Marx Reloaded, la newsletter sulle sinistre in Italia e nel mondo. Questa settimana: la sinistra globale di fronte a una nuova svolta a destra; il “vizio” di Nichi Vendola; si manifesta ancora per la Palestina.
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La svolta globale a destra e la sinistra senza iniziativa sociale
Quanto accaduto in Spagna, con l’indizione da parte del premier Pedro Sanchez di elezioni anticipate, poi in Brasile, dove Lula è stato sconfitto al primo turno e giocherà una partita quasi impossibile al secondo turno, e poi ancora in Francia con mobilitazioni massicce degli studenti e una sinistra moderata priva di parola, costituisce un passaggio forse decisivo per gli equilibri mondiali. Non è chiaro quanto le varie sinistre ne siano consapevoli e se pensano di poter procedere come se nulla fosse avvenuto.
La sconfitta di Lula costituisce forse il dato più preoccupante. Non solo perché si tratta di una vittoria dell’estrema destra che chiama in causa direttamente il modo in cui il Partito dei lavoratori (Pt) ha governato negli ultimi quattro anni e sicuramente anche negli anni precedenti. Ma la preoccupazione nasce dal fatto che, sconfitta la sinistra in Brasile, la destra estrema dilaga praticamente in tutta l’America latina sotto l’ombrello protettivo di Donald Trump e dell’Amministrazione statunitense. Non solo, la possibile svolta a destra del più grande paese del sub-continente, significa anche rimettere in discussione, come Flavio Bolsonaro ha già annunciato di voler fare, la collocazione internazionale del Brasile all’interno dei Brics, l’alleanza globale che rappresenta l’unico contrappeso all’egemonia internazionale degli Usa. Con effetti facilmente immaginabili. Se poi, questa sconfitta, dovesse cumularsi a quella, altrettanto prevedibile, almeno stando agli attuali sondaggi, di Pedro Sanchez in Spagna, non solo Trump avrebbe tolto di mezzo un altro ostacolo alla propria egemonia in ambito in Nato, ma la sinistra europea non avrebbe una voce autorevole e di governo nell’ambito dell’Unione europea. Il ciclo sfavorevole della sinistra, cominciato sostanzialmente con la vittoria di Trump nel 2024, ma che in realtà proviene da molto più lontano, non farebbe altro che aggravarsi anche con il verificarsi di altri due eventi concomitanti.
In Francia, infatti, non sembra davvero che al momento la corsa di Marine Le Pen alla presidenza della Repubblica possa essere arrestata. Solo una coalizione avrebbe avuto la forza e la credibilità di rappresentare un’alternativa efficace, dopo il disastroso decennio macroniano, la cui disfatta è ben rappresentata dalla rabbia studentesca nelle strade: un’alleanza delle sinistre, così come quella realizzata con il Nuovo fronte popolare che vinse le elezioni legislative del 2024. Questa alleanza, come abbiamo già raccontato su Marx Reloaded, è stata resa impossibile soprattutto dalla volontà dei socialisti francesi di tornare a guardare al centro sperando di lucrare dalla crisi del macronismo (e anche dalle rigidità di Jean-Luc Melenchon che però ha colpe soprattutto tattiche). Oggi tutti i candidati alternativi a Le Pen si trovano su percentuali che non superano la metà di quelle della leader del Rassemblement National.
E poi c’è l’Italia. Una vittoria del centrodestra guidato da Giorgia Meloni, dopo un quinquennio di assoluta nullità, se non in termini di aumento della repressione e di inasprimento della ferocia sociale (si veda la recensione al libro qui sotto), costituirebbe uno shock politico, ed emotivo, che azzererebbe gli equilibri della sinistra italiana e avrebbe impatti anche a livello internazionale. Ma ad oggi, il dibattito sterile sulle primarie e l’assoluta incapacità di imbastire un confronto, anche fuori dai partiti, su contenuti decisivi – che, anzi, viene attivamente evitato – fa pensare che il cosiddetto campo largo o Alleanza progressista, non riuscirà mai a conquistare una dinamica vincente e mobilitante. Nel quadro globale, poi, pesa soprattutto la dinamica tedesca, dove l’AfD è sempre stabilmente primo partito e la dinamica più generale di guerra a livello mondiale.
