Settimana 7 – Consideriamo un momentino la situazione storica: l’Iran vive il giorno della marmotta. Tra due settimane avrà sicuramente la Bomba, ma ogni oggi è lo stesso oggi di un 1979 alternativo. Hormuz fa ciò che ci si aspetta da Hormuz: è ancora sia chiuso sia aperto. L’Ucraina e la pace giocano ad Achille e la tartaruga: tra l’una e l’altra ci sono sempre infiniti spazi. I normanni bevono Calvados… Gli asteroidi, al solito, ci schivano e ci schifano. (tripla semicit.)
Siamo materiale avariato, buoni giusto per il pongone delle Ande. Oligoryzomys longicaudatus: rossiccio, carino. Pestifero. Triste estinguersi per una gita in discarica – di dubbio gusto anche per lo sceneggiatore più cringe – quando potremmo attingere al più prezioso dei serbatoi di virus del nostro essere: l’Io. Tanto più pandemico quanto più siamo noi stessi a scoprirci ogni giorno contagiati dalla sua vacuità.
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Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni
Noi che abbiamo scoperto una botola nel sole (cit.)
Noi che gli angeli mentono per mantenere il controllo (cit.)
Noi che abbiamo passato la vita a imparare a sentire di meno (cit.)
Noi che non vi sopportiamo più
Noi che osserviamo questa piccola, tragica piccola gente (cit.)
Noi che abbiamo cercato di ripescare dal cesso ciò che avevamo di più caro (semi-semicit)
Noi che almeno una volta al giorno invochiamo in silenzio: “Prendi me, prendi me”
Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi
Noi siamo gli Estintori.
Un po’ sul serio. Un po’ no.
PROLOGO – I’m gonna buy a gun and start a war If you can tell me something worth fighting for (cit.)
Tra i miei tanti difetti – nessuno realmente interessante, tutti utili a questa rubrica – la vendicatività è certamente il peggiore. Mi passano davanti nella coda in pizzeria? Divento crudele che manco John Wick quando gli accoppano il cane. Cercano di passarmi a destra in autostrada? Sfanalo ai limiti della tendinite e impreco voracemente. Se poi osate bucare una precedenza…
Sono tanto disinteressato a entrare nei conflitti quanto incapace di uscirne: scopro nel mio cervello una perfetta macchina da guerra termonucleare globale il cui unico scopo è annientare l’interlocutore. Non so accettare i torti, razionalmente. Non so impedirmi di reagire ai torti con un torto maggiore.
PARODO – Do the right thing (cit.)
Salto di palo in frasca, ma ho i miei motivi: perché paghiamo il biglietto del bus, l’ingresso nella metro, il canone Rai o l’Irpef? La maggioranza di chi paga lo fa perché pensa sia giusto. La maggioranza di chi non paga lo fa perché pensa che sia ingiusto. Troviamo, di fatto, una spiegazione morale alle nostre azioni sociali, in un verso o nell’altro. E nel farlo proviamo una soddisfazione intima irrinunciabile: il nostro io ripulito, lucidato e pronto a essere messo in mostra. E qui potremmo tornare a vagolare sulle dissonanze cognitive.
Ma non è questo il punto. Il punto è che nessuno di noi si rende conto intuitivamente che pagare è una questione di “efficienza”. Sulla carta, una società dei trasporti è più efficiente se tutti pagano il biglietto. Gli ospedali sono più efficienti se tutti pagano le tasse. La televisione pubblica ha più risorse se tutti pagano il canone. Le strade sono più pulite, i giardini più verdi, i marciapiedi più curati.
Pagare non è bello, per carità. Pagare conviene. A patto che lo facciamo tutti.
EPISODI – 2+2=5 (cit.)
Su questo ultimo punto le branche più disparate del sapere si sono arrovellate nel tempo. Gli economisti prima (XIX secolo), i sociologi poi, gli psicologi nel mezzo hanno costruito architetture di società efficienti. La teoria del decisore razionale e il funzionalismo, per citare le due più famose (socioeconomica la prima, psicologica la seconda) hanno avuto grande successo. Anche, temo, per la loro natura rassicurante: se la teoria funziona, la società perfetta è alla nostra portata. È sufficiente che tutti gli attori abbiano tutte le informazioni ed ecco la terra promessa dispiegarsi davanti ai nostri occhi. Il mercato si autoregolerà, sarà due volte Natale e via così: coscienza e razionalità diventano equipollenti.
