Tendenze di Fatto
22 Agosto 2026
L’ansia di non capire più i trend
di Ilaria Mauri

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in mio cugino, sedici anni, con una pettinatura che definirei quantomeno impegnativa. Capelli tutti ingellati, tirati in avanti, con i ciuffi divisi in due riccioli perfettamente incollati sulla fronte. Un piccolo esperimento di scultura capillare, non esattamente donante, diciamo. Quando gli ho chiesto spiegazioni, ha risposto con la naturalezza spietata che solo gli adolescenti possiedono: “Ma Ila, è così che si portano adesso tra i giovani”.

Confesso: sono rimasta spiazzata. Primo, perché fino a un secondo prima mi ritenevo ancora, a 33 anni, abbastanza legittimata a sentirmi parte del grande e vago contenitore dei “giovani”. Secondo, perché occupandomi di moda e beauty vivo nella ragionevole illusione di avere almeno un occhio allenato sui trend. Non dico di intercettarli tutti, ma nemmeno di farmi sorprendere da due riccioli appiccicati sulla fronte come se arrivassero da un pianeta ostile.

E invece aveva ragione lui. Nei giorni successivi ho cominciato a guardarmi intorno meglio. Nei locali dell’aperitivo, nelle piazze dei centri storici del Salento, fuori dai bar la sera, nelle comitive che stanno sedute sui muretti accanto ai motorini. Eccoli lì: ragazzini dai 14 ai 16, 17 anni, tutti con quella stessa pettinatura. Non uno. Non due. Tanti. Abbastanza da farmi capire che era un codice. Solo che quel codice, semplicemente, non era più indirizzato a me.

In quell’istante di spaesamento mi è tornato in mente un articolo del Guardian che mi era scivolato sotto gli occhi durante lo scroll infinito sui social: “L’algoritmo dei social media mi ha lasciato indietro. Sono ‘unc‘ e sono ‘chopped‘ – e va bene così”. L’autrice, Rebecca Shaw, raccontava l’esatto momento in cui si era ritrovata a dover cercare su Google il significato di un termine dello slang della Gen Z. Un gesto minimo, ma rivelatore: per chi è sempre stato abituato a vivere online, dover studiare una lingua che prima assorbivi per osmosi significa accorgersi che l’algoritmo non ti sta più consegnando il presente. È questo il mercato dell'”unc”. La parola deriva da “uncle” (zio), ma non c’entra con i legami di sangue. Indica uno status: una postura da adulto, da persona che per i più giovani ha già cambiato scaffale generazionale. Secondo i dati di Preply citati dal quotidiano britannico, la parola “unc” genera 5,9 milioni di ricerche mensili e la query “unc meaning” è balzata del 74 per cento, spinta anche da un TikTok virale del creator Riley Hardwick che raccontava di aver scoperto di essere “chopped” (brutto, impresentabile secondo i nuovi standard) e, appunto, “unc”. La cosa spietata è che per avere questo status non serve la pensione. Sempre il Guardian ricordava come Timothée Chalamet, all’alba dei suoi 30 anni, si sia autodefinito su Instagram “OFFICIALLY UNC”, mentre in un sondaggio online un adolescente ha fissato la nuova soglia di “vecchiaia” a soli 20 anni.

Non è solo una questione di slang. È una questione di ritmo. Perché una volta il passaggio da giovani ad adulti, almeno culturalmente, avveniva con una certa gradualità. A un certo punto non capivi più una canzone in classifica, il nome di un cantante, una serie, magari il modo in cui si vestivano i liceali. Oggi il declassamento è molto più rapido e molto più misurabile. Ti accorgi di essere fuori da una parola, da un meme, da un taglio di capelli, da una posa fotografica, da un suono, da un’estetica, da un modo di usare il corpo nei video. Non è che non capisci “i giovani”. Non capisci il codice uscito questa settimana. Sempre il Guardian lo formula in modo preciso: “Today’s internet has no centre”. L’internet di oggi non ha un centro. Non esiste più un luogo principale da frequentare per sapere cosa sta succedendo. Ci sono microculture sovrapposte, ognuna con il proprio lessico: Reddit, Discord, Twitch, TikTok, gaming, streaming, sottocomunità estetiche, nicchie di fandom, stanze linguistiche che evolvono in parallelo. Anche chi passa molto tempo online può non vedere tutto. O vedere una cosa quando è già tardi.

