Tomaso Montanari ci ha scritto una bella lettera, che trovate qui. Rappresenta le ansie e gli allarmi di tanti elettori di sinistra-sinistra che, per convinzione o per disperazione, hanno votato o comunque simpatizzato per i 5Stelle e ora se li ritrovano al tavolo con un partito di destra-destra come la Lega. A lui, e a molti come lui, basta e avanza la presenza di Salvini per dire che questo governo non s’ha da fare. Noi del Fatto, sull’ipotesi di governo Salvimaio, siamo partiti da un’impostazione diversa, meno ideologica e più pragmatica (il confuciano “Non importa se il gatto è bianco o nero, purché prenda il topo”), anche se potremmo presto giungere per altre vie alle stesse conclusioni di Montanari. Dipenderà da tre cose: il premier, i ministri e il programma o “contratto” dell’eventuale governo. Quello che pensiamo del Cazzaro Verde e del suo degno compare B., i lettori lo sanno bene. Prima e dopo le elezioni, abbiamo scritto e ripetuto che, per quanto stretta e tortuosa, la strada più auspicabile per l’Italia era quella di un’intesa per punti fra un M5S finalmente aperto al dialogo con gli “altri” e un Pd rinnovato nei programmi e nella classe dirigente. I doppi giochi di Renzi e dei suoi presunti avversari interni, il patto di ferro dei gattopardi “tantopeggisti” renziani e berlusconiani e i due “forni” aperti contemporaneamente da Di Maio (anche perché il forno del Pd è rimasto chiuso per troppo tempo) hanno fatto di quella strada un vicolo cieco.

Dunque, una settimana fa, tutto era pronto per nuove elezioni con la stessa legge elettorale (e lo stesso esito, se non quello di gran lunga peggiore di un centrodestra vincente e autosufficiente), precedute da un fantomatico governo “neutro” che neutro non era: serviva solo agli sconfitti Renzi e B. per evitare una nuova disfatta nelle urne e comprare altro tempo prezioso. A quel punto è accaduto quello che nessuno avrebbe potuto neppure immaginare: B. concedeva, bontà sua, a Salvini il permesso di governare con gli odiati 5Stelle senza rompere la coalizione di centrodestra, e gli garantiva financo un’astensione “critica” o “benevola”. Siccome non si era mai vista una sceneggiata del genere, abbiamo subito messo in guardia il M5S sull’ambiguità di una trattativa con Arlecchino servitor di due padroni: cioè con Salvini, lui sì gestore di due “forni”, e per giunta contemporaneamente. Il capo leghista avrebbe trattato col M5S senza chiarire se lo faceva per conto della sola Lega o dell’intero centrodestra. Nel primo caso, già sarebbe stato difficile far combaciare il programma leghista con quello grillino.

Nel secondo, sarebbe stato impossibile trovare la quadra per accontentare il Carroccio e non scontentare il Caimano. Senza contare i rapporti di forze, decisivi per il premier, i ministeri e il programma: nella trattativa con un movimento al 32%, un conto è il capo di un partito del 17%, un altro è il capo di una coalizione del 37%. I 5Stelle hanno trascurato quell’ambiguità, sedendosi al tavolo senza chiarimenti. E si son fidati del Cazzaro Verde, che nella partita delle presidenze delle Camere aveva dato prova di affidabilità, al contrario dei doppiogiochisti pidini. Risultato: le cose sono filate lisce finché il negoziato per il “contratto” si è svolto fra pentastellati e leghisti. Poi, l’altroieri, Salvini è salito ad Arcore a riferire a B. E, da Villa Bungabunga, è uscito trasformato. Da ottimista a pessimista, da accomodante a precisetti. Anche e soprattutto su questioni che non parevano un problema (Conte premier “terzo”) o addirittura erano già state concordate nei minimi dettagli: per esempio quelle sulla giustizia, dalla lotta alla corruzione alla legge blocca-prescrizione al carcere per gli evasori fiscali (evocato in campagna elettorale proprio da lui, non da Di Maio). Come se cercasse pretesti per rompere un contratto giunto ormai a buon punto, come dichiaravano gli stessi leghisti fino a domenica sera.

A quanto ci risulta, 8 dei 10 punti del Decalogo per archiviare il Delinquente che il Fatto aveva pubblicato venerdì erano già entrati nel contratto di governo con reciproca soddisfazione dei due contraenti, insieme a una legge nazionale per l’acqua pubblica, a una drastica sforbiciata alle grandi opere inutili e costose (il Tav Torino-Lione, ma non solo), a un avvio del reddito di cittadinanza, ai primi correttivi alla legge Fornero e naturalmente ad alcuni altri punti-cardine del programma leghista: la (inutile) riforma della legittima difesa, la revisione (tutt’altro che automatica) di alcuni trattati europei, un principio di flat tax e la lotta all’immigrazione clandestina e ai business collegati. Se questo contratto avesse visto la luce, la base dei 5Stelle e quella della Lega l’avrebbero approvato. E il nuovo governo sarebbe stato apprezzato anche da molti cittadini che quei due partiti non li hanno votati. Tantopiù dopo le ennesime invasioni di campo della cosiddetta “Europa”. Al netto di alcune leggi inutili o sbagliate, ma inevitabili in ogni compromesso politico, il Salvimaio avrebbe potuto fare molte cose che gli italiani perbene attendono da decenni. Anche cose che siamo abituati a considerare “di sinistra” a causa della destra indecente che ci tocca da tempo immemorabile, ma che a ben vedere sono solo cose giuste e di buonsenso. Abituati come siamo al paradosso della cosiddetta “sinistra” che fa politiche “di destra”, avremmo vissuto il nuovo paradosso di un governo con un partito di destra che fa anche politiche “di sinistra”. Ma, dopo l’ennesimo ritorno a cuccia di Dudù Salvini, tutto è di nuovo in alto mare e potrebbe dar ragione a Montanari. Nel senso che Di Maio& C. dovrebbero iniziare seriamente a domandarsi se abbia ancora senso giocare a poker con un baro.