“Preferirei di no”, ripete Bartleby lo scrivano nel racconto di Herman Melville, rifiutando di obbedire agli ordini del principale: una frase diventata simbolo di anticonformismo e ribellione all’autorità. In questa newsletter, che esce ogni martedì fino al referendum sulla riforma Nordio, noi del Fatto vi raccontiamo la campagna referendaria e le ragioni per opporsi a un disegno mirato a indebolire la magistratura a vantaggio della politica, e quindi utile al potere ma non ai cittadini. Un’offerta a cui rispondere nelle urne con un fermo “preferiamo di No”.
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In libreria e in ebook trovate Perché No, la guida al referendum di Marco Travaglio – edita da PaperFirst, la casa editrice del Fatto – con l’introduzione di Gustavo Zagrebelsky e il contributo di Nicola Gratteri.
Con questa puntata lanciamo una nuova iniziativa: a questo link, nella sezione “Fatto da voi” del nostro sito, trovate un modello di card da personalizzare e condividere sui social con il vostro “Perché no”.
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Anche questa settimana il dibattito sul referendum è stato un po’ oscurato dalla guerra in Medio Oriente, argomento ben più decisivo per le sorti del mondo. Ma non per quelle del governo, che ora teme davvero i sondaggi: quasi tutte le rilevazioni più recenti (le ultime disponibili: nei 15 giorni prima delle urne è proibita la diffusione) danno il No in vantaggio, ormai anche a prescindere dal dato dell’affluenza. Così in questi giorni abbiamo assistito alla discesa in campo a tutti gli effetti di Giorgia Meloni: la premier ha deciso di investire tutto il suo consenso per provare a invertire il trend, personalizzando la campagna sulla riforma Nordio come finora aveva evitato di fare, ma allo stesso tempo assicurando che un’eventuale sconfitta non avrà effetti sul governo.
Come ci racconta oggi Giacomo Salvini sul Fatto, da qui al voto Meloni farà un’intervista al giorno (o quasi) su giornali, tv e radio: giovedì chiuderà un evento di Fratelli d’Italia per il Sì a Milano, mentre il 20 marzo (ultimo giorno prima del silenzio elettorale) dovrebbe lanciare un appello finale. Il tour de force è iniziato tra domenica e lunedì con un doppio intervento: prima a Fuori dal coro, il salotto amico di Mario Giordano su Rete 4, poi sui social con un lungo video-spot. A scombinare subito i piani, però, è arrivata l’ennesima uscita infelice da parte di un membro del governo: Giusi Bartolozzi, potente capo di gabinetto del ministero della Giustizia (indagata per aver reso false informazioni ai pm sul caso Almasri) che in un dibattito tv ha invitato a votare Sì al referendum per “togliersi di mezzo la magistratura“, definita un “plotone di esecuzione”. Parole che hanno fatto calare il gelo a palazzo Chigi, da dove era arrivato l’ordine, per l’ultima fase della campagna, di non innescare polemiche capaci di mettere in secondo piano il messaggio di Meloni. Detto, fatto.
Nella sua arringa social di 13 minuti (qui il video integrale) la presidente del Consiglio dice di voler spiegare “cosa c’è davvero nella riforma”, accusando il fronte del No di usare “semplificazioni, slogan e informazioni parziali o distorte”. A ben vedere, però, è esattamente il contrario. Sono moltissime affermazioni dello “spiegone” di Meloni, infatti, a risultare palesemente false, oppure a distorcere i contenuti della legge omettendo elementi fondamentali: come ha riassunto Marco Travaglio intervistato dal nostro Simone Bauducco, “o non conosce la riforma, o ci prende tutti per fessi”. Ecco le bugie della premier analizate una a uuna.
- “Al potere dei magistrati quasi mai corrisponde un’adeguata responsabilità. Se un magistrato sbaglia, se è negligente, nella maggior parte dei casi non accade assolutamente nulla”.