Per fare un po’ di ordine in questo pantano deterministico c’è voluta la matematica, tanto per cambiare, con la teoria dei giochi. In primo luogo distinguendo tra giochi a somma zero (mors tua vita mea, per capirsi) e giochi a somma non nulla (ogni cosa che faccio ha conseguenze su terzi, quasi tutto). Poi, tra giochi cooperativi o meno, ripetuti o meno, a informazione completa o meno. Ma tutti i giochi hanno in comune tre elementi. 1) Principio egoistico: ogni giocatore gioca per sé, per il proprio miglior risultato. 2) Non interessa la causa morale dei comportamenti. 3) Il giocatore è razionale.
Facciamo un esempio gnucco: il tris: due giocatori, somma zero, numero finito di combinazioni. Che al vincitore vada un seggio all’Onu o un tarallo alle cipolle non fa differenza. Chiaro, no?
STASIMI – Moriremo tutti (cit.)
Quel che le teorie non tengono in conto, tuttavia, è che nel mondo reale il giocatore non è razionale, nemmeno se gli vengono fornite tutte le informazioni necessarie: non lo sono io, non lo siete voi, non lo è fino in fondo nessuno. Ci incazziamo, litighiamo, ci vendichiamo per i torti subiti, ci inventiamo basi morali per assecondare le regole e per trasgredirle, compiamo azioni contro il nostro stesso interesse per gusto, per diletto, per ripicca, perché ci siamo alzati con il piede sbagliato, perché sì. E quindi può pure capitare che perdiamo a tris giocandoci la vita tutta in una volta.
Siamo così poco razionali ancorché coscienti che alcune applicazioni della teoria dei giochi hanno trovato maggiore razionalità nei banchi di pesci che negli umani. Rispetto alla sopravvivenza, ad esempio, alcune specie applicano la legge dei grandi numeri: l’intero banco si lancia verso il predatore. È il concetto di equilibrio di Nash elevato alla specie: la strategia ottimale per preservare il massimo numero di individui è il sacrificio di alcuni. Roba che giusto Star Trek da bambini.
Non a caso sta avendo molta eco in questi giorni un “gioco” comparso sui social e rilanciato da alcuni profili molto seguiti. Il giocatore è chiamato a scegliere tra due bottoni. Rosso: mi salvo io e tutti quelli che hanno premuto rosso. Blu: ci salviamo tutti, ma solo se superiamo il 50 per cento più uno. Salvare me stesso o salvare la specie? Siamo, ancora una volta, di fronte a una variante del dilemma del prigioniero – ricordate il Cavaliere Oscuro di Nolan? L’individuo morale sceglierà blu, mettendo a rischio la propria vita pur di salvare tutti. L’individuo immorale sceglierà rosso sacrificando gli altri. In pochi riconoscono la strategia ottimale, offuscata dall’etica: se tutti premono il rosso siamo tutti salvi.
La morale della favola è che ogni gioco è diverso, ha le sue regole e la sua strategia ottimale. Ovvero, per dirla in modo triviale ma efficace: “Non tutti quelli che ti coprono di merda sono tuoi nemici. Non tutti quelli che ti tirano fuori dalla merda sono tuoi amici”. (Cit.) Ma noi siamo troppo infoiati dal nostro Io per rendercene conto.
ESODO – Io non sono pacifista, io sono contro la guerra (cit.)
