“Preferirei di no”, ripete Bartleby lo scrivano nel racconto di Herman Melville, rifiutando di obbedire agli ordini del principale: una frase diventata simbolo di anticonformismo e ribellione all’autorità. In questa newsletter, che esce ogni martedì fino al referendum sulla riforma Nordio, noi del Fatto vi raccontiamo la campagna referendaria e le ragioni per opporsi a un disegno mirato a indebolire la magistratura a vantaggio della politica, e quindi utile al potere ma non ai cittadini. Un’offerta a cui rispondere nelle urne con un fermo “preferiamo di No”.
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In libreria e in ebook trovate Perché No, la guida al referendum di Marco Travaglio – edita da PaperFirst, la casa editrice del Fatto – con l’introduzione di Gustavo Zagrebelsky e il contributo di Nicola Gratteri.
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Sarà l’effetto Sanremo, sarà il caos in Medio Oriente che ha giustamente messo in secondo piano le questioni interne, sarà il richiamo ad abbassare i toni arrivato dal presidente della Repubblica. Fatto sta che negli ultimi giorni la campagna referendaria è stata molto più piatta del solito: anche l’evento più atteso della settimana, il duello di Palermo tra il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il leader M5s Giuseppe Conte, non ha regalato i fuochi d’artificio attesi. La vera notizia forse sono i sondaggi: sempre più rilevazioni accreditano un sorpasso del No sul Sì, e anche Polymarket, il sito di scommesse dove si può puntare un po’ su qualsiasi cosa, ormai quota i due esiti alla pari (ne parla Vincenzo Russo sul suo blog). In assenza di spunti di cronaca stringente, quindi, in questa puntata partiremo da un “colpo” del nostro giornale: l’intervista di Giuseppe Pipitone a Maurizio Gelli, diplomatico nicaraguense e figlio di Licio Gelli, il “Venerabile maestro” della loggia P2 morto ormai più di dieci anni fa. La P2 era un gruppo massonico eversivo e segreto che negli anni Settanta, sotto la guida di Gelli, mirava a far scivolare l’Italia nell’autoritarismo: sentenze definitive hanno riconosciuto i suoi capi, seppure solo anni dopo la loro morte, come responsabili della strage alla stazione di Bologna del 1980 e dei successivi depistaggi. Se ne avete sentito parlare nel dibattito sul referendum, è perché nel suo programma, il “Piano di rinascita democratica“, c’era uno dei contenuti principali della riforma Nordio: la separazione delle carriere tra i giudici e i pubblici ministeri (i magistrati dell’accusa), che attualmente fanno parte di un unico ordine.
Nel Piano Gelli (qui il testo integrale) la “separazione delle carriere requirente e giudicante” è citata tra gli obiettivi da realizzare a “medio e lungo termine” come parte di una più generale riforma dell’ordinamento giudiziario. Ancora nel 2008, ormai novantenne – lo hanno raccontato sul Fatto Gianni Barbacetto e Wanda Marra – il Venerabile ne parlava in un’intervista tv come dell’unica parte del suo programma ancora non attuata: “Oggi il pm e il giudice vanno a letto insieme”, invece “si devono odiare, sennò non c’è giustizia”. Su questo scomodo padre nobile, Nordio ha avuto un atteggiamento ambiguo: in un primo momento ha quasi rivendicato la continuità con la P2, arrivando a dire che “se l’opinione del signor Licio Gelli era un’opinione giusta, non si vede perché non si dovrebbe seguire perché l’ha detto lui”. Poi qualcuno deve avergli detto che non era una buona strategia, e così il ministro ha iniziato a dirsi “disgustato” dall’accostamento, esprimendo addirittura “disprezzo” per chi lo proponeva. Eppure è il figlio Maurizio a esplicitare il legame tra le idee di Gelli e i piani del governo: “Sono certo che avrebbe avuto un’opinione molto favorevole su questa riforma”, ha detto nell’intervista al Fatto. “La questione della separazione delle carriere non è un tema nuovo, e il fatto che oggi sia al centro di un referendum rispecchia la lungimiranza di mio padre”, le cui idee “sono attuali e continuano a influenzare il dibattito pubblico”.
