“Preferirei di no”, ripete Bartleby lo scrivano nel racconto di Herman Melville, rifiutando di obbedire agli ordini del principale: una frase diventata simbolo di anticonformismo e ribellione all’autorità. In questa newsletter, che esce ogni martedì fino al referendum sulla riforma Nordio, noi del Fatto vi raccontiamo la campagna referendaria e le ragioni per opporsi a un disegno mirato a indebolire la magistratura a vantaggio della politica, e quindi utile al potere ma non ai cittadini. Un’offerta a cui rispondere nelle urne con un fermo “preferiamo di No”.
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In libreria e in ebook trovate Perché No, la guida al referendum di Marco Travaglio – edita da PaperFirst, la casa editrice del Fatto – con l’introduzione di Gustavo Zagrebelsky e il contributo di Nicola Gratteri.
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Martedì scorso ci siamo lasciati dicendo che, “a meno di sconvolgimenti”, la partita politico-giudiziaria sulla data del voto era da considerarsi chiusa. Una settimana dopo, in effetti, il referendum è ancora in programma il 22 e 23 marzo. Lo “sconvolgimento” a cui ci riferivamo, però, si è verificato: la Corte di Cassazione ha riscritto il quesito che troveremo sulle schede, riconoscendo la correttezza di quello depositato dai 15 cittadini promotori della raccolta firme e – implicitamente – l’errore in quello proposto dai parlamentari e già ammesso a novembre. Il quesito “popolare”, a differenza di quello dei politici, elenca infatti i sette articoli della Costituzione modificati dalla riforma, un’indicazione richiesta esplicitamente dalla legge sui referendum (la 352 del 1970) per le leggi di revisione costituzionale (diverse dalle leggi costituzionali, che non modificano la Carta pur avendo lo stesso valore). La Suprema Corte ne ha preso atto e venerdì ha corretto sé stessa, sostituendo il quesito già ammesso. Insomma, la mobilitazione che ha raccolto 500mila firme in 25 giorni era tutt’altro che “superflua” e “assurda”, come l’ha definita Carlo Nordio: “Il quesito non può cambiare”, assicurava il ministro della Giustizia per sminuire l’iniziativa. Invece, a quanto pare, poteva cambiare eccome.
Il (nuovo) blitz del governo
Il verdetto della Cassazione ha gettato nel panico la maggioranza. Il governo infatti aveva già convocato le urne sulla base della richiesta dei parlamentari, senza attendere – per la prima volta nella storia dei referendum costituzionali – il termine entro cui anche i cittadini potevano raccogliere le firme (tre mesi dalla pubblicazione della legge). Secondo diversi costituzionalisti, il cambio di quesito avrebbe quindi costretto a convocare un nuovo referendum, che a quel punto – visti i cinquanta giorni d’anticipo obbligatori per legge – si sarebbe tenuto non prima del 29 marzo. Ancora una volta, però, l’esecutivo ha scelto di tagliare corto: a mezzogiorno di sabato, un Consiglio dei ministri convocato a tempo di record si è limitato a “precisare” il quesito, tenendo ferma la data fissata in precedenza. Nel frattempo partiva la macchina del fango contro l’Ufficio centrale per il referendum, il maxi-collegio della Cassazione che giudica le richieste referendarie: uno dei suoi 21 componenti, Alfredo Guardiano, è finito nel mirino della destra per essersi esposto nella campagna per il No, mentre a un’altra, Donatella Ferranti, è stato rinfacciato un passato da parlamentare del Pd.
Per due volte, quindi, il governo ha forzato la Costituzione con interpretazioni borderline pur di non ritardare le urne di qualche settimana: la dimostrazione che votare in fretta è un obiettivo cruciale per il centrodestra. E in questa puntata cercheremo di spiegare i motivi.
Perché tanta fretta?