Siamo a un passaggio davvero delicato della situazione internazionale. E non basterebbe una eventuale vittoria del Partito democratico negli Usa alle elezioni di midterm a riequilibrare la situazione. Sia perché, in ogni caso, non verrebbe meno l’azione politica di Trump, per quanto più limitata questa potesse essere, ma soprattutto perché i Dem Usa non hanno ancora offerto nessuna prova di aver preso atto del fallimento delle politiche passate – che hanno alimentato proprio il populismo trumpiano – e di voler imboccare una strada alternativa. Le numerose vittorie di candidati “socialisti” o fortemente progressisti nelle varie primarie locali indicano che questa strada potrebbe avere dei successi nell’elettorato – si guardi alla proposta di Bernie Sanders di imitare la copertura totale offerta dalla sanità italiana – ma si tratta ancora di una strada lunga e non ancora tale da costituire una tendenza globale.
Anche sul fronte della sinistra più radicale, appena scoperta dal Corriere della Sera che l’ha ribattezzata “sinistra sociale” – la situazione è ancora in evoluzione. In Germania, anche con le elezioni di Berlino, la Linke ha dimostrato di poter rappresentare in situazioni specifiche, un’alternativa all’AfD, ma si tratta ancora di un processo non omogeneo e parziale. In Francia, la France Insoumise ottiene grandi consensi, ma l’impossibilità di dialogare con i socialisti rende il quadro bloccato mentre in Spagna la sinistra di alternativa corre il rischio di andare divisa (tra Sumar e Podemos) alle elezioni anticipate e quindi di favorire la vittoria della destra.
In tutto questo quadro spicca l’incapacità di una iniziativa sociale su scala sovranazionale. Francia e Spagna ripropongono la vitalità dello sciopero generale, in Italia probabilmente si tornerà a bloccare tutto nel mezzo dell’autunno, ma una iniziativa globale non sembra esserci. Ne ha parlato proprio in questi giorni Maurizio Landini al comitato esecutivo della Confederazione europea dei sindacati che si tiene in Norvegia: “Credo che sia importante che la nostra azione sindacale non sia solo Paese per Paese, ma trovi anche il modo di unire queste lotte, queste battaglie” ha detto il segretario della Cgil. La sua proposta è di cogliere la minaccia di chi “mette in discussione l’esistenza stessa dello Stato sociale europeo così come l’abbiamo conosciuto“. Sarebbe un segnale non da poco, in grado di offrire una prospettiva alle lotte nazionali e ridare alla stessa sinistra un volto comprensibile ai più.
Libri/ Il vizio di Nichi: odiare la ferocia
C’è una tendenza diffusa nel dibattito politico, quella di considerare gli allarmi al “ritorno del fascismo” come poco fondati e pretestuosi. Nel migliore dei casi lanciati inutilmente, nel peggiore utili a tirare la volata proprio a coloro – ieri Giorgia Meloni, oggi Roberto Vannacci – che si vuole combattere, aumentandone i consensi. Non la pensa così Nichi Vendola, storico esponente della sinistra radicale, presidente di Sinistra italiana, autore di Il vizio della ferocia che proprio alla “possibilità sempre aperta” del fascismo è dedicato. Da qualche parti, infatti, la nuova “ferocia” trova alimento quando declina parole insostenibili come “invasione”, “respingimento”, “deportazione”, “remigrazione”, parole in cui “le vite diventano quantità negoziabili”. Non si tratta di ricondurre la violenza del dibattito politico a forme idealizzate o a personalizzazioni indebite. L’origine è nella storia, in un “ventre sociale” in cui tutti abbiamo un posto e un ruolo. E così, nella sua genealogia del “mostro” del fascismo che è però figlio “nostro” e della storia, Vendola recupera i classici, come Gramsci che per comprendere il fascismo risale addirittura al Risorgimento e poi conia categorie lucidissime come “rivoluzione passiva”; o Palmiro Togliatti, che dall’esilio moscovita, a fianco di Stalin, pure sa declinare il concetto di “regime reazionario di massa”, non solo violenza e repressione, ma una “risposta storicamente determinata a una crisi radicale della società”. Perché in fondo il fascismo è ordine che sa mettere a posto il disordine sociale. Ed è anche, citando ancora anche il grande Piero Gobetti, quella “autobiografia della nazione” mai indagata fino in fondo.