L’anno è il 1983. In piena Guerra Fredda esce un piccolo film cult. Si intitola War Games ed è la pellicola che lancia un giovanissimo Matthew Broderick. Di fronte alla debolezza del personale militare – il 22% si rifiuta di sganciare l’atomica su 20 milioni di persone durante le simulazioni – l’esercito degli Stati Uniti decide di affidare tutto a una macchina: il WOPR. Il supercomputer traccia strategie, obiettivi, calcola i danni e gli effetti collaterali (vi ricorda qualcosa, eh?). Cambio di scena: un piccolo nerd di Seattle, tale David (Broderick), si diverte ad hackerare – albori delle intranet – i server del liceo per alterare i voti della sua fidanzatina. Per caso trova una backdoor del Wopr e attiva un gioco da niente: la guerra termonucleare globale. Caos, fughe, scene d’azione e diversivi per allungare il brodo. Sotto intanto scorre il countdown per salvare la terra. Perché il Wopr non ne vuole sapere di interrompere la sequenza di lancio. Non lo puoi convincere con la morale sul mondo che finisce, i morti, il sangue, la sofferenza. Lui vuole solo vincere, è programmato per quello. E se quello dispiega missili, i nemici sovietici fanno altrettanto e via così verso l’inevitabile fine. In piena escalation, tra codici di lancio e Defcon 5-4-3-2-1, solo il giovane David, evoluto da piccolo pirla a potente patriota, trova l’escamotage che salverà tutti: convince il megacomputer a giocare a tris mentre quello scartabella le ultime opzioni: 200 milioni di morti di qui, età della pietra di là. Il Wopr inizia: tic-tac-toe, tic-tac-toe, tic-tac-toe. Decine, centinaia, migliaia, milioni di miliardi di volte. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. Patta. PattaPatatttttaatataPattatappataaa…
Tanto il computer cerca di vincere che finisce per incasinare i due giochi l’uno con l’altro e in ultimo piantarsi come un pc qualsiasi durante l’aggiornamento di sistema.
Quando infine si ripiglia, il redivivo Wopr ci lascia ai titoli di coda con questo messaggio, insieme efficiente e etico: “Strano gioco. L’unica mossa vincente è non giocare. Facciamo una partita a scacchi?”.
Finale per Estintori irredenti – Il film ebbe tale risonanza che lo volle vedere anche Ronald Reagan, allora presidente degli Stati Uniti. Sbalordito chiese ai suoi: “Può succedere davvero?”. E quelli risposero: “Sì, cazzo!”. Allora lui impose di lavorare a una nuova regolamentazione. “Non deve succedere!”. 15 mesi dopo venne partorita la direttiva NSDD-145. Voi direte: per limitare la proliferazione nucleare? Ma figurati. Per impedire che qualcuno potesse interferire con i computer. Tra le altre cose, la direttiva affidò alla Nsa il monopolio delle intercettazioni, cancellando la distinzione tra cittadini stranieri e americani, fino ad allora protetti. Ebbe inizio così l’epoca, tutt’ora ininterrotta, della sorveglianza di massa…
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Da Pastorale americana, di Philip Roth:
“Che gli uomini fossero creature multiformi, non era una novità per lo Svedese, anche se era sempre un po’ uno choc doverlo constatare nuovamente ogni volta che qualcuno ti dava una delusione. Ciò che lui trovava stupefacente era il modo in cui gli uomini sembravano esaurire la propria essenza – esaurire la materia, qualunque fosse, che li rendeva quello che erano – e, svuotati di sé stessi, trasformarsi nelle persone di cui un tempo avrebbero avuto pietà”.
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Le altre citazioni di questa settimana, sempre rigorosamente ad mentula canis: La Teoria dei giochi e del comportamento economico di Oskar Morgenstern e John Von Neumann, I fiori blu di Raymond Queneau (tradotto da Italo Calvino), Libertà di Jonathan Franzen, Zenone di Elea, Jonathan Safran Foer, Ritorno al Futuro parte II, John Wick, Il mio nome è Nessuno, il gatto di Schrödinger, Groundhog day, il cinema di Spike Lee, i Pearl Jam, gli Slipknot, gli Stone Sour, i Coldplay, i Radiohead, Lucio Dalla, Lenny Bruce. E infine Gino Strada, il solo individuo su questa terra che sia stato in grado di cogliere (e di spiegare) l’efficienza della Pace.
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Io sono Fabio Amato, la parte razionale di me lavora per ilfattoquotidiano.it. Quella isterica, evidentemente, anche. Se volete confrontarvi, scrivete a f.amato@ilfattoquotidiano.it, precisando con chi volete dialogare e specificando i vostri tre motivi per desiderare la fine del mondo. Qui e qui mi trovate in monoscopio, ancorché binario.
I miei tre motivi di questa settimana per desiderare la scomparsa del genere umano:
– Io
– Il rumore
– La deprimente involuzione del linguaggio
Qui trovate la classifica degli Estintori, aggiornata a ieri sera.
¡Hasta el fin del mundo!
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