Germania, dove la mafia seduce col capitale. E le norme ostacolano le inchieste

Di Investigative Reporting Project Italy (IRPI)

“La mafia in Germania vuole che i tedeschi pensino che non esista. Non ha più bisogno di essere violenta. Può sedurre con il capitale”. Così, alcuni anni fa (ad aprile 2014), il procuratore capo di Palermo Roberto Scarpinato aveva provato a lanciare l’allarme. “Il mondo oggi rischia di essere conquistato dalla mafia tramite la seduzione del capitale”, continuava il magistrato, uno dei massimi osservatori in materia, “e Paesi come la Germania sono ad alto rischio. Quando non si cerca di capire la fonte dei soldi, e si accetta l’ingresso indiscriminato di capitale nel proprio paese, allora è la moralità stessa di un popolo che è a rischio. In tempi di crisi come oggi, il potere del denaro e della corruzione possono diventare un’epidemia che scuote una società dalla fondamenta. La Germania deve decidere se accogliere la mafia, o combatterla”.

Roberto Scarpinato

La locomotiva d'Europa rischia di essere un paradiso per le mafie italiane, che possono investire soldi e vederli fruttare senza rischiare di essere indagate sulla base di un sospetto di appartenenza mafiosa, né di vedere i propri ristoranti, case e aziende confiscati e restituiti alla collettività. Solo una piccolissima parte delle istituzioni locali percepisce il pericolo dell'infiltrazione mafiosa, in un paese che, data l'economia stabile e in crescita, è di grande attrazione per chi – come i mafiosi italiani – deve riciclare e investire enormi capitali senza troppi controlli. Come nel resto dell'Ue eccetto l'Italia, alla legislazione tedesca manca il reato di associazione mafiosa, che permette di aprire indagini anche solo sulla base di una sospetta appartenenza a uma cosca. Le indagini indipendenti, ovvero non legate ad una richiesta d’aiuto in rogatoria dall’Italia, nei rari casi in cui si fanno, per potersi concludere con successo richiedono che si riesca a dimostrare la colpevolezza rispetto a reati previsti dall’ordinamento giuridico del Paese - come traffico di droga, riciclaggio, banda armata, rapina e così via.

A quanto Irpi ha potuto ricostruire, la Bundeskriminalamt (Bka), la polizia federale tedesca, ha identificato circa 500 mafiosi che vivono e operano nel paese, di cui 300 ‘ndranghetisti, 100 tra mafiosi e stiddari, 90 camorristi e un piccolo drappello di pugliesi della Sacra Corona Unita. La Bka crede però che il numero totale degli affiliati che delinquono su suolo tedesco sia almeno di 1200, piu del doppio di quelli “schedati”.

Il profilo odierno dei clan delle mafie italiane in Germania corrisponde a quello di un’azienda di successo, a conduzione familiare, il cui capitale spazia in molte direzioni, tanto nelle attività legali (come ristoranti, investimenti immobiliari etc) quanto in quelle illegali (droga, armi, riciclaggio). L'obiettivo principale di questo piccolo “esercito” è riciclare e investire nel paese, ma non solo. La polizia tedesca registra forme di controllo del territorio, citando come esempi i ristoranti che alcuni ‘ndranghetisti legati alla cosca Grande Aracri di Cutro (Crotone) hanno aperto in luoghi strategici, come la torre della televisione di Stoccarda.

Le indagini sulla mafia in Germania di matrice tedesca sono però diminuite drasticamente dal 1998. In quell'anno si contavano 50 indagini, 56 nel 99, 63 nel 2000, scese a 42 nel 2001 per rimanere in una media tra le 30 e le 20 fino al 2013. Eppure i dati sulla presenza dei mafiosi specialmente nelle regioni del Baden-Württemberg, Nord-Reno Westfalia, Hessen e Bayern sono rilevanti. Ricerche indipendenti portate avanti dal centro di giornalismo d’inchiesta di Berlino Correctiv in collaborazione con il centro di giornalismo d’inchiesta italiano Irpi, confermano una pesante infiltrazione della ‘ndrangheta calabrese in quelle quattro regioni, mettendo però in luce ramificazioni pressoché nell’intero paese, a eccezione delle regioni del nord-est che contano una presenza minore. Dagli anni Ottanta almeno 50 clan di 'ndrangheta sono stati presenti in Germania: alcuni sono stati cancellati da guerre combattute in Italia, altri sono arrivati a instaurare una presenza massiccia nel paese in tempi più recenti. Tra questi, i più influenti sono i Farao di Cirò Marina, i Giglio di Strongoli, i Maesano di Isola Capo-Rizzuto, i Mazzafferro di Gioiosa Jonica, i Morabito di Africo, i Muto di Cetraro, i sanlucoti Nirta-Strangio, Pelle-Vottari (in guerra tra loro) e infine i grandi narcotrafficanti, come i Piromalli di Gioia Tauro, gli Ursino di Giosa Ionica e i sanlucoti alleati Romeo (Staccu) - Pelle (Gambazza), Giorgi e i Mammoliti. Questi clan sono presenti in quasi tutte le principali città tedesche; alcune vengono condivise tra più 'ndrine in una vera e propria pax mafiosa.