Per smentire questa tesi bastano i numeri della Sezione disciplinare del Csm, l’organismo che sanziona i magistrati per i loro illeciti deontologici. Nell’attuale consiliatura (da febbraio 2023 a dicembre 2025) sono state emesse 199 sentenze: 82 di queste, cioè il 41%, sono di condanna. Per quanto riguarda le specifiche sanzioni, solo in due casi è stato deciso per la meno grave, l’ammonimento (sostanzialmente senza conseguenze); in 46 casi la censura, che impedisce al giudice o pm sanzionato di concorrere per posti di vertice nei dieci anni successivi; in 17 casi la perdita di anzianità, che influisce sulle prospettive di carriera e di pensione; in nove casi la sospensione dalle funzioni. Ben otto delle sentenze di condanna pronunciate, il 10%, hanno invece inflitto la sanzione più grave, la rimozione dall’ordine giudiziario. Numeri in proporzione molto più alti di quelli delle altre categorie professionali (a partire dagli avvocati).
Sul piano comparato, invece, l’ultimo rapporto ufficiale del Consiglio d’Europa mostra che il nostro sistema è più severo di quello dei Paesi paragonabili: nel 2022 in Italia sono stati puniti disciplinarmente 38 magistrati su 9.421, lo 0,4%, contro lo 0,39% della Spagna, lo 0,09% della Francia e lo 0,19% dei Paesi Bassi(Germania e Regno Unito non hanno comunicato i dati). Allargando l’arco temporale, viene fuori un quadro ancora più netto: in un dossier pubblicato online e consultabile qui, il consigliere del Csm Marco Bisogni ha ricostruito che negli ultimi 15 anni in Italia sono stati sanzionati 42 magistrati l’anno, lo 0,5%, contro lo 0,2% della Spagna (14 sanzioni l’anno) e lo 0,1% della Francia (appena nove).
Le critiche del governo, inoltre, stridono con il comportamento del ministro della Giustizia: il Guardasigilli infatti ha il potere, come la Procura generale della Cassazione, di mettere sotto accusa i magistrati e impugnare le sentenze del Csm di fronte alla Suprema Corte (a questo scopo ha a disposizione una struttura apposita, l’Ispettorato generale). Può inoltre opporsi alle richieste di archiviazione della Procura generale, imponendo di svolgere indagini e/o di tenere il processo di fronte al Csm. Ebbene, negli ultimi tre anni Nordio ha esercitato l’azione disciplinare contro i magistrati in media 28 volte l’anno, mentre la Procura generale (cioè la magistratura stessa) 52. Soprattutto, non ha impugnato quasi mai le decisioni dell’organo di autogoverno: nell’intera consiliatura l’ha fatto appena sei volte. Tanto che persino il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli, eletto in quota Lega, ha rinfacciato al ministro questo dato, definendo “destituite di fondamento” le sue accuse alla Sezione disciplinare.
- “La riforma rende la giustizia più libera dai condizionamenti della politica. Attualmente il Csm viene eletto dai magistrati sulla base di liste organizzate dalle correnti ideologizzate, e dal Parlamento con logiche di spartizione politica. La riforma sostituisce questo modello, in mano alle correnti e ai partiti, con un sorteggio”.
La premier omette un elemento fondamentale: il sorteggio non sarà uguale per magistrati e politici. Anzi, per i secondi sarà finto: i membri “laici” dei due futuri Csm, cioè professori universitari e avvocati, saranno estratti nell’ambito di liste votate dal Parlamento in seduta comune. Quindi, mentre giudici e pm perderanno il diritto di scegliere i propri rappresentanti, i parlamentari (e quindi il governo) continueranno di fatto a farlo: i membri laici, pertanto, avranno un peso specifico molto superiore di quello che hanno adesso, e l’influenza della politica sui Csm inevitabilmente crescerà. La riforma, peraltro, non specifica quanto devono essere lunghe le liste dei “sorteggiabili”: più saranno brevi più il sorteggio sarà finto. E non è specificata neppure la maggioranza necessaria per compilarle: se le leggi attuative non imporranno un quorum qualificato – come quello dei tre quinti previsto adesso per garantire le opposizioni – basterà la maggioranza semplice. In quel caso, il governo di turno potrà sostanzialmente accaparrarsi tutti i posti a disposizione.
