Preferirei di no, di Paolo Frosina
24 Febbraio 2026
"Vota Sì per la pace nel mondo"
di Paolo Frosina

“Preferirei di no”, ripete Bartleby lo scrivano nel racconto di Herman Melville, rifiutando di obbedire agli ordini del principale: una frase diventata simbolo di anticonformismo e ribellione all’autorità. In questa newsletter, che esce ogni martedì fino al referendum sulla riforma Nordio, noi del Fatto vi raccontiamo la campagna referendaria e le ragioni per opporsi a un disegno mirato a indebolire la magistratura a vantaggio della politica, e quindi utile al potere ma non ai cittadini. Un’offerta a cui rispondere nelle urne con un fermo “preferiamo di No”.
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In libreria e in ebook trovate Perché No, la guida al referendum di Marco Travaglio – edita da PaperFirst, la casa editrice del Fatto – con l’introduzione di Gustavo Zagrebelsky e il contributo di Nicola Gratteri.

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“Non dimenticare tutto questo. Il 22 e il 23 marzo ricordati di votare Sì”. “Rompi questo patto tra sinistra e toghe rosse: vota Sì”. “Chi non vota Sì per cambiare questa giustizia è complice degli speronatori“. Questa settimana la campagna del governo ha spinto a tutto gas su uno dei suoi messaggi di punta: il Sì al referendum come reazione – o meglio come vendetta – contro le decisioni sgradite dei giudici. Di provvedimenti che hanno fatto infuriare il centrodestra, d’altra parte, ne sono arrivati tre in pochi giorni: il Tribunale di Roma ha condannato il ministero dell’Interno a risarcire un migrante algerino trasferito nel centro per il rimpatrio in Albania; il Tribunale di Palermo ha condannato tre ministeri e la Prefettura di Agrigento a risarcire la ong Sea Watch per il sequestro illegittimo della sua nave nel 2019; il Tribunale di Catania ha sospeso il fermo amministrativo di un’altra nave di Sea Watch, disposto dal prefetto dopo un salvataggio di migranti in mare.

Contro i primi due verdetti si è scagliata direttamente Giorgia Meloni, con due video pubblicati sui social a distanza di 24 ore uno dall’altro (ignorando, come vedremo, un richiamo senza precedenti arrivato nel frattempo dal presidente della Repubblica). La premier ha parlato di “decisioni assurde”, accusando una “parte politicizzata della magistratura” di “ostacolare ogni azione volta a contrastare l’immigrazione irregolare”. Eppure a leggere le sentenze risulta chiaro che i magistrati avevano ben poca scelta: a determinare i risarcimenti sono stati errori e violazioni del potere politico. E naturalmente la riforma Nordio non avrebbe cambiato nulla: più che separare i giudici dai pm, come scrive Marco Travaglio nel suo editoriale di domenica, bisognerebbe “separare il governo dai coglioni”.

Quando lo Stato viola la legge

Partiamo dal caso del migrante algerino. Come ci ha spiegato Franz Baraggino sul Fatto, a causare il risarcimento è stato il trasferimento dell’uomo in Albania, nel Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Gjadër. La struttura, realizzata con un investimento milionario, era diventata inutile a causa della Corte di Giustizia europea che ha giudicato illegittimo il piano del governo di trattenere lì i richiedenti asilo provenienti da una lista di Paesi considerati “sicuri”, in violazione del diritto Ue. Così, per non lasciarla vuota, il governo l’ha riconvertita e ha iniziato a trasferirci i migranti in attesa di espulsione nei Cpr italiani. Nel caso specifico, però, lo ha fatto senza un provvedimento scritto e motivato, anzi mentendo sulla destinazione – l’uomo era convinto di finire a Brindisi – e impedendo così al migrante di comunicare la decisione ai familiari: da qui il risarcimento (peraltro di appena 700 euro) per lesione del diritto alla vita privata e familiare, garantito dalla Convenzione europea dei diritti umani.

Ancora più clamorosa l’inefficienza dello Stato nel caso Sea Watch. La vicenda giudiziaria nasce dai fatti dell’estate 2019: la nave Sea Watch 3, comandata dalla tedesca Carola Rackete, attracca a Lampedusa per far sbarcare i 42 migranti esausti a bordo, forzando il blocco disposto dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini e urtando un’imbarcazione della Guardia di finanza durante la manovra. Dopo lo sbarco, la Prefettura di Agrigento – l’ufficio territoriale del governo – sequestra la nave in base al decreto Sicurezza bis voluto dallo stesso Salvini; la ong fa opposizione al sequestro, a cui l’amministrazione, per legge, deve rispondere entro dieci giorni. Ma la Prefettura tace, facendo scattare il silenzio-assenso, cioè l’accoglimento tacito dell’opposizione e quindi la decadenza del sequestro: nonostante ciò, si rifiuta di liberare la nave, costringendo la ong a rivolgersi a un giudice per far togliere i sigilli. Così, sei anni dopo, un altro giudice ha dovuto riconoscere a Sea Watch il risarcimento del danno patrimoniale derivante dagli oltre due mesi di sequestro illegittimo, per un totale di 76mila euro (più 14mila di spese legali).

