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mercoledì 28/09/2016

Referendum costituzionale, la missione farlocca di Boschi a caccia di italiani all’estero

Una visita istituzionale dai contenuti debolucci e la ministra che spiega la riforma ai sudamericani con passaporto nostro
Referendum costituzionale, la missione farlocca di Boschi a caccia di italiani all’estero

In Argentina, ma anche in Brasile, o perché no, in Uruguay, si stavano appunto chiedendo: com’è la riforma costituzionale italiana? Chi vuole arrestare il cambiamento? Il destino magico, sapiente ingrediente della letteratura sudamericana, stavolta è amico: per fugare dubbi e tappare falle in Argentina, ma anche in Brasile, o perché no, in Uruguay, c’è andata nientemeno che la ministra per le Riforme, Maria Elena Boschi.

Così la campagna elettorale più arroventata degli ultimi decenni viene inaugurata dall’altra parte del mondo.

Oltre a una trasferta in Congo per le adozioni, per la prima volta la ministra compie un viaggio intercontinentale di cinque giorni per una missione definita “istituzionale”, cioè non di politica interna, non di propaganda spicciola per il referendum. Forse in Argentina – dove casualmente vive quasi un milione di molto preziosi italiani possibili votanti – c’era davvero bisogno di conoscere in dettaglio l’intervento sul bicameralismo paritario, sull’equilibrio di poteri fra lo Stato e le Regioni spendaccione, sulla trasformazione antropologica di Palazzo Madama.

Come riportano anche i giornali argentini, la Boschi ha spiegato la riforma ovunque, dovunque, a chiunque. Al presidente dei senatori argentini, Federico Pinedo. Ai deputati argentini con un discorso solenne. All’omologa argentina reggente del dicastero per le tematiche di genere, Fabiana Tunez. Al primo ministro Marcos Pena, che l’ha ricevuta con gli onori di una nazione sorella alla Casa Rosada. E soprattutto la Boschi l’ha spiegata in un comizio al teatro Coliseo davanti a mille persone, mille italiani argentini, mille votanti che gli oppositori non ministri non possono raggiungere con questa disarmante facilità. Soltanto un componente del governo può inserire un’operazione elettorale in una missione istituzionale pagata con denaro pubblico, arringano le minoranze.

Quando un ministro visita tre Paesi stranieri, non dei più rilevanti per le attuali vicende dell’economia italiana, oltreché con le fotografie che sanciscono la retorica della sintonia fra i governi, dovrebbe rientrare a Roma con un risultato più o meno concreto, più o meno tangibile. Per adesso, l’agenda boschiana prevede la firma di un paio di protocolli d’intesa in Brasile per dei progetti inerenti le infrastrutture. E basta.

Col referendum di dicembre che pare oscillare nei sondaggi fino all’ultima scheda, procacciare consensi fra gli italiani all’estero è senz’altro una tattica vincente, perché di solito la politica romana non intrattiene per serate intere i connazionali emigrati. Al ministero tranciano le polemiche: per prassi come si suol dire consolidata, ricordano, un esponente del governo saluta le comunità italiane. La Boschi ha avuto l’accortezza, precisano ancora, di attraversare l’oceano a bordo di un volo di linea e non di un più comodo aereo di Stato. Oggi la ministra sarà a Montevideo, in Uruguay, poi giro in Brasile: San Paolo, la capitale Brasilia, Porto Alegre, dove un ministro manca da trent’anni (e sarà automatico alludere alla riforma che manca da sessant’anni?).

Il Movimento Cinque Stelle è convinto che l’afflato diplomatico del viaggio in Sudamerica sia una fragile copertura. Il deputato Andrea Cecconi annuncia un’interrogazione parlamentare: “Vuole irretire i nostri connazionali”. Argentina, Brasile, Uruguay, più di un milione di potenziali elettorali per il Sì.

Il leghista Roberto Calderoli intende svelare la strategia: “Con i soldi dei contribuenti italiani la ministra Boschi è in Sudamerica per illustrare le improbabili ragioni del Sì alla sua pessima riforma costituzionale. Renzi, consapevole di essere alla canna del gas, le sta provando tutte e adesso sta cercando di circuire i 4 milioni di cittadini italiani all’estero che voteranno per posta tre settimane prima del referendum. Facciano pure Renzi e la Boschi, ma lo facciano almeno a spese loro o del loro partito, ma non lo facciano con i soldi dei contribuenti costretti a pagare la trasferta intercontinentale alla Boschi e al suo staff ministeriale”.

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