- “Istituiamo l’Alta Corte disciplinare, cioè una corte per giudicare i magistrati che sbagliano, composta anch’essa di magistrati e membri laici estratti a sorte tra persone altamente qualificate, senza logiche di corrente o di partito”.
Idem come sopra: anche per l’Alta Corte il sorteggio dei laici sarà “pilotato”, cioè avverrà nell’ambito di una lista votata dal Parlamento. Il loro peso, inoltre, crescerà anche numericamente: mentre nell’attuale Sezione disciplinare del Csm i membri di nomina politica sono due su sei, nel nuovo organo saranno sei su 15 (di cui tre scelti dal presidente della Repubblica). Questi 15, però, non giudicheranno mai tutti insieme: contro le sentenze dell’Alta Corte, infatti, non è più ammesso ricorso in Cassazione, ma solo alla stessa Alta Corte, che giudica senza la partecipazione dei membri che hanno deciso in primo grado. Una parte dei giudici, quindi, costituirà il collegio (o i collegi) di primo grado, un’altra parte il collegio (o i collegi) d’appello. Ma quanti saranno, in ciascuno di questi tribunali, i membri laici e i membri togati? In teoria nulla impedisce che, in un determinato collegio, i giudici di nomina politica possano essere la maggioranza. E quindi avere, da soli, i numeri per punire i magistrati con sanzioni fino all’espulsione.
- “Si dice che la riforma non risolva i veri problemi della giustizia. Invece io penso che lo faccia partendo dalla radice, perché con il nuovo sistema il magistrato che non si dedicherà al lavoro dovrà vedersela con un giudice disciplinare finalmente terzo e con un Csm che valuterà il merito. Forse non vedremo più quei casi di giudici che sono stati palesemente negligenti senza alcuna conseguenza”.
La maggioranza relativa delle condanne disciplinari, 17 su 82, in questa consiliatura è stata emessa proprio per “reiterato, grave e ingiustificato ritardo nel compimento degli atti”; per questa tipologia di illecito le condanne superano le assoluzioni, che sono state 13. In particolare, sono state inflitte 11 censure, tre perdite di anzianità, due sospensioni e una rimozione dal servizio. Meloni, peraltro, finge che i ritardi e le inefficienze della giustizia italiana siano colpa dei magistrati, mentre per capirne le ragioni basta guardare di nuovo i dati del Consiglio d’Europa: secondo il rapporto 2024 (dati 2022), in Italia ci sono 12,2 giudici ogni centomila abitanti, contro una media europea di 21,5, e 3,7 pubblici ministeri, contro una media europea di 21,5. Il nostro Paese, quindi, ha un quarto dei pm rispetto agli altri e poco più di metà dei giudici. E quanto lavorano? Molto di più: ogni giudice civile gestisce in media 176 fascicoli l’anno, nel resto d’Europa 88; ogni giudice penale 154, nel resto d’Europa 76; ogni pubblico ministero 1.230, nel resto d’Europa 204.
- “La riforma è sostenuta con convinzione da moltissimi magistrati, anche molti più di quanti lo dichiarino pubblicamente. Forse ci si dovrebbe interrogare sul perché alcuni preferiscano non dichiararlo”.
I magistrati in servizio che si sono schierati apertamente a favore della riforma, sottoscrivendo l’apposito appello, sono 34 su 9.657 (intervistati quasi quotidianamente dai giornali di destra). All’ultima assemblea generale dell’Associazione nazionale magistrati, lo scorso ottobre, il documento finale che lanciava la campagna per il No è stato approvato con sei voti contrari e un astenuto su 1.296. È certamente possibile, come dice la premier, che altri giudici e pm sostengano la riforma e preferiscano non dirlo (non è chiaro per quale motivo). Ma è un’affermazione ovviamente indimostrabile.
- “È una riforma che serve a far recuperare alla magistratura un prestigio compromesso e ad aumentare la fiducia dei cittadini verso la giustizia”.
Certamente la magistratura non gode del suo momento di maggiore popolarità. Ma un sondaggio Ixé pubblicato nelle scorse settimane mostra che la fiducia nei magistrati è comunqueil quadruplo di quella nei partiti: il 51% degli intervistati dice di averne “molta” o “abbastanza” (dato in crescita di sei punti rispetto al 2025) mentre solo il 12% afferma lo stesso dei politici (l’anno scorso era il 14%).