Ma che c’azzecca la riforma?

A partire da Meloni (di cui abbiamo già detto) i massimi esponenti della maggioranza hanno cavalcato le decisioni per attaccare i magistrati e spingere il Sì al referendum, con Salvini che si è spinto a definire chi voterà No “complice degli speronatori” (nota a margine: la Cassazione ha escluso qualsiasi “speronamento” della motovedetta Gdf da parte di Rackete). Anche in questo caso, però, la propaganda del centrodestra è totalmente scollata dai fatti: non solo perché le sentenze sono tecnicamente ineccepibili, ma soprattutto perché – anche usando il massimo della fantasia – nella riforma costituzionale non c’è alcuna previsione capace di impedire future decisioni simili. Di sicuro non c’entra nulla la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri: sia la sentenza di Roma sia quella di Palermo sono state emesse nell’ambito di processi civili, in cui il pubblico ministero non interviene (salvo casi limitatissimi). Peraltro, la teoria dei giudici “appiattiti” sull’accusa vale a corrente alternata: poche settimane fa il centrodestra se l’è presa coi magistrati per la scarcerazione di tre manifestanti del corteo pro-Askatasuna a Torino, disposta dal gip nonostante il pm chiedesse la custodia in carcere. Insomma, votate Sì perché i giudici danno ragione ai pm, ma pure perché gli danno torto.

Di solito, di fronte a queste obiezioni, i sostenitori della riforma replicano che le sentenze “sbagliate” non ci saranno più perché i magistrati che “sbagliano” saranno finalmente puniti, mentre ora sono protetti dal sistema delle correnti. Grazie al sorteggio dei membri del Consiglio superiore della magistratura – è la tesi – le valutazioni di professionalità che portano agli avanzamenti di carriera e di stipendio saranno più severe, mentre adesso sono quasi tutte positive. Idem per le sanzioni disciplinari: secondo il ministro della Giustizia Carlo Nordio, quella dell’attuale Csm è una “giustizia domestica” che perdona tutto, e per questo la riforma affida la funzione a una nuova Alta Corte, composta anch’essa in gran parte da sorteggiati.

Sul Fatto vi abbiamo già spiegato con i numeri perché non è così, e anzi il Csm italiano è più severo degli organismi equivalenti nei grandi Paesi Ue. A prescindere, però, tutto questo non ha e non può avere nulla a che vedere con le sentenze degli ultimi giorni. Per fortuna, infatti, un giudice non può (ancora) essere punito perché ha adottato una sentenza che non piace al governo di turno: una decisione sbagliata può portare a una condanna disciplinare solo se emessa con “grave violazione di legge determinata da ignoranza e negligenza inescusabile”. Nei casi di Sea Watch e del migrante risarcito, non solo non c’è stata alcuna violazione di legge (meno che mai “grave”), ma nemmeno alcuna decisione sbagliata: anzi, come vi abbiamo spiegato, si trattava in sostanza di verdetti obbligati (per colpa del governo).

Il vero obiettivo del governo

Perché allora i politici di destra, ogni volta che arriva un provvedimento giudiziario sgradito, ripetono che la riforma servirà a punire le “toghe rosse” e le loro “decisioni assurde”? Un po’ è la solita propaganda: si confondono le acque sapendo di rivolgersi a un elettorato comprensibilmente poco esperto. Sotto un altro aspetto, però, è una confessione dell’obiettivo a lungo termine della riforma, quello che nel testo di legge non è scritto: rendere la magistratura timorosa e compiacente, facendo sì che giudici e pm evitino spontaneamente di prendere decisioni scomode per il potere. Il piano passa dall’indebolimento del Csm, l’organo di autogoverno che garantisce l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario: come i nostri lettori ormai sanno bene, solo i membri magistrati saranno selezionati con il sorteggio (e quindi perderanno autorevolezza), mentre quelli scelti dalla politica continueranno di fatto a essere eletti dal Parlamento. Lo stesso vale per l’Alta Corte, dove il peso dei membri “politici” aumenterà anche numericamente (saranno sei su 15, due quinti, mentre nel Csm attuale sono un terzo). Ed è ovvio che una maggiore esposizione a ritorsioni politiche potrà solo scoraggiare i magistrati dal prendere decisioni scomode.

Non solo: il rischio è che i nuovi organi, da istituzioni a tutela della magistratura, diventino strumenti per intimidirla. Già nel Csm attuale assistiamo in continuazione a tentativi di “punire” toghe invise al governo con l’apertura strumentale (cioè senza i presupposti di legge) di pratiche di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale: di recente è successo persino al procuratore di Roma Francesco Lo Voi, “colpevole” di aver iscritto nel registro degli indagati Meloni e altri tre membri del governo per il rimpatrio del torturatore libico Osama Almasri. Finora queste iniziative intimidatorie – sempre provenienti dai membri eletti dal centrodestra – sono sempre finite nel nulla grazie ai consiglieri magistrati, che le hanno respinte sfruttando compattamente la loro maggioranza di due terzi. Dei consiglieri sorteggiati, trovandosi esposti alle pressioni e alle lusinghe del potere, avrebbero la stessa fermezza? Idem, anche qui, per il disciplinare: qualcuno ricorderà l’assurdo processo intentato da Nordio contro i giudici di Milano che scarcerarono Artem Uss, l’oligarca russo ricercato dagli Usa, arrestato in Italia e fuggito una volta messo ai domiciliari. Quelle accuse furono archiviate senza esitazioni dal Csm in quanto palesemente infondate (non c’era stata alcuna violazione di legge, ma solo una valutazione non condivisa dal ministro). Con l’Alta Corte sarebbe andata allo stesso modo?