L’ossessione dei governi
Che il tema “non sia nuovo” è un eufemismo: dagli anni Novanta in poi, nella cosiddetta seconda Repubblica, l’allontanamento dei giudici dai pm è sempre stata un’ossessione della politica, proposta in varie forme da maggioranze di ogni colore. Il primo progetto fu varato dalla Commissione bicamerale, istituita nel 1997 sotto il governo D’Alema; a quello seguirono – per citare solo i più importanti – quello firmato nel 2011 da Angelino Alfano, ministro della Giustizia nell’ultimo governo Berlusconi, e quello di iniziativa popolare presentato nel 2017 dalle Camere penali (il “sindacato” degli avvocati penalisti). Anche in questa legislatura, prima che il governo presentasse il suo testo, in Parlamento erano già stati depositati quattro disegni di legge, rispettivamente da Azione, Forza Italia, Italia viva e Lega. Rispetto ad altre proposte, però, quella firmata Nordio è una versione piuttosto hard della separazione delle carriere: non si limita a dividere i percorsi professionali, ma trasforma giudici e pm in due corpi separati, ciascuno con il proprio Consiglio superiore a gestirne la carriera. Ai magistrati, poi, viene tolta la possibilità di eleggere i propri rappresentanti in questi nuovi organi, che saranno selezionati tramite sorteggio; i politici invece continueranno a scegliere i propri, perché per loro il sorteggio sarà finto (cioè avverrà nell’ambito di un elenco di nomi votato dal Parlamento, di cui non è specificata la lunghezza).
I magistrati da “ricondurre”
Come sanno i nostri lettori, la presunta “promiscuità” di giudici e pm è ormai un falso problema (ammesso che di problema si tratti): a causa delle regole stringenti introdotte nel tempo, a passare da una funzione all’altra sono ormai in media una trentina di magistrati l’anno, lo 0,34% del totale. Per eliminare anche questo residuo sarebbe bastata una legge ordinaria. Perché invece si è scelto di riscrivere la Costituzione creando due magistrature diverse? Una possibile risposta si trova proprio nel piano della P2: tra gli obiettivi della loggia, infatti, è citato esplicitamente quello di “ricondurre la magistratura alla funzione di garante della corretta e scrupolosa applicazione delle leggi“. Parole che assomigliano in modo inquietante a quelle del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, potente braccio destro della premier Giorgia Meloni: “Oggi c’è il blocco delle espulsioni grazie a decisioni giudiziarie, c’è il blocco della sicurezza, della politica industriale che voglia raggiungere certi obiettivi. C’è un’invasione di campo che deve essere ricondotta“, ha detto pochi mesi fa. Insomma, come la P2 ieri, il governo vorrebbe oggi dei magistrati burocrati, che si limitano all’ordinaria amministrazione senza assumere iniziative sgradite al potere. Lo ha detto chiaramente Nordio, quando ha promesso che i governi non cadranno più per le indagini nei confronti dei ministri (e quindi la sua legge “conviene” anche al centrosinistra). E lo ha ribadito Meloni quando ha definito la riforma “la risposta più adeguata” all'”intollerabile invadenza” della magistratura.