- “Se chi ti accusa e chi ti giudica sono due colleghi di lavoro, con percorsi di vita e lavorativi che si incrociano di continuo, è possibile che chi ti giudica abbia, diciamo così, un occhio di riguardo per quello che dice chi ti accusa? Noi pensiamo di sì”.
Opinione legittima, ma i numeri dicono altro: nell’anno giudiziario 2020/21 (ultimi dati resi noti dal ministero) il 54,8% dei giudizi ordinari di merito – cioè quelli che si svolgono nel contraddittorio delle parti in seguito a un’udienza preliminare – termina con una sentenza di assoluzione, il 36,8% con una sentenza di condanna, l’8,4% con sentenze “miste” (assoluzioni per alcuni capi d’accusa e condanne per altri). Considerando anche i giudizi “speciali”, cioè quelli accelerati – a cui si ricorre per reati meno gravi o quando la prova è particolarmente solida – i due esiti sono quasi alla pari: 46,2% di condanne e 46,3% di assoluzioni. Spostando lo sguardo alla fase delle indagini, invece, si scopre che nel 40% dei casi è lo stesso pm a chiedere l’archiviazione.
- “Con la separazione delle carriere il processo diventa più giusto e il cittadino più garantito”.
Anche qui, i dati comparati dicono il contrario: nei Paesi dove giudici e pm appartengono a due ordini separati, o dove i magistrati dell’accusa rispondono all’esecutivo, gli errori giudiziari e le ingiuste detenzioni sono molti di più che in Italia. I numeri: in Italia tra il 2018 e il 2024 sono state risarcite in media 565 ingiuste detenzioni ogni anno su 49.037 arresti in fase d’indagine, l’1,15%. Troppe? Può darsi, ma a guardare la Francia sembrano poche: Oltralpe le ingiuste detenzioni viaggiano tra le 500 e le 520 l’anno, ma su un totale di 12-15 mila arresti, con un’incidenza quindi di circa il 4%, più che tripla rispetto all’Italia. Passando agli errori giudiziari veri e propri, in Italia le condanne annullate in sede di revisione sono in media sette l’anno, pari a 0,12 casi per milione di abitanti; nel Regno Unito sono 0,31, più del doppio; negli Usa 0,44, oltre il quadruplo.
- “Il sorteggio dei magistrati avverrà su una platea qualificata, formata da persone che normalmente decidono della libertà dei cittadini, sulla sorte delle famiglie, dell’economia italiana. Mi volete dire che le stesse persone non sarebbero capaci di decidere chi va a fare il procuratore della Repubblica o il presidente di un Tribunale?”.
Come tutto il fronte del Sì, Meloni distorce il ruolo del Csm descrivendolo come un ufficio di collocamento che si occupa solo di nomine e promozioni. In realtà l’organo di autogoverno ha un ruolo molto più ampio e importante, che è sostanzialmente politico: garantisce l’autonomia e dell’indipendenza della magistratura dalle ingerenze degli altri poteri, in primis del governo. Lo fa proteggendo i magistrati nel mirino della politica con le cosiddette “pratiche a tutela“, ma anche vigilando sulle scelte degli stessi magistrati in posizioni di potere: ad esempio, può annullare il provvedimento con cui un procuratore capo toglie a un pm un fascicolo delicato in violazione delle regole interne. Il Consiglio esprime pareri su disegni di legge in materia di giustizia e decide, attraverso circolari interne, i criteri di organizzazione degli uffici e quelli per la nomina dei dirigenti: può optare per modelli più “orizzontali” o più verticistici, può scegliere di valorizzare alcune esperienze rispetto ad altre. Tutto questo fa già capire come il ruolo del consigliere del Csm sia molto diverso da quello del giudice o del pm: richiede competenze specifiche, esperienza, sensibilità politica e una legittimazione che può essere fornita solo da un voto dei colleghi.
