Preferirei di no, di Paolo Frosina
17 Febbraio 2026
Il senso di Nordio per il caso Palamara
di Paolo Frosina

“Preferirei di no”, ripete Bartleby lo scrivano nel racconto di Herman Melville, rifiutando di obbedire agli ordini del principale: una frase diventata simbolo di anticonformismo e ribellione all’autorità. In questa newsletter, che esce ogni martedì fino al referendum sulla riforma Nordio, noi del Fatto vi raccontiamo la campagna referendaria e le ragioni per opporsi a un disegno mirato a indebolire la magistratura a vantaggio della politica, e quindi utile al potere ma non ai cittadini. Un’offerta a cui rispondere nelle urne con un fermo “preferiamo di No”.
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In libreria e in ebook trovate Perché No, la guida al referendum di Marco Travaglio – edita da PaperFirst, la casa editrice del Fatto – con l’introduzione di Gustavo Zagrebelsky e il contributo di Nicola Gratteri.

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Più che della riforma Nordio, questa settimana il dibattito referendario si è occupato di Nicola Gratteri. Il procuratore di Napoli, simbolo della lotta alla ‘ndrangheta e popolarissimo testimonial del fronte del No, ha subito un assalto mediatico dai politici di centrodestra (gli stessi che fino a poco tempo fa lo riempivano di elogi) per un passaggio di una sua video-intervista al Corriere della Calabria: “È certo che per il No voteranno le persone perbene, che credono nella legalità come pilastro importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno per il Sì, ovviamente, gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Parole che hanno attirato sul pm calabrese gli strali dei massimi esponenti della maggioranza: il presidente del Senato Ignazio La Russa lo ha accusato di “offendere milioni di cittadini”, il vicepremier Matteo Salvini ha annunciato di volerlo denunciare, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha evocato i famosi test psico-attitudinali per le toghe. Anche gli uomini della destra al Consiglio superiore della magistratura – l’organo che dovrebbe tutelare l’indipendenza dei magistrati – si sono attivati subito, chiedendo di valutare “l’equilibrio” di Gratteri e ventilando iniziative disciplinari a suo carico.

Ma davvero il capo dei pm di Napoli ha dato dei delinquenti a tutti quelli che voteranno Sì? Chiaramente no: com’è evidente dalla trascrizione dell’intervista, il concetto espresso è molto diverso. Sulla base della sua esperienza in Calabria, dove ha lavorato per quasi tutta la carriera, Gratteri ha sottolineato come la riforma convenga ai poteri – criminali e non – che si avvantaggiano di un sistema giudiziario più debole: cioè a chi ci guadagna se la magistratura è meno autonoma, più impaurita, più condizionabile. Che l’obiettivo sia ridurre il raggio d’azione delle toghe, d’altra parte, lo hanno ammesso più volte esplicitamente vari membri del governo, da Nordio alla premier Giorgia Meloni. E a riconoscere il senso delle parole del procuratore sono stati anche venti consiglieri del Csm su trenta, schierandosi a sua difesa con un comunicato diffuso venerdì: “In un Paese come il nostro, segnato dal peso delle grandi organizzazioni criminali, interrogarsi su interessi e convenienze – anche criminali – che possono muoversi intorno a una riforma non è un’eresia: è un dovere di responsabilità per chi ricopre funzioni pubbliche”.

L’ossessione di Nordio

La settimana si è distinta anche per la grande quantità di interviste e apparizioni tv del Guardasigilli, in pieno tour mediatico per contrastare la rimonta del No (a proposito: per la prima volta un sondaggio ha stimato il sorpasso sul Sì). Nordio ha battuto su uno dei suoi argomenti preferiti: il cosiddetto scandalo Palamara, cioè il “mercato” delle nomine dei capi degli uffici giudiziari emerso dall’indagine a carico di Luca Palamara, ex pm radiato dalla magistratura. Per sostenere il sorteggio dei magistrati membri del Csm, previsto dalla sua riforma, Nordio descrive la vicenda in toni sempre più apocalittici: sabato, in un’intervista, è arrivato a parlare di un “meccanismo para-mafioso“ nelle scelte dell’organo di autogoverno delle toghe. E soprattutto accusa le correnti, i “partiti” di giudici e pm, di aver “messo il coperchio” sullo scandalo: “Cinque magistrati sono stati allontanati dal Csm e decine di altri si sono salvati”, perché “appartenendo a determinate correnti, sono stati protetti”, ha detto giovedì ospite di Bruno Vespa, nel confronto tv con il presidente del Comitato della società civile per il No, il fisico Giovanni Bachelet. Ma cos’è stato esattamente lo scandalo Palamara? Davvero è stato insabbiato (solo) dai magistrati? E soprattutto, il sorteggio è la soluzione per evitare che si ripeta?

