Due signori di nome Mario Landriscina e Gianfranco Miccichè ci hanno fornito un assaggio di quale schifo potrebbe essere l’Italia governata dal centrodestra, resuscitato nel sarcofago di Silvio Berlusconi. Landriscina è il sindaco di Como eletto con Forza Italia, Lega e FdI, la stessa coalizione che si prepara a marciare su Roma. Costui, con un’ordinanza da appendere sulla colonna infame delle infamie peggiori, vieta ai volontari della città di portare latte caldo ai clochard che hanno il loro ricovero di Natale sotto il portico di una chiesa. Spalleggiato da quella stessa maggioranza nella quale dopo aver “messo fuori legge anche Gesù” (parole della Caritas), già si sogna per Matteo Salvini una poltrona di ministro della Sicurezza, onde dare una sistemata definitiva a immigrati, rom, mendicanti e altra simile feccia dell’umanità.

Micciché, invece, è il nuovo presidente dell’Assemblea siciliana che nel discorso d’insediamento ha chiesto la “revisione” dell’Antimafia. Espressione che ha più compiutamente chiarito nel definire la detenzione di Marcello Dell’Utri “inaudita cattiveria” (del resto non era lui che preferiva intitolare ad Archimede l’aeroporto “Falcone e Borsellino” di Palermo?). Ecco, di fronte al ritorno del Berlusconi ter o quater, chi preferisce cullarsi in maniera colpevole (o beota) immaginando un simpatico vecchietto tutto sommato innocuo e prodigo di regalie (l’abolizione del bollo auto) fa finta di non vedere che dietro il cartonato come sempre fasullo, si muove una falange famelica, vendicativa e negazionista (dei mafiosi e dei corrotti).

Rafforzata dall’orda feroce del “cacciamoli tutti”, ben concimata nelle pontide leghiste e negli studi televisivi dell’odio. Che l’altra volta non c’era. Questo bel disastro è stato combinato da chi non ha voluto pervicacemente capire che sei anni fa la cacciata dell’ex Cavaliere da Palazzo Chigi non poteva e non doveva essere un regolamento di conti tra bande partitiche. Ma l’inizio di una rinascita per la democrazia repubblicana calpestata dall’uso padronale di governo e Parlamento. Quell’occasione storica è stata prima consumata dalla spietata austerità fatta pagare dai consolati Monti e Letta soprattutto alle fasce più deboli. Per essere poi ridotta a brandelli dall’arroganza del giovanotto di Rignano e quindi sacrificata sull’altare di uno sciagurato referendum costituzionale (senza contare i maneggi bancari di una degna corte dei miracoli). Nel vuoto di delusione e rassegnazione è così cresciuta rigogliosa la mala pianta del risentimento. E infatti si sente dire in giro: essere governati peggio è difficile. Così, dopo la semina di sinistra, il raccolto tocca alla destra peggiore. Caro Renzi, costringerci a vivere nell’Italia dei Landriscina e dei Miccichè sarà la tua colpa più grave e imperdonabile.