Ma il Consiglio – ve lo abbiamo spiegato in una delle scorse puntate – può diventare anche un terreno di resa dei conti della politica nei confronti del potere giudiziario: in questi anni abbiamo assistito più volte a tentativi, da parte del ministro o dei membri laici in quota centrodestra, di punire magistrati sgraditi attraverso iniziative disciplinari infondate o richieste strumentali di trasferimento. Queste offensive sono sempre finite nel vuoto grazie alla compattezza dei consiglieri togati eletti – compresi quelli di orientamento conservatore – che si sono opposti. Dei consiglieri sorteggiati, trovandosi per caso in un ruolo di così grande potere, esposti alle lusinghe dei membri scelti dalla politica, avrebbero la stessa forza?
Da leggere sul Fatto
Nell’editoriale di oggi (“Meglio afona”) e in quello di domenica (“La riformatrice ignara”) Marco Travaglio smonta altre fake news pronunciate nei giorni scorsi da Meloni, che ha messo in relazione la riforma con il caso della “famiglia del bosco” o con le decisioni in tema di immigraione e sicureza. Giovedì scorso (“Dal Vangelo secondo Licio”) il direttore ha invece ironizzato sull’assicurazione di Alfredo Mantovano, religiosissimo sottosegretario a palazzo Chigi e braccio destro della premier, che “i cattolici voteranno Sì” perché la riforma è “coerente con la dottrina sociale della Chiesa”. E il giorno dopo (“Cameriere, Champagne!”) è tornato su un tema di cui abbiamo trattato a fondo: il colpo di spugna sullo scandalo Palamara. Questa settimana, infatti, è stato ufficializzato il rientro in magistratura dell’ex sottosegretario renziano Cosimo Ferri, scampato alla radiazione grazie allo scudo del Parlamento. E lo stesso Luca Palamara, grazie alla legge Nordio che ha svuotato il reato di traffico di influenze, ha chiesto la revoca del patteggiamento ottenendo il parere favorevole della Procura: lo ha raccontato sul Fatto Antonio Massari. Martedì abbiamo ospitato il quarto forum sul referendum in redazione, dialogando con i procuratori capo di Catania, Francesco Curcio, di Prato, Luca Tescaroli, e di Trani, Renato Nitti: trovate le clip video sul nostro sito e sul nostro canale YouTube.
Sul giornale di oggi trovate poi un’importante (e finora inedita) dichiarazione di voto contro la riforma: quella dell’ex capo della Polizia Franco Gabrielli, affidata in un’intervista a Wanda Marra. Lunedì Ilaria Proietti ha raccontato dei messaggi promozionali per il Sì ricevuti dagli italiani residenti a Barcellona, finiti in una chat di propaganda elettorale dopo aver chiesto informazioni di servizio a una consigliera del Comites, l’organismo di rappresentanza dei nostri compatrioti all’estero. Con Lorenzo Giarelli vi abbiamo parlato del tour di Nordio in giro per l’Italia: 6.500 chilometri in 17 giorni per spingere il Sì. Una delle tappe, quella di Potenza, è stata però funestata da qualche inconveniente: l’elicottero della Guardia di finanza su cui viaggiava il ministro è atterrato su un campo da calcio distruggendo la superficie di erba sintetica, e al pranzo con il Guardasigilli è spuntato un imprenditore locale dai trascorsi giudiziari non proprio limpidi (ne ha scritto per il nostro giornale Leo Amato). Tra i “convertiti” dell’ultimo minuto a favore della riforma, avete potuto leggere del clamoroso caso di Marilisa D’Amico, costituzionalista e moglie di Nicolò Zanon, presidente del Comitato per il Sì voluto dal governo.
Abbiamo pubblicato un commento di Isaia Sales sul rancore della maggioranza contro i magistrati e uno di Daniela Ranieri sull’endorsement alla riforma arrivato da Marina Berlusconi su Repubblica. Giovanni Valentini, invece, ci ha spiegato perché votera No nonostante sia sempre stato favorevole alla separazione delle carriere: “Nelle intenzioni della maggioranza parlamentare che ha approvato la legge, lo scopo ultimo non è quello di risolvere effettivamente i tanti problemi della giustizia italiana, ma piuttosto di indebolire il ruolo del pm”.