“In questi anni ho imparato una cosa: che i nostri lettori sono più intelligenti di noi”. L’eccellente ammissione di un direttore del Washington Post (riferita in un convegno sulla crisi della carta dal direttore della Stampa, Maurizio Molinari) si addice abbastanza bene anche al rapporto tra eletti ed elettori, così come si va configurando alla luce delle ultime elezioni. Con la differenza che nel pianeta della politica i primi (gli eletti) proseguono per ragioni misteriose ad agire e a pensare come se i secondi (gli elettori) avessero eternamente l’anello al naso: una sorta di popolo bue da conquistare e manipolare mostrando loro collanine (false) e specchietti.

Nessuno, per esempio, può negare la gravità del combinato disposto sistemazione degli immigrati e integrazione dei rom, così come va dato atto alla sindaca di Roma Virginia Raggi di avere avviato da tempo la pratica con il primo censimento dei campi nomadi nella Capitale. Detto ciò se io elettore (e lettore) apprendo dai titoloni di giornali e tv che proprio il giorno dopo, guarda caso, della scoppola elettorale nelle amministrative la posizione del movimento sui migranti è: “Basta profughi a Roma”, come posso non fare due più due sentendomi anche un attimino preso in giro? Anche perché in tutta sincerità dopo ciò che si è visto in tv non è che la gestione del dopo voto da parte dei 5Stelle abbia addolcito la pillola di un voto, che non era stato poi così catastrofico. Chissà quanti sono rimasti di stucco quando l’altra sera un ardimentoso pentastellato ha esibito con orgoglio i dati di Guidonia e Ardea, come prova di quanto la Raggi sappia irradiare fiducia e consenso, sol per il fatto che i due ridenti comuni sono posizionati a un tiro di schioppo dall’Urbe. Dai tempi del vecchio Psdi non si assisteva a virtuosismi del genere, con la differenza che gli elettori della Prima repubblica potevano abbeverarsi quasi unicamente al verbo marmoreo delle tribune politiche mentre oggi il semplice possesso di un tablet consente a chiunque di analizzare tutte le dimensioni di un fiasco in tempo reale con Pagnoncelli.

A questo proposito un’altra domanda sorge spontanea: a cosa diavolo serve il controllo sempre più militarizzato dell’informazione Rai da parte di Matteo Renzi e dei suoi cari quando poi il renzismo di lotta e di governo straperde i referendum e oggi si riduce a festeggiare riconoscente un meno sei per cento? Chi ancora sgomita per raccattare i cinque secondi di notorietà nel mitico panino del Tg1 non sa che è solo tempo sprecato? A meno che non decida di iscriversi al gioco al massacro della politica-intrattenimento dove non a caso primeggia il comizio cult dello strepitoso candidato Angelo Cofone detto Crosfaro (al cui confronto Cetto La Qualunque sembra un accademico della Crusca) che in quel di Atri ha comunque raccolto un discreto 7 per cento tra i cultori dello sghignazzo. Gli elettori sono più intelligenti degli eletti e non si fanno prendere per il naso neppure da una vecchia gloria dell’avanspettacolo pop, il Silvio Berlusconi animalista che allatta un tenero agnellino.

Visto che poi dati alla mano il più vistoso contributo al recupero della destra è arrivato da coloro che i capretti preferiscono cucinarli alla brace sotto il Carroccio. Insomma, per recuperare un minimo di credibilità alla politica basterebbe che gli eletti parlassero con il linguaggio della verità. E non sono solo parole al vento come insegnano il leader laburista inglese Jeremy Corbyn (e prima di lui il socialista Bernie Sanders in America) che hanno saputo rivolgersi ai giovani con il linguaggio autentico della vita reale, quella che ci presenta agli altri per ciò che siamo con i nostri limiti e i nostri errori che poi è l’unica vera comunicazione accettabile e accettata.

Una politica che non sappia dire: abbiamo perso, ecco dove abbiamo sbagliato ma che preferisce rifugiarsi nelle furbate degli annunci del giorno dopo o nei contorsionismi delle percentuali tarocche sembra fatalmente destinata a gremire vieppiù il già popoloso pianeta degli astenuti, di quelli che non intendono farsi più fregare.