È qui che nasce il mercato dell’unc: non nella vecchia paura di invecchiare, ma nell’ansia molto contemporanea di non essere più sincronizzati. Non più abbastanza veloci, abbastanza aggiornati, abbastanza dentro. L’unc non è solo una persona adulta presa in giro dai ragazzini. È chiunque arrivi cinque minuti dopo. Il problema è che oggi cinque minuti possono bastare. I millennials questa cosa la stanno sperimentando con una certa violenza simbolica. La generazione che aveva vissuto il digitale come prova della propria modernità — MySpace, MSN, Facebook quando era ancora dei coetanei e non dei parenti, i primi blog, gli smartphone, Instagram, Netflix prima che fosse ovunque — si è ritrovata improvvisamente catalogata come cringe. Skinny jeans, calzini invisibili, emoji che ride con le lacrime, Harry Potter houses, selfie con la fotocamera frontale, “millennial pause”: il breve momento di esitazione all’inizio di un video, quando controlli se il telefono sta davvero registrando. Tutto materiale d’accusa. La cosa interessante non è che i millennials siano diventati adulti. Sarebbe normale. La cosa interessante è che sono diventati adulti online, con prove documentali. Eppure non basta.

A quel punto, potremmo arrenderci e accettare di essere tagliati fuori, ma sarebbe un errore. I trend continuano ad arrivarci addosso, spesso del tutto incomprensibili. Prendiamo il cinema. Il caso del momento è Niu Lai (The Cow is Coming), un film d’animazione cinese oggettivamente e dichiaratamente brutto — brutto in senso quasi tecnico — che è diventato un caso internazionale. Un’animazione low budget, rudimentale, su un vitellino e un’allodola, realizzata da una madre e suo figlio in cinque anni. Nei primi dieci giorni aveva incassato pochissimo: 7.700 yuan secondo un articolo, circa 10.000 yuan secondo un altro resoconto, con meno di 300 biglietti venduti. Poi le recensioni feroci e i commenti online l’hanno trasformato in un meme. E il meme ha portato il pubblico in sala. Nelle classifiche cinesi, questo piccolo oggetto storto si è ritrovato a contendersi gli incassi con colossi come The Odyssey e Spider-Man: Brand New Day. Non perché fosse improvvisamente diventato un capolavoro, ma perché aveva acquisito quella qualità difficile da tradurre per chi non è immerso nel flusso: era “così brutto da diventare necessario”. Un professionista del settore, rimasto anonimo, ha dichiarato che il film è “brutto in ogni aspetto immaginabile”, ma che ironicamente “è esattamente questo che ha attirato la curiosità del pubblico”. Un diciannovenne cinese ha paragonato il fenomeno alla mania americana del “six-seven”, sintetizzando perfettamente il dogma di Gen Z e Gen Alpha: “È divertente, ma è difficile descrivere cosa ci sia di divertente“. Lì dentro c’è una chiave del presente. Non tutto ciò che diventa trend lo fa perché è bello, utile, nuovo o riuscito. A volte diventa trend perché è inspiegabile. Perché è sbagliato in un modo riconoscibile. Perché genera partecipazione. Perché consente a chi lo capisce — o finge di capirlo — di appartenere per un attimo a una comunità che ride della stessa cosa.

Un meccanismo simile vale per il capibara. Io l’ho scoperto ovviamente per caso, grazie a una collega, o meglio, a sua figlia di 9 anni. Fino a quel momento per me il capibara era un animale simpatico, grosso, pacifico, vagamente preistorico, perfetto per qualche video di zoo con musichetta rilassante. Per bambini e adolescenti, invece, è diventato molto di più: un animale-totem dell’internet tenero, chill, imperturbabile, trasformato in meme, peluche, oggetto da collezione, canzoncina, sticker, presenza decorativa. Euronews già nel 2025 raccontava l’esplosione del capibara su TikTok e Instagram, spinta anche da una canzone virale; AP ha poi ricostruito come i capibara siano diventati anche un “it animal” del mercato dei giocattoli, con aziende come Build-A-Bear capaci di muoversi rapidamente quando intercettano la domanda social. Anche qui, l’adulto chiede: perché proprio il capibara? E la risposta più onesta forse è: perché sì. Perché è placido, buffo, neutro, abbastanza assurdo da diventare meme e abbastanza tenero da diventare prodotto. Perché funziona in video brevi, in peluche, in sticker, in oggetti da banco, in contenuti rilassanti. Perché dentro un feed isterico l’animale più calmo del mondo diventa un piccolo feticcio generazionale.