La prima ragione è strettamente politica: più la campagna si allunga, più le chance di rimonta del No crescono. La tendenza è confermata da tutti i sondaggi: dopo il “pareggio tecnico” stimato da Ixé, la scorsa settimana altre rilevazioni hanno mostrato un distacco ridotto tra i due e i quattro punti, e persino Porta a Porta – che a metà gennaio parlava di un gap di 15 punti – ormai non lo dà oltre i cinque. Accanto a questo, però, c’è un motivo tecnico altrettanto importante: in caso di vittoria del Sì, dopo il referendum il governo avrà bisogno di tempo per scrivere le leggi attuative, cioè per tradurre in pratica quanto contenuto nella riforma Nordio. E rischia di arrivare lungo rispetto a una scadenza fondamentale: il rinnovo del Consiglio superiore della magistratura (Csm), l’organo di autogoverno di giudici e pm, rivoluzionato dalle nuove norme. Il timore della maggioranza, insomma, è che il nuovo Csm venga ancora eletto con le vecchie regole, congelando per quattro anni l’effetto più importante della riforma.
Cosa (non) c’è nella riforma
Il testo su cui voteremo riscrive una serie di norme costituzionali, nessuna delle quali però produce effetti da sola: per renderle efficaci serviranno le leggi ordinarie di attuazione, che potranno interpretarle in modi anche molto diversi. Prendiamo la separazione delle carriere: la riforma introduce all’articolo 102 della Carta il principio delle “distinte carriere” di giudici e pm, in base al quale, sicuramente, i futuri magistrati non potranno più passare da una funzione all’altra (e già lo fanno assai poco). Ma che succede ai concorsi, ai tirocini, ai percorsi di formazione comuni? A deciderlo saranno le leggi attuative: in teoria – ma non succederà – potrebbe anche restare tutto unico, visto che la Costituzione non lo vieta. Questa discrezionalità avrà un peso enorme soprattutto quando si tratterà di attuare il vero cuore della riforma, lo spacchettamento e il sorteggio del Csm. Le leggi ordinarie, infatti, dovranno stabilire tra l’altro:
– dove avranno sede i due futuri Csm, uno per i pm e uno per i giudici;
– da quanti consiglieri saranno composti. La Costituzione infatti detta solo le proporzioni, rimaste inalterate: due terzi di togati, cioè magistrati, e un terzo di laici, cioè professori e avvocati. Attualmente i togati sono venti e i laici dieci, ma è possibile che i numeri vengano ridotti (anche per contenere i costi);
– se i togati saranno sorteggiati tra tutti i magistrati oppure solo tra quelli con una certa anzianità di servizio;
– quanto sarà lungo l’elenco, votato dal Parlamento, nell’ambito del quale verranno “sorteggiati” i laici. Più la lista sarà ridotta, più il “sorteggio” sarà pilotato, cioè finto;
– se in questo elenco saranno garantite quote di rappresentanza alle opposizioni oppure se la maggioranza del momento potrà appropriarsi di tutti i posti a disposizione.
L’incognita dell’Alta Corte
Lo stesso vale per l’Alta Corte disciplinare, il nuovo organo che sanzionerà giudici e pm (al posto del Csm) per le loro violazioni deontologiche. Qui le leggi attuative dovranno regolare un aspetto delicatissimo, e cioè come saranno composti i collegi giudicanti. In base alla riforma, l’organo sarà composto da 15 giudici, nove togati (sorteggiati tra magistrati ed ex magistrati della Cassazione) e sei laici, tre scelti dal Parlamento con lo stesso metodo previsto per i Csm, altri tre nominati dal presidente della Repubblica. Questi 15, però, non giudicheranno mai tutti insieme: contro le sentenze dell’Alta Corte, infatti, è ammesso ricorso solo alla stessa Alta Corte, che giudica senza la partecipazione dei membri che hanno deciso in primo grado. Una parte dei giudici, quindi, costituirà il collegio (o i collegi) di primo grado, un’altra parte il collegio (o i collegi) d’appello. Ma quanti saranno, in ciascuno di questi tribunali, i membri laici e i membri togati? In teoria nulla impedisce che, in un determinato collegio, i giudici di nomina politica possano essere la maggioranza. E quindi avere, da soli, i numeri per punire i magistrati con sanzioni fino all’espulsione.