E così il libro si distende in rapidi capitoli a toccare i gangli di questa cultura che alberga nella storia ed è sempre pronta al proprio ritorno. La rintraccia nel male storico dell’Olocausto e nell’abisso di Auschwitz, la esamina nelle declinazioni del maschilismo, dell’eteronormatività, del patriarcato e dell’odio contro il femminismo. E lo mette in relazione ai processi storici degli ultimi trent’anni in cui la globalizzazione, facendo evaporare lo Stato, ha invece esaltato il sovranismo mentre i riformisti sono stati oggetto della “sindrome di Stoccolma” nei confronti della globalizzazione liberista. Un passaggio che ha fatto da trampolino al salto mortale costituito dall’Internazionale nera, dal trumpismo fino alla “teologia dei dominatori“. Solo un capitolo, molto breve, è dedicato a come resistere a tutto questo, segno che il libro non si propone come trattato di politica generale. Il suo titolo è molto semplice, fa risuonare un verbo che recentemente ha destato lo scandalo dei benpensanti liberali, armati di nuovo patriottismo, e dice “disertare”. Non come atto di “rinuncia, ma di rottura“, come immunizzazione “dal vizio della ferocia”. Il movimento per la pace rimane l’antidoto più forte e tenace contro la “deriva tecno-fascista e militarista”. Disertare la loro trincea, sabotare le loro guerre. Così si costruisce un altro mondo.
Movimenti/ In piazza per la Palestina
Il 10 ottobre sarà la giornata di mobilitazione generale sulla Palestina indetta dalle comunità e dai giovani palestinesi e che vedrà cortei in tutte le principali città italiane. Molto radicale la piattaforma che indice la giornata con la ricendicazione dello “stop alla guerra e all’economia di guerra; il blocco immediato del riarmo; il ritiro immediato del “Ddl Antisemitismo”; il diritto del popolo palestinese alla resistenza, in tutte le sue forme, per l’ottenimento del proprio legittimo diritto all’autodeterminazione, alla liberazione e al ritorno, in tutta la Palestina, dal fiume al mare e “l’immediata cessazione di ogni accordo militare, economico, diplomatico e accademico con l’entita sionista (cioè Israele, ndr), l’imposizione di sanzioni severe e un embargo totale sulle armi”. Nell’ambito di questo ritorno alla mobilitazione si svolgerà invece a Roma, dall’8 al 12 ottobre 2026, il Festival Falastin presso la Città dell’Altra Economia (Ex Mattatoio di Testaccio). “Cinque giornate straordinarie” si legge nell’indizione, “dedicate alla cultura, alla storia e all’identità palestinese. Sarà uno spazio aperto di condivisione, arte e memoria attraverso: Incontri e testimonianze, Musica dal vivo e performance culturali, cinema e altro. “Artisti, attivisti e ospiti speciali hanno scelto di unire le loro voci in questa settima edizione. Non vediamo l’ora di accogliervi per fare comunità, riflettere e sostenere insieme il racconto della Palestina”. Tra i partecipanti Enzo Iacchetti, Moni Ovadia, Daniele Silvestri, Mannarino, Paola Turci e i Cor Veleno. Ma anche interventi politici con Giuseppe Conte, a Nicola Frantoiani, Angelo Bonelli, Luigi De Magistris, Luisa Morgantini, Virginia Raggi.
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