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giovedì 02/02/2017

Renzi e i regali quando era premier: ha restituito solo una statuetta. Nessuna traccia del Rolex dei sauditi

I membri del governo sono obbligati a consegnare i doni sopra i 300 euro. Non c’è traccia del Rolex, dei quadri e dei tappeti

Venti giorni dopo il fallimento del referendum. Undici giorni dopo la caduta del governo. Soltanto il ventitré dicembre, l’ex presidente Matteo Renzi ha consegnato agli uffici di Palazzo Chigi – “senza indicazione di destinazione” – una scultura donata dal sovrano dell’Arabia Saudita durante la visita istituzionale del novembre del 2015. Quella dei Rolex contesi e poi scomparsi. Con una richiesta di accesso civico agli atti – il nuovo “Foia”, cioè il freedom of information act approvato proprio dal governo renziano – il Fatto ha ottenuto il registro dei regali di rappresentanza dal Dipartimento per i servizi strumentali: un documento striminzito per rendicontare due anni di governo (i ministeri di Esteri e Difesa, i più internazionali, hanno una propria gestione), un paio di paginette e un unico riferimento al fiorentino.

Ecco la domanda: o Palazzo Chigi ha prodotto una risposta parziale o Renzi non ha restituito nient’altro. Qualcuno ha sbagliato. Perché il segretario dem ha ricevuto svariati omaggi negli incontri di Stato e non di certo inferiori al valore di 300 euro fissato per i componenti del governo e le rispettive famiglie con un decreto di Romano Prodi; il limite per i dipendenti pubblici è di 150 euro.

Non è breve l’elenco dei regali di Renzi. Una bicicletta Shimano trasportata in Italia dai giapponesi su ordine del premier Shinzo Abe e provata dal fiorentino su strada in Versilia. Un Rolex dei sauditi, accompagnato da una cassetta di legno trascinata dagli inservienti del palazzo di re Salman, la cassetta che adesso scopriamo conteneva una scultura. E ancora orologi, dipinti, tappeti raccattati soprattutto nei viaggi nelle capitali del petrolio.

Lo stesso Renzi non ha chiarito ancora il destino di decine di Rolex, sempre dei sauditi, al centro di un parapiglia a Ryad provocato dai suoi uomini della scorta.

Il documento inviato dal Dipartimento di Palazzo Chigi riporta cinque omaggi recenti e una riproduzione del “breviario Grimani”, un capolavoro della miniatura fiamminga, stimato 15.000 euro, affidato alla biblioteca chigiana il 29 dicembre 2010 dall’allora sottosegretario Gianni Letta. Come mai nel periodo 2015/2016 compare un regalo vecchio di cinque anni? Chissà.

Il registro cita per due volte l’ex ministro Maria Carmela Lanzetta (Affari regionali), che ha restituito un fiore in cristallo Lalique dell’Associazione nazionale costruttori edili (200 euro) e ha rimandato a Confindustria una pashmina in cachemire. Alla vigilia del trasloco al ministero dei Trasporti, il sottosegretario Graziano Delrio ha lasciato alla Presidenza del Consiglio un Bambino Gesù in resina decorato con frammenti di corallo e merletto dorato con particolari in corallo. Robaccia, 90 euro secondo il Dipartimento. Qualche mese fa, in novembre, il ministro Enrico Costa (Famiglia) ha depositato a Palazzo Chigi un’icona sacra riprodotta su legno, 350 euro di valore, ricevuta dalla comunità di Amelia “don Pierino Gelmini”.

Il consigliere Renato Catalano, il capo del Dipartimento per i servizi strumentali, nella lettera spedita al Fatto, fa una precisazione: “Per completezza di informazione si fa presente che il decreto del 20 dicembre 2007 (…) prevede l’iscrizione nel registro dei soli doni di rappresentanza definiti all’articolo 1”. Cosa recita l’articolo 1: “Le presenti disposizioni riguardano tutti gli oggetti che il presidente del Consiglio dei ministri, i ministri, gli altri membri del governo e i loro congiunti ricevono, in ragione dell’ufficio che ricoprono pro-tempore, in occasione di visite ufficiali o di incontri, da parte di autorità o di delegazioni italiane o straniere e che, secondo gli usi di cerimoniale, abbiano carattere protocollare d’uso e di cortesia”. Perfetto. Matteo Renzi dichiara (in ritardo) una scultura e basta. E gli altri?

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Cerreto, storia di una nomina

Il delicato Dipartimento degli Affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi, quello che deve raccordare il lavoro di ministeri e Consiglio dei ministri, passa da Antonella Manzione a Roberto Cerreto, cioè dall’ex capo dei vigili di Firenze quando c’era Matteo Renzi all’ex capo di gabinetto di Maria Elena Boschi. Facile arrivare alla sintesi dell’agenzia Il Velino, “Boschi piazza un fedelissimo al Dagl”. Le cose però sono più complicate di come sembrano. In effetti la Boschi aveva provato a piazzare un fedelissimo al Dagl. Appena insediata nel suo nuovo ruolo di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ha proposto il nome di Cristiano Ceresani. Il neo-premier Paolo Gentiloni si è però opposto: già aveva dovuto subire la nomina della Boschi a capo della macchina amministrativa del governo. Gentiloni ha potuto dunque nominare un suo uomo nella posizione di vicesegretario generale, il giornalista Nino Rizzo Nervo, e così si è cautelato contro l’eccesso di influenza della Boschi (ma anche di Luca Lotti, altra presenza ingombrante a Palazzo Chigi). Restava dunque la casella del Dagl e Gentiloni ha pensato di rivolgersi al capo dello Stato Sergio Mattarella per dirimere la questione. Proprio dal Quirinale è arrivata la proposta del quarantenne Roberto Cerreto.

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