Lo scandalo Champagne

Nel 2019 Luca Palamara è un pm della Procura di Roma, leader della corrente Unità per la Costituzione (UniCost). È uno dei magistrati più politicamente potenti d’Italia: dal 2008 al 2012 è stato il presidente più giovane di sempre dell’Associazione nazionale magistrati (l’organismo di rappresentanza delle toghe) dal 2014 al 2018 consigliere del Csm. La Procura di Perugia, competente sui reati commessi dai magistrati in servizio a Roma, lo indaga con l’ipotesi di corruzione da parte di alcuni imprenditori (l’inchiesta finirà con un patteggiamento per il meno grave reato di traffico d’influenze) e installa nel suo smartphone un trojan, il software che trasforma i telefoni in microspie ambulanti. Tra le altre cose, la cimice registra un incontro notturno in un salottino di un albergo romano, l’hotel Champagne, in cui si discute della nomina del procuratore della Capitale, che il Csm dovrà votare di lì a poco. Oltre a Palamara – in quel momento non più membro dell’organo – alla riunione ci sono cinque consiglieri in carica e due deputati renziani del Pd: Cosimo Ferri, già sottosegretario alla Giustizia in tre governi, nonché giudice in aspettativa e a lungo leader della corrente “di destra” di Magistratura indipendente; e l’ex ministro Luca Lotti, in quel momento imputato proprio a Roma per favoreggiamento nel processo Consip. Ascoltati dalla Guardia di finanza, i partecipanti discutevano della strategia per far eleggere il “loro” candidato a capo dei pm capitolini e piazzare nomi graditi al vertice di altre importanti Procure d’Italia, allontanando invece i magistrati “nemici”.

I sommersi e i salvati

Che fine hanno fatto i protagonisti di quell’incontro? Dopo l’esplosione dello scandalo, Palamara è stato sospeso d’urgenza e poi espulso dall’ordine giudiziario a tempo di record. I consiglieri si sono dovuti dimettere dal Csm e sono stati sanzionati, in sede disciplinare, con lunghe sospensioni dalle funzioni e dallo stipendio. Lotti non è stato ricandidato dal Pd alle elezioni politiche del 2022. E Ferri? Grazie al suo status di parlamentare, è l’unico a non aver subito conseguenze: con i voti del centrodestra, di Italia viva e di Azione, la Camera ha negato alla Sezione disciplinare del Csm l’uso delle intercettazioni nei suoi confronti, salvandolo da una probabile radiazione. Così – come vi abbiamo raccontato sul Fatto – a breve l’ex sottosegretario tornerà a fare il giudice proprio a Roma, la città di cui voleva decidere il procuratore insieme a Palamara. Insomma, su questa vicenda la magistratura – con tutti i suoi limiti – ha tentato di fare pulizia al proprio interno: il clamoroso colpo di spugna invece è arrivato dalla classe politica, e in particolare dalla maggioranza che sostiene il governo di cui fa parte Nordio.

Lo scandalo Palamara però non si riduce all’hotel Champagne. Nel telefono dell’ex pm gli inquirenti sequestrano un enorme archivio di chat da cui emerge un sistema collaudato di gestione clientelare delle nomine: magistrati di tutta Italia scrivevano al potente capocorrente per autopromuoversi, raccomandare amici o denigrare nemici per i posti vertici di Procure, Tribunali e Corti. Quasi nessuno di loro ha avuto conseguenze sulla carriera, anzi alcuni sono stati addirittura promossi dal Csm: a questo si riferisce Nordio quando parla di scandalo “insabbiato”. C’è solo un dettaglio: in questa consiliatura, i voti decisivi per salvarli sono arrivati sempre dai “laici” di centrodestra, cioè i consiglieri eletti dal Parlamento su input dei partiti della maggioranza. L’ultimo caso risale a novembre, quando il Consiglio ha concesso con dieci voti favorevoli, otto contrari e nove astenuti la valutazione positiva di professionalità (cioè lo scatto periodico di carriera e di stipendio) al pm bolognese Roberto Ceroni; prima di lui, per fare solo qualche esempio, grazie al centrodestra erano stati “perdonati” Paolo Auriemma, confermato procuratore di Viterbo e poi nominato nello stesso ruolo a Rieti; Marilena Rizzo, confermata alla presidenza del Tribunale di Firenze e poi promossa a capo della Corte d’Appello di Bologna; Antonello Racanelli, confermato procuratore aggiunto a Roma e poi promosso capo dei pm di Padova. Una delle “chattiste” più sfacciate, poi, Nordio se l’è persino portata al ministero: Rosa Sinisi, ex presidente della Corte d’Appello di Potenza, nominata vice capo del Dipartimento organizzazione giudiziaria dopo aver raccomandato per anni a Palamara candidati per gli uffici giudiziari di tutta la Puglia.

