Bambini sottratti illecitamente alle loro famiglie per essere affidati a coppie italiane, enti autorizzati alle adozioni internazionali che si contendono minori con la forza e la calunnia, persino torture inflitte ai mediatori. È lo sconcertante affresco che emerge da un’inchiesta dell’Espresso sulle adozioni degli enti italiani in Congo, lo stesso Paese che ha bloccato 151 bambini adottati da famiglie italiane per quasi tre anni.

Al centro della vicenda, su fronti opposti, ci sono il principale ente autorizzato alle adozioni internazionali italiani, Ai.Bi. (Associazione amici dei bambini) e l’ex presidente del Comitato adozioni internazionali (Cai), l’organismo alle dipendenze della Presidenza del Consiglio, il magistrato Silvia Della Monica.

È il 6 marzo 2014 quando quattro bambini congolesi di nascita, ma già legalmente adottati da famiglie italiane, spariscono da un centro per l’infanzia di Goma. Vengono prelevati da un gruppo di uomini armati e in uniforme, secondo una delle contraddittorie versioni fornite dai responsabili locali. A gestire le adozioni è Ai.Bi.

Si scoprirà però che i bambini non sono stati realmente rapiti, ma restituiti alle famiglie di provenienza che avevano accettato la separazione solo perché convinti che i loro figli fossero destinati a un percorso di studio all’interno del Paese africano.

Secondo la ricostruzione del settimanale, l’associazione avrebbe comunicato la sparizione dei bambini alle famiglie adottive italiane solo a fine aprile, quasi due mesi dopo, e ancor più tardi al Cai, che sovrintende all’operato dell’ente.

Non solo: avrebbe omesso di specificare che i bambini sono tornati dalle loro famiglie legittime perché mancavano i requisiti previsti per la dichiarazione di adottabilità.

Nei mesi successivi i rapporti tra la presidente del Cai Della Monica e Ai.Bi. si compromettono. Il terreno di scontro è la sorte dei 150 bambini congolesi adottati da coppie italiane ma bloccati nel Paese africano: un caso politico di cui si discuterà a lungo. Di questi ben 50 sono frutto di adozioni gestite da Ai.Bi. Il Cai convince le famiglie a revocare il mandato e affidare le procedure di adozione ad altri due enti, entrambi gestiti da religiosi. Secondo le denunce dei consulenti dell’ente governativo, Ai.Bi. fa di tutto per ostacolare il passaggio dei bambini alle nuove associazioni designate dal Cai, tenendoli sostanzialmente in ostaggio dei propri rappresentanti in Congo.

Ai.Bi. si difende sostenendo che tutto quanto riportato nell’inchiesta provenga non da documenti riservati, ma da denunce che lo stesso ente ha presentato al Comitato sotto la giurisdizione di Palazzo Chigi e alla Procura. Ma è proprio dando per buona la versione della Cai che emerge lo scenario più sconcertante. Il governo infatti non ha mai revocato la licenza di Ai.Bi. Al contrario, l’associazione milanese gestisce ancora oggi oltre 250 adozioni, nonostante venga ora accusata di fatti che potrebbero configurare il reato di tratta internazionale di minori.

Fonti vicine al Cai sostengono che la scelta di aspettare fosse finalizzata a non compromettere il ritorno in Italia dei 150 bambini congolesi: si sarebbe cioè dato la priorità ai diritti delle famiglie italiane, ignorando l’incolumità dei minori africani.

Lo scorso 10 maggio Matteo Renzi ha annunciato che a guidare la commissione sarà Maria Elena Boschi, mentre Della Monica è stata relegata al ruolo di vicepresidente. Alla guida del Cai c’è oggi un ministro delle Riforme, lo stesso che nell’estate del 2014 era stata incaricata di riportare i primi bambini adottati dal Congo in Italia (e non Mogherini o Poletti, che aveva le deleghe alla famiglia).

Neanche con la nuova guida e i 151 bambini al sicuro in Italia è arrivata però una presa di posizione: le accuse sono infondate o Ai.Bi. deve essere fermata?