“Preferirei di no”, ripete Bartleby lo scrivano nel racconto di Herman Melville, rifiutando di obbedire agli ordini del principale: una frase diventata simbolo di anticonformismo e ribellione all’autorità. In questa newsletter, che esce ogni martedì fino al referendum sulla riforma Nordio, noi del Fatto vi raccontiamo la campagna referendaria e le ragioni per opporsi a un disegno mirato a indebolire la magistratura a vantaggio della politica, e quindi utile al potere ma non ai cittadini. Un’offerta a cui rispondere nelle urne con un fermo “preferiamo di No”.
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Vi ricordiamo che dal 31 gennaio trovate in libreria e in ebook Perché No, la guida al referendum di Marco Travaglio – edita da PaperFirst, la casa editrice del Fatto – con l’introduzione di Gustavo Zagrebelsky e il contributo di Nicola Gratteri.
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Nel dibattito sulla giustizia la fine di gennaio coincide con un appuntamento centrale: l’inaugurazione dell’anno giudiziario, le cerimonie solenni in Cassazione (il venerdì) e nelle 26 Corti d’Appello (il sabato) a cui intervengono i vertici nazionali e locali della magistratura e dell’avvocatura, oltre ai rappresentanti del governo e del Csm. Quest’anno, ovviamente, in molti dei discorsi ampi passaggi sono stati dedicati alla riforma costituzionale: d’altra parte si trattava dell’ultima inaugurazione prima del referendum, e quindi, forse, anche dell’ultima con giudici e pubblici ministeri uniti nello stesso ordine. A differenza dell’anno scorso, su consiglio dei suoi consulenti di comunicazione (i creativi baresi di Proforma) l’Associazione nazionale magistrati non ha organizzato forme specifiche di protesta: nel suo intervento a Milano, dove era presente anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il presidente Cesare Parodi ha addirittura evitato ogni riferimento al voto, concentrandosi invece sulle “criticità organizzative che paralizzano quotidianamente i tribunali”. Un modo per spersonalizzare lo scontro con la politica, “delegato” al comitato Giusto dire No (creato apposta per la campagna e guidato dal costituzionalista Enrico Grosso).
Nordio e i magistrati “blasfemi”
Ad avvertire sui rischi del piano del governo, però, ci hanno pensato i magistrati intervenuti alle inaugurazioni di tutto il Paese. A partire dal giudice più alto d’Italia, il primo presidente della Cassazione Pasquale D’Ascola: nella relazione di apertura della cerimonia alla Suprema Corte, di fronte a Nordio e al capo dello Stato Sergio Mattarella, D’Ascola ha ricordato che le garanzie attribuite all’ordine giudiziario “non sono un privilegio, ma presupposti perché il giudice sia sempre imparziale. La preoccupazione della magistratura”, ha sottolineato, “è quindi volta a garantire che resti effettiva l’indipendenza e l’autonomia della giurisdizione come caposaldo del sistema costituzionale“. Un tema, quello dell’indipendenza e dell’equilibrio tra poteri, sollevato in molte relazioni: per Enrico Zucca, procuratore generale di Genova (indagò sulle violenze della Polizia al G8 2001), con la riforma c’è “il concreto rischio di un’involuzione della stessa democrazia”, perché è solo questione di tempo prima che si realizzi il “fine politico di imbrigliare l’azione del pm attraverso la separazione delle carriere, attraendolo inevitabilmente nella sfera dell’esecutivo”.
Questo tipo di critiche, come ormai si è capito, fanno imbufalire Nordio: per il ministro suggerire uno scenario simile è addirittura “blasfemo“. Anzi, una “grossolana manipolazione divinatoria“, “un’arbitraria e malevola distorsione offensiva“, una “vuota polemica” che dovrebbe essere “ripudiata dagli intelletti più maturi“. Così ha detto il Guardasigilli nel proprio intervento in Cassazione, delegittimando quindi indirettamente lo stesso presidente D’Ascola (che aveva parlato subito prima). Il giorno dopo, alla cerimonia di Milano, ha rivendicato ed esteso il concetto: la blasfemia, sostiene, “non è solo un’offesa alla divinità, ma anche un’offesa verso una istituzione sacra, e poiché io ritengo il Parlamento una istituzione sacra, aver voluto attribuire al Parlamento una intenzione che non solo non ha e non ha mai avuto, ma che è scritta a chiarissime lettere in termini contrari, la ritengo una blasfemia”. Insomma, i magistrati temono per la propria indipendenza, il ministro li accusa in pratica di vedere i fantasmi. Chi ha ragione?