La bomba di Mattarella

La notizia più importante della settimana referendaria risale in realtà a mercoledì scorso, il giorno dopo l’ultima puntata di Preferirei di No. Quella mattina Sergio Mattarella compie un gesto che – come ha sottolineato lui stesso – non aveva mai fatto nei suoi ormai 11 anni al Quirinale: presiedere i lavori ordinari del Csm. Di solito, infatti, il capo dello Stato esercita il suo ruolo costituzionale soltanto in occasioni solenni, come l’insediamento o le nomine dei vertici della Cassazione. Mercoledì, invece, Mattarella si presenta a sorpresa a palazzo Bachelet in una seduta normalissima e pronuncia un breve discorso dall’effetto di una bomba nucleare: “Mi hanno indotto a questa decisione (…) la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare, particolarmente da parte delle altre istituzioni, nei confronti di questa istituzione”, dice.

Di solito i messaggi del Colle vanno interpretati, in questo caso non ce n’è stato bisogno: il riferimento, chiarissimo, era all’uscita di pochi giorni prima del ministro Nordio, che aveva accusato il Csm di adottare decisioni sulla base di un “meccanismo para-mafioso” governato dalle correnti dei magistrati. Attaccare il Csm, però, significa indirettamente attaccare anche il presidente della Repubblica, che non ha gradito e ha rifilato al Guardasigilli una strigliata istituzionale senza precedenti. Non abbastanza per dire che Mattarella voterà No, ma un’altra delusione per chi, qualche tempo fa, aveva tentato di arruolarlo nel fronte del Sì (venendo respinto con perdite).

Da leggere sul Fatto

Nel suo editoriale di oggi (“Toghe-politici 51 a 12”) Marco Travaglio cita il sondaggio Ixè pubblicato ieri secondo cui il No è in vantaggio di sei punti e la fiducia nei magistrati è quattro volte più alta di quella nei partiti. D’altra parte, ricorda il direttore, negli ultimi giorni i politici non hanno fatto una gran figura: oltre alle balle su migranti e Sea Watch, per spingere il Sì la destra aveva cavalcato pure il caso del poliziotto di Rogoredo, presuntamente minacciato da uno spacciatore, in realtà probabile assassino a sangue freddo (qui ne parla Lorenzo Giarelli). Venerdì abbiamo ospitato il secondo dei nostri forum sul referendum in redazione, con ospiti gli ex pm di Mani Pulite Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo: trovate tutte le clip video sul nostro sito e sul nostro canale YouTube. Su entrambe le piattaforme trovate anche la quarta puntata della video-guida “Perché No”: Travaglio spiega perché, al di là delle promesse di Nordio, con la riforma il governo potrà di fatto controllare i pubblici ministeri.

Giovedì abbiamo pubblicato un colloquio di Giacomo Salvini con Guido Crosetto, in cui il ministro della Difesa ha messo le mani avanti: la riforma della Giustizia, ha detto, “non è una delle battaglie storiche di Meloni” e se vince il No non ci sarà alcuna ripercussione sul governo. Nel weekend Liana Milella vi ha raccontato la strana vicenda del comitato per il Sì ispirato da palazzo Chigi, che non aveva presentato in tempo la domanda per partecipare alle tribune elettorali in Rai, ma è stato riammesso dalla Commissione di Vigilanza dopo l’intervento del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano (e ha ottenuto pure degli spazi molto favorevoli). Sabato abbiamo dato spazio anche alla presa di posizione di tre importanti professori di Procedura penale, secondo cui il sorteggio asimmetrico previsto dalla riforma (vero per i magistrati, finto per gli altri) è incostituzionale per violazione del principio di eguaglianza.

Ieri abbiamo riportato la presa di posizione del procuratore nazionale Antimafia Giovanni Melillo, secondo cui l’obiettivo della riforma è “condizionare le indagini più difficili e delicate”, in primis quelle su mafie e corruzione. Il costituzionalista Massimo Villone, intervistato da Ilaria Proietti, ha invece sottolineato che una vittoria del No sarebbe un’ipoteca sulle altre due riforme costituzionali messe in cantiere dal governo, il premierato e l’autonomia differenziata. Oggi invece sul giornale trovate l’intervista di Lucio Musolino alla pm di Catanzaro Anna Maria Frustaci: l’Alta Corte, avverte, potrebbe diventare un’arma contro i magistrati scomodi.

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