Sia in Germania che in Svizzera le indagini Crimine, Helvetia e Rheinbrucke hanno dimostrato l'esistenza di vere e proprie locali di 'ndrangheta distaccate, in grado anche di “battezzare”, ovvero di affiliare uomini d'onore. Il 20 dicembre 2009 a Singen, nel Baden-Württemberg, è stato filmato da telecamere nascosto un incontro di 'ndrangheta che in Italia avrebbe fatto scattare le manette. Ci sono cinque persone riunite nell'esercizio commerciale di Salvatore Femia che per discutere di questioni di 'ndrangheta, nello specifico relative al locale di Singen guidato da Bruno Nesci, procedono al “battesimo” del luogo della riunione, per renderlo “sacro” e successivamente il “capo società” Femia provvede a “formare” la società. Dopo avere effettuato la riunione la società viene “sformata” e Femia scioglie la seduta rendere il luogo della riunione non più un luogo “sacro” ma un mero luogo di passaggio.

Oltre a restituire a pieno la dimensione della sacralità di questa criminalità organizzata, l'episodio mostra quanto gli inquirenti tedeschi abbiano le mani legate: non possono intervenire perché, per le leggi tedesche, recitare quel rito non si configura come reato. Essere mafioso non è un crimine, e di conseguenza i loro beni legati ai mafiosi restano intoccabili, non possono essere sequestrati ne confiscati sulla base dell'appartenenza mafiosa. Dal primo luglio 2017 è entrata in vigore una nuova legge per cui diventa possibile per la Germania sequestrare beni alla criminalità organizzata, ma solo in caso di condanne per reati riconosciuti dall'ordinamento giuridico locale, come narcotraffico o riciclaggio. In alcune circostanze, i beni possono essere conficati anche in assenza di condanna penale, come avviene in Italia con le misure di prevenzione, se l'indiziato non è in grado di dimostrare l'origine lecita di ricchezze sproporzionate ai redditi dichiarati.

Una delle principali attività dei mafiosi in Germania è quella della ristorazione: pizzerie, ristoranti e bar. Questi locali, come hanno dimostrato le indagini congiunte dei Carabinieri del Ros e del Bka dopo la strage di Duisburg, diventano dei veri e propri centri logistici ad ampio spettro, quartieri generali per gli incontri, lavatrici per il denaro sporco nonché snodi per il traffico di armi e droga - soprattutto cocaina da Olanda (vedi Focus) e Belgio. Lo dimostrano le indagini sui super-narcos Sebastiano Signati e Bruno Pizzata, che dirigevano un imponente traffico di cocaina sull’asse, appunto, Olanda-Belgio-Germania. Pizzata, che viveva a Oberhausen, aveva proprio un ristorante come centro logistico, “La Cucina”.

Una fra le più importanti indagini sul riciclaggio di capitali mafiosi in Germania, partita dall’Italia, è l’operazione Scavo del 2013 contro Cosa Nostra agrigentina. L’indagine ha scoperto come un licatese di nome Gabriele Spiteri fosse stato incaricato da Cosa Nostra di gestire la “Baumafia”, ovvero una rete di 430 imprese di costruzioni mafiose (tutte rigorosamente aperte da prestanome) che in Germania costruivano palazzi, ma servivano anche da lavatrici per profitti illeciti milionari. Non era Spiteri – bocciato tre volte alle elementari – l’ideatore di questo sistema. A controllare le sue mosse, come ha rivelato un team internazionale d'inchiesta composto da giornalisti di Irpi, Correctiv e Grandangolo Agrigento, era Angelo Occhipinti, presunto capo-mandamento di Colonia per la mafia agrigentina. Il quale, secondo un ex-killer di Cosa Nostra con cui hanno parlato in esclusiva i giornalisti, prendeva ordini direttamente dai capi-mandamento della Provincia di Agrigento – gli stessi che nel 2012 hanno comandato la lupara bianca per il capo-mandamento di Manneheim dell'epoca, Giuseppe Condello, ritrovato cadavere in un cunicolo di scolo dell’acqua nelle campagne di Palma di Montechiaro. Dopo la risonanza internazionale della strage di Duisburg del 2007, infatti, sia la ‘ndrangheta che Cosa Nostra hanno cambiato tattica: si spara solo sul suolo italiano, così da non rovinare gli affari in Germania.

Perché qui, denunciano gli investigatori del BKA durante una tavola rotonda per addetti ai lavori svoltasi a Palermo il 28 ottobre scorso, le mafie vanno ben oltre i mercati illegali come armi, droga, estorsioni, banconote false. Ormai sono presenti nei mercati leciti ottenendo appalti pubblici, infiltrando il mercato alimentare, offrendo servizi sanitari, gestione rifiuti e accedendo anche ai sussidi pubblici per queste attività. Wolfgang Rham, ispettore tedesco che dedica la sua carriera alla lotta alla mafia nel Baden-Württemberg, durante l'incontro la definisce “mafia borghese” e crede che per combatterla si debba “sconfiggere l'omertà”.

Parla dei cittadini tedeschi, non degli italiani. Crede che l'omertà sia un fenomeno umano che va di pari passo con la diffusione delle mafie, e per questo ha creato un portale web per le segnalazioni, con tanto di numero verde. “Fra le autorità e gli stessi poliziotti, molti pensano di avere tutto sotto controllo, che la mafia non sia un problema. Ma non è così. I mafiosi si sono ramificati molto bene e hanno infiltrato la vita sociale del paese, stringendo la mano alle classi dirigenti”, conclude Rahm. “Politici, magistrati, giudici, poliziotti, giornalisti. E' un fenomeno silenzioso ma dilagante”.

Focus

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