Insomma, se la riforma venisse approvata, il funzionamento concreto dei nuovi organi resterebbe tutto da decidere: in questo senso, votare Sì vuol dire consegnare un assegno in bianco alla politica per riscrivere il governo della magistratura con legge ordinaria. Perché il piano funzioni, però, le norme attuative dovrebbero essere preparate, discusse e approvate in Parlamento prima del rinnovo dell’attuale Csm, che scade a gennaio 2027: considerata la pausa estiva ci sono sei mesi, appena sufficienti (forse) per un lavoro del genere. Per questo ogni settimana è preziosa, per questo il testo della riforma è stato blindato e il dibattito parlamentare azzerato: la maggioranza teme di non fare in tempo a trasformare la riforma in realtà. Ma per evitare alla politica questo cruccio c’è una strada facile: votare No.
Da leggere sul Fatto
La scorsa settimana è stata segnata dagli strascichi delle violenze di Torino: mercoledì il gip ha scarcerato i manifestanti arrestati per gli scontri al corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, disponendo nei loro confronti l’obbligo di firma e gli arresti domiciliari, nonostante il pm chiedesse la custodia cautelare in carcere. Un esempio perfetto dell’inutilità di separare le carriere. Eppure il centrodestra è riuscito a usare la vicenda come argomento di propaganda referendaria, con post che invitavano a votare “Sì per fermare questo scempio”: una fake news riconosciuta perfino da Nordio. Di questo cortocircuito ha parlato Marco Travaglio nel suo editoriale del 5 febbraio, intitolato “Quelli del Sì per il No”.
Sul giornale vi abbiamo raccontato anche il rifiuto del governo a garantire il voto nel comune di domicilio a studenti e lavoratori fuorisede, quasi cinque milioni di persone che vedranno di fatto negato l’esercizio di un loro diritto. Segnaliamo poi l’intervista di Antonella Mascali a Margherita Cassano, ex prima presidente della Corte di Cassazione, prima donna nella storia a ricoprire la carica. Nonostante non sia certo una “toga rossa” (è noto il suo orientamento conservatore) Cassano ha condannatio la riforma con parole nette: la separazione dei Csm, ha avvertito in particolare, potrebbe spingere i pm verso “tentazioni forcaiole, a detrimento dei diritti fondamentali della persona”.
Sul fronte politico, venerdì Giacomo Salvini ha scritto del vertice di maggioranza sulla giustizia, in cui è stato confermato il “congelamento” delle riforme sulla prescrizione e sul sequestro degli smartphone fino al referendum. Sabato, invece, Wanda Marra ci ha spiegato come la “fronda” pro-riforma del Pd sia molto più ristretta di come viene narrata: ad astenersi sulla relazione di Elly Schlein che ribadiva la linea del No sono stati appena 11 membri della Direzione nazionale. Domenica il costituzionalista Massimo Villone ci ha offerto il suo punto di vista sul nuovo blitz del governo sulla data del voto: “L’arroganza e l’insipienza politica di Palazzo Chigi hanno dato prezioso supporto ai sostenitori del No. Meloni continui così”, ha scritto. Lunedì abbiamo pubblicato un’intervista di Giuseppe Pipitone al sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo: la modifica alla Costituzione, ha avvertito il pm dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia, “si inserisce in un quadro di riforme che negli ultimi anni stanno portando sempre più a una sorta di scudo di protezione per i potenti”.
Da venerdì scorso, infine, sul fattoquotidiano.it e sul canale YouTube del direttore trovate la seconda puntata della video-guida “Perché No”: Marco Travaglio spiega come funziona il processo penale in Italia, cosa fa il pm e perché è importante che conservi la stessa cultura del giudice.