Il passato che ritorna
Ma le assonanze tra il programma della loggia e le scelte dell’esecutivo sono molte di più. Nel Piano di rinascita democratica, per dire, si parla esplicitamente di “riforma del Consiglio superiore della magistratura“, da rendere “responsabile verso il Parlamento” attraverso una “modifica costituzionale”. La riforma Nordio-Meloni non prevede esplicitamente una dipendenza dei due futuri Csm dalle Camere, ma di fatto li sottopone a un’ipoteca: i membri di nomina politica, che rimarranno formalmente in minoranza (un terzo), avranno un peso specifico molto maggiore, essendo eletti e non sorteggiati. Un’altra modifica alla Carta ipotizzata dalla P2 era la previsione della “responsabilità del ministro della Giustizia verso il Parlamento sull’operato del pm”: la riforma getta le basi migliori per arrivarci, visto che in tutti i Paesi in cui le carriere sono separate il pm è sottoposto a una forma di controllo da parte del governo. Nel Piano si cita poi l'”abolizione del segreto istruttorio“, cioè del segreto sugli atti d’indagine: e grazie a Nordio è già diventato legge l'”avviso di arresto“, cioè l’obbligo di interrogare gli indagati prima di arrestarli, mettendo loro a disposizione gli atti quando sono ancora a piede libero e consentendogli (come è già successo in tutta Italia) di darsi alla fuga, minacciare i testimoni o imbastire versioni di comodo. Infine, il programma della loggia prevedeva l’introduzione di “test psico-attitudinali per l’ingresso in magistratura”: anche questo punto è stato già realizzato dalla maggioranza. Insomma, forse aveva ragione Gelli quando disse (a Marco Travaglio) che i politici avrebbero dovuto riconoscergli il copyright. Una convinzione ribadita dal figlio Maurizio: “Mi chiedo cosa ne penserebbe un avvocato specializzato in proprietà intellettuale”.
Da leggere sul Fatto
Martedì scorso abbiamo ospitato il terzo forum sul referendum in redazione, dialogando con i procuratori capo di Lodi (Laura Pedio), Bergamo (Maurizio Romanelli) e Bari (Roberto Rossi): trovate le clip video sul nostro sito e sul nostro canale YouTube. Nell’editoriale del 26 febbraio (“L’ultima fazzata”) Marco Travaglio prende spunto dall’uscita di Giovanbattista Fazzolari, uno dei più stretti collaboratori di Meloni, secondo cui Vladimir Putin “sicuramente voterebbe No” al referendum perché in Russia “la separazione delle carriere non c’è”. E ricorda tutti i regimi autocratici in cui l’indipendenza della magistratura è formalmente garantita in Costituzione – come ripetono i fan della riforma – ma di fatto non esiste: la stessa Russia, ma anche Cina, Iran, Cuba e persino Corea del Nord. Su YouTube e sul fattoquotidiano.it trovate anche il nuovo episodio della video-guida al referendum di Travaglio, in cui si smentisce la propaganda del Sì con fatti e numeri. Sabato a Roma c’è stata la presentazione di Perché No, il libro del direttore sul referendum, insieme al sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo: anche in quell’occasione è stato ricordato il ruolo di Licio Gelli come padre nobile della riforma. Di Matteo, pm del processo sulla Trattativa Stato-Mafia, ha ripreso “per il Sì nel referendum voteranno mafiosi, massoni e architetti del sistema corruttivo” (qui la cronaca di Luca De Carolis, qui il video di Alberto Sofia).
Sul giornale, Marco Lillo ci ha raccontato di quando lo Stato fu condannato a risarcire ventimila euro a Massimo D’Alema e Achille Occhetto per la sciatteria di Nordio, che si scordò per quattro anni di trasmettere a Roma gli atti di un’indagine nei loro confronti, bloccandone l’archiviazione. Sul fronte politico, abbiamo letto da Giacomo Salvini di come Meloni abbia convocato privatamente Nordio per bacchettarlo, invitandolo a evitare gaffe e uscite scomposte (come l’ultima sui metodi “para-mafiosi” del Csm) che possano mettere in difficoltà il Sì. Ieri è iniziata la “maratona oratoria per il Sì” di fronte alla Corte di Cassazione, che durerà otto giorni ma già dal primo si è rivelata un flop: in piazza non c’era nessuno (ce ne ha parlato Liana Milella). Abbiamo anche smentito una fake news del ministro (con tanto di citazione di un’intervista mai esistita): il giurista Giuliano Vassalli, da lui citato come nume tutelare della riforma, in realtà non era affatto favorevole a modificare la Carta per introdurre la separazione delle carriere. E vi abbiamo riproposto un vecchio articolo di Antonio Tajani, che ora incensa Giovanni Falcone, ma prima della sua morte lo definiva in sostanza un raccomandato e tifava contro la sua nomina a capo dell’Ufficio istruzione di Palermo.