.