Prima di tuonare contro i magistrati, quindi, forse il ministro dovrebbe guardare in casa propria. Ma al di là delle questioni di coerenza, il sorteggio del Csm – così come lui lo ha pensato – è tutt’altro che la soluzione per evitare nuovi casi Palamara: anzi, rischia di crearne di peggiori. Nei due futuri Consigli superiori – uno per i giudici e uno per i pm – gli unici a essere davvero sorteggiati saranno i rappresentanti dei magistrati, i cosiddetti “togati“; quelli dei politici, i “laici” (professori e avvocati) lo saranno per finta, cioè all’interno di un elenco (non si sa quanto lungo) precompilato dal Parlamento tramite elezione. La conseguenza, come abbiamo detto tante volte, è che il peso specifico della quota politica all’interno del Csm aumenterà enormemente: da una parte infatti avremo sempre una squadra compatta di laici esperti, selezionati in modo studiato e consapevole; dall’altra un insieme di magistrati scelti a caso, senza la formazione specifica per ricoprire un ruolo delicatissimo né la legittimazione proveniente dal voto dei colleghi. E quindi molto più deboli – e molto più condizionabili – dei togati attuali. L’effetto più probabile è che le distorsioni come quella dell’hotel Champagne, dove i politici partecipavano direttamente alle nomine dei procuratori, si moltiplicheranno. E il potere delle correnti che si vorrebbe neutralizzare sarà sostituito da un potere molto più subdolo e meno controllabile.

Da leggere sul Fatto

Alle uscite sgangherate del Guardasigilli Marco Travaglio ha dedicato l’editoriale di oggi, “Nordio in playback”. In quello di sabato, “Il re è nudo”, ha parlato dell’indignazione pelosa (da pulpiti non proprio immacolati) per le parole di Gratteri. E martedì 12 febbraio (“Marina va al mercato”) ha commentato la dichiarazione di voto per il Sì di Marina Berlusconi in nome della “terzietà” dei giudici, ricordando i giudici corrotti dagli avvocati di suo papà Silvio. Martedì scorso abbiamo ospitato in redazione il primo dei nostri forum sul referendum, con ospite proprio Nicola Gratteri: trovate tutte le clip video sul nostro sito. Da venerdì, sul fattoquotidiano.it e sul canale YouTube del direttore trovate anche la terza puntata della video-guida “Perché No”: Travaglio spiega perché la riforma non danneggia i magistrati, ma noi cittadini.

Con Vanessa Ricciardi e Giacomo Salvini, giovedì vi abbiamo parlato dei timori dentro la maggioranza per i sondaggi sempre più favorevoli al No, e del sondaggio interno sulla riforma inviato da Fratelli d’Italia ai suoi elettori. Mentre Nordio si concentra sulla campagna, peraltro, gli investimenti nella giustizia calano: nel 2026 sono stati tagliati di quasi 130 milioni. Venerdì Lorenzo Giarelli ha raccontato del tentativo del fronte del Sì di arruolare persino il defunto Indro Montanelli tra i sostenitori della riforma, respinto con perdite dalla nipote. Sabato Liana Milella ha intervistato il calabrese Luigi Li Gotti, avvocato ed ex parlamentare dell’Italia dei Valori, che, commentando le parole di Gratteri sulla base della sua esperienza, ha confermato come la ‘ndrangheta e la massoneria deviata del suo territorio siano probabilmente schierate per il Sì.

Sempre sabato, in Campidoglio c’è stato un dibattito sulla riforma organizzato dal Movimento 5 stelle con Marco Travaglio, Giuseppe Conte e l’avvocato Franco Coppi. Il più celebre penalista italiano, intervistato da Giuseppe Pipitone, ha ribadito di non comprendere “tutto questo entusiasmo” per la separazione delle carriere da parte dei suoi colleghi: “Aspetto ancora una dimostrazione dei vantaggi. Separate le carriere avrò maggiori garanzie che una persona perbene non vada in galera? Non mi sembra”. Sul piano tecnico vi abbiamo spiegato il “trucco” nella composizione della nuova Alta Corte, l’organo che sanzionerà disciplinarmente i magistrati al posto del Csm: i membri nominati dalla politica potrebbero trovarsi a essere la maggioranza nei singoli collegi giudicanti. Infine vi abbiamo anticipato il nuovo terreno dell’offensiva del governo: la richiesta all’Anm di pubblicare i nomi dei cittadini che finanziano il comitato “Giusto dire No”, il maggiore soggetto creato per la campagna referendaria. In pratica un invito a violare la legge sulla privacy. Sarà che il nervosismo cresce?

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