Per liquidare gli allarmi, Nordio e i sostenitori del Sì usano l’argomento letterale: anche dopo la riforma, resterà immutata la parte del primo comma dell’articolo 104 della Costituzione che recita “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere“. Come vi abbiamo spiegato nella prima puntata di Preferirei di No, questo argomento è assai debole: a parte il fatto che, sulla carta, lo stesso principio esiste nelle Costituzioni dei peggiori regimi autoritari, la legge costituzionale riscrive tutto il resto dell’articolo 104, dove è contenuta la disciplina del Consiglio superiore della magistratura. Il Csm, l’organo di autogoverno che garantisce in concreto l’indipendenza dell’ordine giudiziario, verrà diviso in due (uno per i giudici e uno per i pm) e gli verrà tolto il potere più importante, quello disciplinare. I suoi membri magistrati, inoltre, saranno selezionati per sorteggio, a differenza di quelli scelti della politica, che quindi avrà un peso specifico immensamente maggiore nei nuovi organi. In questa puntata, però, vogliamo andare oltre il contenuto delle norme in sé, per parlare di quello che potrebbe succedere dopo la loro (eventuale) approvazione.
Perché riscrivere la Carta?
Partiamo da un dato: per realizzare la separazione delle carriere tra giudici e pm – specchietto mediatico della riforma – non serviva affatto modificare la Costituzione. Già adesso, come vi abbiamo raccontato più volte sul Fatto, i passaggi sono pochissimi: dal 2019 al 2024, a passare da una funzione all’altra sono stati in media una trentina di magistrati l’anno, lo 0,34% del totale (nei primi sei mesi del 2025 il dato è risalito, ma solo perché “ben” 38 pm hanno scelto di diventare giudici, evidentemente non confidando in un futuro roseo per la loro categoria). Dopo la riforma Cartabia del 2022, infatti, il passaggio di funzione è sottoposto a paletti strettissimi: si può fare solo nei primi dieci anni di carriera e solo cambiando distretto di Corte d’Appello, cioè, nella maggior parte dei casi, trasferendosi in un’altra regione.
Con una semplice legge ordinaria, il governo avrebbe potuto eliminare anche questa possibilità, obbligando i magistrati a scegliere una funzione e tenersi quella tutta la vita. Invece si è scelto di trasformare giudici e pubblici ministeri in due ordini separati, selezionati con concorsi diversi, ciascuno con il proprio organo di autogoverno. “Perché cambiare la Costituzione per trenta persone l’anno?”, si è chiesto più volte il procuratore di Napoli Nicola Gratteri. La scelta fa dubitare che l’obiettivo della riforma sia solo quello di “garantire la terzietà del giudice”, peraltro già abbastanza terzo: secondo i dati ufficiali più recenti, il 54% dei giudizi ordinari termina con l’assoluzione dell’imputato.
La “fase 2” della riforma
A far temere per l’indipendenza dei pm in caso di approvazione della riforma ci sono alcune ragioni tecniche e molte ragioni politiche. Intanto, nei Paesi dove i giudici appartengono a un ordine distinto dai procuratori, questi ultimi sono generalmente sottoposti al controllo dell’esecutivo: succede in Germania (dove i pm sono funzionari amministrativi e non appartengono all’ordine giudiziario), nel Regno Unito e negli Usa (dove il capo dei procuratori, l’Attorney general, fa parte del governo come un nostro ministro). E anche in Francia, dove, sebbene i pm siano formalmente magistrati come i giudici, dipendono gerarchicamente dal ministro della Giustizia – che può trasferirli di sede e dare istruzioni sui reati da perseguire – e rispondono a una differente formazione del Csm. Proprio questo è il punto centrale: dividere i Csm apre un’autostrada a distinguere, in futuro, lo status dei giudici da quello dei pm, riducendo le garanzie dei magistrati inquirenti e sottoponendoli – in forme all’inizio anche subdole e indirette – al potere di indirizzo e controllo del governo, che arriverebbe a decidere quali indagini portare avanti e quali no.
D’altra parte, che la “fase 2” della riforma possa essere questa l’hanno fatto capire, in modo più o meno esplicito, i massimi esponenti dell’esecutivo. La confessione più cristallina rimane quella di Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia di Fratelli d’Italia, in un colloquio “rubato” pubblicato dal Foglio lo scorso marzo: “Dare ai pubblici ministeri un proprio Csm è un errore strategico”, ha ammesso Delmastro, temendo – come avvertono in molti, anche tra i sostenitori della riforma – che un corpo separato di inquirenti autogovernati possa assumere un potere fuori conrollo. Conclusione: “O si va fino in fondo e si porta il pm sotto l’esecutivo, come avviene in tanti Paesi, oppure gli si toglie il potere di impulso sulle indagini“. Lo stesso auspicio, questa volta in chiaro, l’ha espresso nei giorni scorsi Antonio Tajani, vicepremier e segretario di Forza Italia: “Non basta la separazione delle carriere, non basta la riforma del Csm. Serve completare. Penso ad aprire un dibattito se è giusto o meno continuare a conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati“. I nostri lettori, poi, conoscono bene le ammissioni (inconsapevoli?) di Nordio: prima, in un’intervista al Corriere, ha detto che la riforma “servirà anche al Pd” quando sarà al governo, perché eviterà indagini “infondate” sui ministri; poi, nel suo ultimo libro, ha chiarito come lo scopo della sua legge sia quello di garantire “libertà di azione” alla politica, attualmente limitata dall'”invadenza delle Procure”. Insomma, forse il Guardasigilli dovrebbe accusare di “blasfemia” innanzitutto se stesso.
