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mercoledì 16/05/2018

Reddito di cittadinanza: aiutare i poveri conviene anche ai ricchi

C’è troppa disuguaglianza: redistribuire ricchezza evita lo sbocco violento delle tensioni sociali
Reddito di cittadinanza: aiutare i poveri conviene anche ai ricchi

Pubblichiamo uno stralcio della prefazione a Reddito di cittadinanza (Paper First) di Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto Quotidiano, in edicola e libreria da venerdì 18 maggio

Il libro di Stefano Feltri – Reddito di cittadinanza, in edicola e libreria da venerdì per le edizioni Paper First – è un vademecum che capita nel momento giusto per fornire gli elementi indispensabili al lettore che vuole districarsi in una materia complicata come il reddito di cittadinanza, finalmente attuale e ineludibile. Il tema è connesso a due questioni cruciali: si divarica sempre più la distanza tra ricchi e poveri, per cui cresce il numero di persone ridotte alla fame; il progresso tecnologico rende sempre più superflue alcune mansioni umane, per cui un numero crescente di persone si ritrova senza lavoro.

Occorre dunque ridistribuire con maggiore equità la ricchezza (e, con essa, il sapere, il potere, le opportunità e le tutele) seguendo criteri sempre più sganciati dal lavoro, dal momento che il lavoro viene a mancare. Uno dei modi per essere incondizionatamente sicuri che tutti abbiano il necessario per vivere, è dare a ogni cittadino un Reddito di cittadinanza. Se appare ingiusto e sprecone questo sussidio assicurato a ognuno per il semplice fatto di essere cittadino, allora si può ripiegare sul Reddito di inclusione (o reddito minimo, o reddito condizionato) riservato a chi si trova in determinate e dimostrate condizioni (disoccupato, povero, senza casa, disposto a lavorare, disposto a frequentare corsi di formazione, etc.).

Man mano che passano gli anni, dalla caduta del Muro di Berlino (1989), diventa sempre più chiaro che il comunismo ha perso ma il capitalismo non ha vinto perché il comunismo sapeva distribuire la ricchezza ma non sapeva produrla, il capitalismo sa produrre la ricchezza ma non sa distribuirla. Il trionfo del neoliberalismo va di pari passo con l’aumento della distanza tra ricchi e poveri. Secondo le classifiche di Forbes, nel 2010 le 388 persone più ricche del mondo possedevano una ricchezza pari a quella di mezza umanità, cioè 3,5 miliardi di poveri. Dopo quattro anni, i 388 Paperoni si erano ridotti a 85. Dopo due anni ancora, nella classifica 2016, ne bastavano 62. È passato meno di un anno e la nuova classifica di Forbes ci dice che bastano i primi 8 più ricchi del mondo per eguagliare la ricchezza di mezza popolazione mondiale. Quanto all’Italia, nel 2007, alla vigilia della crisi, le 10 famiglie più ricche possedevano una ricchezza pari a quella di 3,5 milioni di italiani poveri; oggi, dopo dieci anni di crisi, le stesse 10 famiglie posseggono una ricchezza pari a quella di 6 milioni di italiani. Il divario crescente tra ricchi e poveri è certificato da Eurostat: nel 1910 era a rischio di povertà un italiano su 4; oggi è un italiano su 3. E tutta questa ulteriore divaricazione è avvenuta mentre governava la sinistra. Se un tempo l’incremento della produttività e della ricchezza si traduceva in aumenti salariali per i lavoratori, oggi i salari medi e bassi diminuiscono ulteriormente anche quando la ricchezza complessiva aumenta perché finisce per confluire nelle tasche dei più ricchi.

Come ci ricorda Gian Antonio Gilli, dalla ricchezza e dalla povertà, cioè dalla classe di appartenenza, “dipendono le probabilità di sopravvivenza alla nascita; le possibilità di conseguire il massimo di istruzione formale; la capacità di verbalizzare; il tipo di lavoro che si ‘sceglie’; il reddito, il livello e lo stile di vita; il comportamento sessuale; il comportamento religioso; la probabilità di contrarre determinate malattie; la probabilità di essere rinchiusi in carceri o manicomi, e così via”. E Wright Mills aggiunge che “non solo i figli dei ricchi ereditano la ricchezza con tutti i suoi vantaggi, ma i figli dei poveri ereditano la povertà con tutti i suoi svantaggi”. Ma la disponibilità a ridurre i consumi e sopportare la fame ha un limite e, come dimostra la storia, superato quel limite, le reazioni diventano cruente. Perciò, parlando al Financial Times – Business of Luxury Summit, Johann Rupert, il boss di Cartier che possiede una fortuna di 7,5 miliardi di dollari, si è chiesto: “La società come si sta preparando ad affrontare la disoccupazione strutturale, l’invidia, l’odio e la guerra sociale?” E si è risposto: “La prospettiva che i poveri insorgano contro i ricchi mi tiene sveglio la notte”.

Ed eccoci arrivati al nocciolo sia del reddito di cittadinanza che del reddito di inserimento. Il loro vero scopo è quello di restituire un sonno tranquillo al miliardario Johan Rupert. Il welfare è stato ideato dai ricchi per ammansire i poveri a vantaggio dei ricchi. Otto von Bismarck, il Cancelliere di Ferro che per primo, nel 1883, rese obbligatorie le assicurazioni dei lavoratori dando avvio al welfare moderno, non lo fece per imitazione di Cristo, ma per dare una risposta riformista alle sfide della società industriale, alle rivendicazioni sindacali, alle istanze religiose, alla lotta di classe, alle spinte rivoluzionarie. Insomma, per assicurare sonni tranquilli a tutti i Johan Rupert presenti e futuri. L’Italia seguì a ruota, nel 1889, introducendo l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e poi estendendo via via il welfare alla vecchiaia, all’invalidità, alla morte del coniuge, alla malattia, alla disoccupazione, ai carichi familiari insostenibili, ai servizi sociali per persone non autosufficienti, alle pensioni, ai congedi per motivi di cura parentale, ai congedi di maternità e di paternità.

Dietro ognuna di queste conquiste ci sono state lotte, scioperi, battaglie parlamentari e, sullo sfondo, lo spettro che si aggirava per l’Europa – lo spettro del comunismo – contro cui si erano alleati, in una santa battuta di caccia, papa e zar, radicali francesi e poliziotti tedeschi, come esordisce il famoso Manifesto di Marx e Engels. La posta in gioco di tutte queste lotte era la conquista della sicurezza, cioè di quel diritto la cui mancanza riduce un cittadino in “proletario”, in semplice “possessore di prole”. La sicurezza è il vero spartiacque tra la borghesia che tende a conservarla e il proletariato che tende a conquistarla.

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Per i rider si pensa di introdurre garanzie assicurative, previdenziali e di salute, un salario minimo da individuare in sede di contrattazione collettiva, il rifiuto del cottimo, la manutenzione dei mezzi; c’è anche l’idea di un Portale del lavoro digitale, un’anagrafe di imprese e lavoratori che garantirà a questi ultimi, se si iscriveranno, ulteriori tutele e politiche attive del lavoro affinché non si resti rider a vita.

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