Poi c’è “polyester”. Che per chi si occupa di moda significa prima di tutto fibra sintetica, fast fashion, composizione dei tessuti, qualità, sostenibilità. Per Gen Z, almeno in certi contesti online, è diventato anche un insulto. Non c’entra la moda, o almeno non solo. Indica qualcosa di economico, di bassa qualità, finto o eccessivamente costruito. “Polyester lifestyle”, commentano sotto il video di un diciottenne che descrive la propria vita adulta ideale: sveglia alle sei in un attico a New York, Bible study con gli amici, occhiali anti luce blu, deep work, house music, Claude agent che lavora in automatico in background. Poliestere, in quel contesto, vuol dire cheap, low-quality, finto. Una cosa che pretende di essere aspirazionale ma puzza di plastica. Su TikTok spopolano i “Polyester Spider-Man edit”, per deridere montaggi video caotici e di bassa lega. Lo psicologo dei media Don Grant ha spiegato a Usa Today che l’uso di termini come “polyester” o “larping” (usato per chi recita una parte in modo inautentico) riflette una generazione insicura: “Sono cresciuti con tutto ciò che è online che diventa la loro valuta sociale e la cartina di tornasole di chi sono”. Fiutano il sintetico e lo condannano.

Questo senso di esclusione, questo sentirsi in perenne ritardo, non è però solo un trauma personale di noi trentenni. È un motore economico colossale. Come ha titolato il Wall Street Journal: “L’ansia aziendale sta alimentando un’industria multimilionaria di traduttori della Gen Z”. Agenzie specializzate e società di market research come NinetyEight, divisioni interne come il Gen Z Lab di Edelman, talent agency come UTA che acquisiscono realtà dedicate alla cultura giovane: tutto un ecosistema costruito per spiegare ai brand come non sembrare fuori tempo. Il motivo è semplice: la posta economica è enorme. Secondo le stime citate dal Wall Street Journal, il potere di spesa globale della Gen Z dovrebbe passare da 9,8 trilioni di dollari nel 2024 a 12,6 trilioni nel 2030. Ma intercettarla è complicato. Non basta mettere una parola slang in una caption. Katie Williams, chief marketing officer statunitense di Haleon, diceva che i giovani “pensano diversamente, reagiscono diversamente, prendono conoscenza e informazioni da fonti diverse” e che le aziende hanno dovuto cambiare rotta.

TikTok, naturalmente, è il grande acceleratore. La piattaforma ha trasformato canzoni in hit, creato microtrend, generato un lessico comune di suoni, frasi, gesti e format tra 1,2 miliardi di utenti, il 70% dei quali Gen Z secondo i dati citati nella rassegna. Ogni settimana produce nuove urgenze: #BackToSchool prima ancora che l’estate finisca, #WeeklyDeals per spingere l’acquisto rapido, borse Coach che tornano desiderabili, occhiali polarizzati che diventano contenuto, outfit del primo giorno di scuola, haul, GRWM, dorm makeover. Per le persone significa sentirsi costantemente un passo indietro. Per le aziende significa rischiare di investire su un codice già scaduto. Per i creator significa stare dentro una produzione continua di traduzione, aggiornamento, spiegazione, ironia, remix. Per noi unc significa una cosa molto semplice: quando finalmente capiamo, spesso è già tardi. Più un brand (o un adulto) cerca di appropriarsi a freddo di uno slang o di un trend, più risulterà ridicolo. “Cringe”, appunto.


Il libro della settimana: La donna senza memoria di Pierre Martin

A Fragolin l’estate ha il profumo della lavanda e il silenzio inquieto delle ferite non chiuse. Isabelle Bonnet, madame le commissaire, prova a tornare alla sua routine quando tutto comincia nel modo più improbabile: un furto di cactus, un inseguimento, una donna sbucata dal bosco senza memoria, ferita e terrorizzata. Sembra un enigma minore, quasi surreale, ma ogni dettaglio apre una pista più oscura, fino a un piano che minaccia il presidente francese. Un giallo avvincente come non ne leggevo da tanto tempo, tra segreti, missioni adrenaliniche e un’indagine ricca di colpi di scena.


Io sono Ilaria Mauri e vi racconto moda, stile, cultura e spettacoli su FqMagazine: qui i miei articoli, qui invece una finestra sul “dietro le quinte” del mio lavoro

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