Sondaggi, Tar e Askatasuna
La scorsa settimana è arrivato anche il verdetto giudiziario sulla data del voto: a meno di sconvolgimenti, sarà domenica 22 e lunedì 23 marzo. Il Tar del Lazio ha infatti respinto il ricorso per annullare la delibera del 12 gennaio del Consiglio dei ministri, che ha convocato le urne senza aspettare il termine per la conclusione della raccolta firme. E abbiamo assistito – quando mancano ancora quasi due mesi – al primo aggancio del No al Sì nei sondaggi: secondo l’Osservatorio politico di Ixé, tra i favorevoli e i contrari alla riforma la situazione è di “pareggio tecnico”, con i primi al 49,9% e i secondi al 50,1%. Il No in particolare spopola tra i più giovani (è al 66% nella fascia 18-34 anni) e tra chi non si colloca politicamente (59%). Forse per questo il governo ha scelto di negare il voto nel comune di domicilio a lavoratori e studenti fuori sede, abbandonando un’innovazione sperimentata con successo alle Europee del 2024 e ai referendum su lavoro e cittadinanza dello scorso anno.
Il dibattito degli ultimi giorni, poi, è stato dominato dalle violenze di Torino, dove due poliziotti sono stati aggrediti e feriti alla manifestazione contro lo sgombero di Askatasuna, storico centro sociale del capoluogo piemontese. Meloni e Fratelli d’Italia ne hanno approfittato per aprire un nuovo fronte coi magistrati, con la premier che ha detto di aspettarsi un’indagine per tentato omicidio e non per “semplici” lesioni. A proposito di separazione delle carriere, la vicenda giudiziaria di Askatasuna è un manifesto perfetto della terzietà dei giudici rispetto ai pm: la Procura di Torino aveva ipotizzato a carico degli attivisti il reato di associazione a delinquere, non riconosciuto dai giudici di primo grado che hanno inflitto condanne molto meno pesanti di quelle richieste. L’accusa ha fatto ricorso in Appello.
Da leggere sul Fatto
Ogni venerdì, sul nostro sito e sul canale YouTube del direttore, pubblicheremo una puntata video di Perché No, la guida pratica al referendum di Marco Travaglio: la prima è uscita il 31 gennaio (insieme al libro) e la trovate qui. Travaglio ha parlato di referendum anche nel suo editoriale del 1° febbraio, “Incensurati per il No”, citando una serie di personaggi discutibili già schierati a favore della riforma. Dopo gli impresentabili, sul giornale abbiamo passato in rassegna i “Rieccoli” del Sì: politici momentaneamente senza poltrona che puntano a rilanciarsi salendo sul carro della riforma. Di entrambe le categorie fa parte Roberto Formigoni: “Voterò Sì senza alcun dubbio e farò anche propaganda, ho in calendario alcuni eventi”, ha annunciato a Lorenzo Giarelli il “Celeste” ex governatore della Lombardia, condannato in via definitiva per corruzione. A proposito di “Rieccoli”, sabato vi abbiamo rivelato in anteprima il futuro di Cosimo Ferri, ex sottosegretario renziano alla Giustizia: tornerà a fare il giudice a Roma, nel Tribunale dei processi alla politica. Tutto grazie al Parlamento, che ha negato al Csm l’uso delle intercettazioni dello scandalo Palamara (proprio quello che secondo Nordio è stato insabbiato dai magistrati…). Venerdì vi abbiamo proposto un approfondimento sugli errori giudiziari e le ingiuste detenzioni, che, a differenza della narrazione del Sì, nei sistemi a carriere separate o con il pm sotto il controllo dell’esecutivo sono molti di più.
Per il filone “avvocati per il No”, Mercoledì Giuseppe Pipitone ha intervistato Giuseppe Iannaccone, noto penalista milanese che di recente ha difeso, tra gli altri, Chiara Ferragni e l’ad di Montepaschi Luigi Lovaglio. Nel nostro Paese, ha detto, la presunta soggezione dei giudici verso i pm “non esiste”: “Faccio l’avvocato dal 1982 e posso dire che le pronunce dei giudici sono sempre state di terzietà”, dice. E l’ultimo esempio è proprio il processo Ferragni, in cui “il Tribunale ha avuto un’opinione diversa da quella della Procura”. Giovedì invece Michele Laforgia, avvocato e consigliere comunale a Bari, ci ha spiegato che la posta in gioco è “l’equilibrio tra i poteri dello Stato e la tutela dei diritti”: lo scopo esplicito della riforma, ha detto a Luca De Carolis, “è ridurre i controlli della magistratura sul potere politico. E una volta ridotto il controllo della magistratura, non può che espandersi il potere dell’esecutivo, come del resto già accade in alcuni paesi del mondo occidentale”. A Genova, invece – ci ha raccontato Marco Grasso – una fronda di avvocati è entrata in conflitto con la Camera penale per i suoi attacchi ai sostenitori del No, con alcuni storici penalisti arrivati a dimettersi dal “sindacato”.