Una ragazza bruna, vestita di blu, scorre lo smartphone e riferisce: “Pare che si dimette anche dalla segreteria”. Lui, il soggetto, è ovviamente Matteo Renzi. Nel frattempo si mangiano rustici, si stappano vino, Coca Cola e prosecco. Via dei Cerchi al 71, al Circo Massimo, Roma. Qui c’è il comitato del No di Massimo D’Alema, che ha i volti ufficiali dell’avvocato Guido Calvi e del giovane Stefano Schwarz.

Alle 23 e 24 si tenta ancora di realizzare il sentimento di felicità scoppiato con i primi exit poll. Il sentimento rimane soffuso come le luci del loft che ospita il comitato. Guido Calvi va su e giù e sbotta: “Qui stanno dichiarando tutti, dobbiamo parlare anche noi”. Il pensiero di tutti va subito al leader naturale di questo pezzo di sinistra. Ma D’Alema fa sapere che arriverà solo dopo aver sentito la conferenza stampa del premier. Resta un totus politicus. Per la sede si aggirano Pietro Folena e qualche altro ex parlamentare ulivista. Cominciano ad arrivare i giornalisti, segno che la vittoria ormai è certa. Calvi ancora, al telefono: “Il No sta aumentando ah ah ah ah ah”.

Dalla scala, ormai è mezzanotte passata, sbuca il napoletano Paolucci, l’uomo macchina del delemismo in Campania. Ride. Grida: “Volevano cacciarci dal Pd”. Un altro urlo: “Ha perso a Salerno, ha perso a casa sua, questi sono quelli che volevano cacciarci”. Stavolta il soggetto è Vincenzo De Luca, il governatore campano nonché dispensatore di fritture di pesce. Il sentimento di tutti, quasi cento persone, si tramuta in euforia. Tanti i giovani. Uno di loro legge un sms: “Un manipolo di dalemiani ha salvato la sinistra dal disastro”. Ecco il punto politico, almeno a caldo. Il canuto baffo dalemiano consente alla sinistra del Pd di sedersi al tavolo dei vincitori.

Non a caso, in via dei Cerchi, giungono in ordine sparso tutti colonnelli bersaniani: Zoggia, Gotor, Di Traglia, Stumpo. Baci e abbracci con tutti. Frasi captate: “Abbiamo salvato la Carta due volte, prima da Berlusconi adesso da Renzi”. Poi l’imprevisto. Per una micidiale congiunzione astrale i presenti rischiano di perdersi il momento migliore: la conferenza di Renzi. Il grande televisore infatti non va. È collegato a Internet ed è impallato da trenta minuti su Rainews, con l’immagine bloccata di Di Bella. Panico. “C’è Renzi, fate presto”. Il premier appare sullo schermo che già parla. Le facce di chi ascolta esprimono godimento puro. Estasi. Orgasmo. Attimi irripetibili.

E quando Renzi dice di “aver lottato per un’idea” la piccola massa si sfoga con un risatone sguaiato, condito da una sequenza di buhhhh. Niente però in confronto al boato che sottolinea la frase delle dimissioni: “L’esperienza del mio governo finisce qui”. La gente si abbraccia, qualcuno piange. Un anziano, più sdegnato, commenta: “Nun se pò sentì”. Questo è l’altro Pd. Il Pd che ride e festeggia. Mai vista una cosa del genere. Renzi, diciamo, va oltre il concetto stesso di “divisivo”. All’una di notte non si aspetta che Lui, con la maiuscola.

Giornalisti, militanti, quadri di partito sono tutti in attesa di D’Alema. Ha mantenuto la parola. Ha prima ascoltato Renzi e poi si è messo in macchina. Viene accolto da un applauso. “È una giornata bellissima, diciamo”. Ai cultori delle vicende interne del Pd regala subito una notizia: “Prima di fare delle considerazioni politiche voglio aspettare Roberto Speranza”. Ossia il giovane capo della minoranza dem. I bersaniani sono tutti qui, tranne Bersani rimasto a Piacenza. Speranza arriva e D’Alema lo accoglie sotto il suo braccio protettivo. È una foto significativa.

Almeno a parole, la resa dei conti è morbida, nel senso che la vendetta è un piatto che va servito in maniera lenta: “Prendiamo atto delle dimissioni di Renzi, che non abbiamo mai chiesto, e, ora, ci proponiamo di aiutare il percorso che indicherà Mattarella”. Indi, la questione della legge elettorale e il congresso del Pd. Troppa grazia, per questa notte. D’Alema però fa una promessa: “Abbiamo salvato la sinistra ma tocca a una nuova generazione non a me. Io sono una riserva che dà consigli”.