Tendenze di Fatto
1 Agosto 2026
Ogni anno pronunciamo 120 mila parole in meno
di Ilaria Mauri

Passiamo le giornate immersi in un flusso ininterrotto di scambi. Chat su WhatsApp, email di lavoro, messaggi vocali accelerati a 1.5x, commenti lasciati sotto i post di perfetti sconosciuti. A guardare i nostri schermi, sembra che non facciamo altro che comunicare, in una bulimia di interazioni che non conosce sosta. Eppure, la verità è un’altra: non parliamo più. Stiamo esaurendo le parole. Quelle vere. Quelle pronunciate ad alta voce. Abbiamo moltiplicato all’inverosimile i canali, riducendo parallelamente una delle forme più antiche di comunicazione: la conversazione viva.

Lo certifica un recente studio pubblicato su Perspectives on Psychological Science dal titolo emblematico “Sliding into Silence?”, che ha misurato, numeri alla mano, quante parole pronunciamo ogni anno. Gli psicologi Valeria A. Pfeifer e Matthias R. Mehl hanno analizzato i dati di 22 ricerche, condotte tra il 2005 e il 2019 su oltre 2.200 persone. Nessuno di questi test era nato per misurare il silenzio: si occupavano di cancro al seno, divorzio o dinamiche relazionali. Proprio per questo il dato è allarmante, perché è emerso spontaneamente. Nel 2005 pronunciavamo in media circa 16.000 parole al giorno. Nel 2019 eravamo scesi a 12.700. Un calo costante: ogni singolo anno che passa, la nostra bocca formula ogni giorno 338 parole in meno.

«Per quanto 338 parole al giorno possano sembrare irrilevanti, la perdita di queste parole parlate quotidianamente si accumula inevitabilmente», avvertono i ricercatori nello studio. «Significa che, ogni anno, pronunciamo oltre 120.000 parole in meno rispetto all’anno precedente. Dal 2005 al 2019, la riduzione del numero stimato di parole pronunciate al giorno è stata di circa il 28%. Questa perdita di parole riflette conversazioni reali, grandi e piccole, che abbiamo smesso di avere con gli altri». Il mutamento più drastico e allarmante riguarda i giovani: la generazione sotto i 25 anni è quella che ammutolisce più in fretta, perdendo ben 452 parole all’anno. Li abbiamo cresciuti in un mondo in cui la parola detta è diventata un inconveniente: troppo lenta, imprecisa, esposta. Scrivere consente di correggersi e limare l’immagine di sé. Parlare, invece, obbliga a gestire la relazione in tempo reale, tollerando l’imbarazzo e il vuoto tra una frase e l’altra.

Il motivo è sotto i nostri occhi. Abbiamo smesso di chiedere indicazioni per strada, ipnotizzati dal percorso blu di Google Maps. Non scambiamo più una battuta con il cassiere, perché passiamo noi stessi i codici a barre alle casse automatiche. Ordiniamo la cena da una app, senza più chiamare il ristorante al telefono. Per non parlare dei vicini di casa: spesso non sappiamo neanche che faccia abbiano, figuriamoci scambiarci due parole.

Ma c’è di più. In questa corsa all’efficienza tecnologica, il ruolo dell’intelligenza artificiale sta infliggendo il colpo di grazia. Stiamo demandando alle macchine la stesura di testi, email, riassunti e persino ragionamenti logici, “spegnendo” di fatto il nostro cervello e atrofizzando la nostra capacità di argomentare. Se a un software deleghiamo la fatica della sintesi e l’invenzione della narrazione, a noi non resta che il ruolo di spettatori muti. Le conseguenze di questo mutismo indotto sono visibili fin dall’infanzia. Un tempo i bambini si allenavano alla parola giocando: parlavano da soli con amici immaginari, inventavano vite intere, dialogavano per ore animando bambole, soldatini o cowboy. Costruivano mondi attraverso la voce. Oggi i figli vengono spesso scarrozzati da un’attività all’altra come pacchi Amazon in consegna “prime”. E nei rari ritagli di tempo libero, che sia in macchina o al ristorante, gli si piazza immediatamente in mano un tablet o uno smartphone, spinti dal terrore latente che possano annoiarsi o, peggio ancora, che possano aprire bocca e fare rumore. Li stiamo addestrando all’isolamento acustico emotivo.

E pensare che siamo la specie che ha costruito la propria civiltà esclusivamente sulla voce. Mentre scrivo, le sale cinematografiche di mezzo mondo registrano il tutto esaurito per L’Odissea, il nuovo colossale film di Christopher Nolan che sta dominando i botteghini diventando il vero super trend di questa estate. Eppure, l’opera di Nolan, al di là dell’impatto visivo, ci ricorda una verità ancestrale: quel poema omerico, prima di diventare sceneggiatura o inchiostro su pergamena, è stato pura voce. Per millenni, la trasmissione orale ha garantito la sopravvivenza delle basi della nostra civiltà, facendola arrivare intatta fino a noi. Dietro la capacità di tramandare i grandi poemi e le storie dinastiche c’era un allenamento mnemonico feroce e vitale, un’architettura mentale che si reggeva unicamente sul suono delle parole.

Il racconto, la chiacchiera, la parola condivisa sono sempre stati il collante della natura umana, e in modo particolare della nostra cultura italiana. Le favole sono nate proprio per questo, per essere narrate, raccontate a voce dai genitori ai figli sul bordo del letto. Fino a poco tempo fa, l’immagine stessa del nostro tessuto sociale era fatta di voci intrecciate. Penso alle sere d’estate al Sud, quando le donne sedevano sulla soglia di casa: sbucciavano verdure, pulivano i fagiolini e intanto parlavano. Si raccontavano i drammi del paese, le storie di famiglia, i segreti. In quel chiacchiericcio all’apparenza banale si costruiva l’identità di una comunità. Si esercitava l’empatia.

Oggi stiamo smantellando tutto questo. «Le conversazioni dal vivo, parlate, coinvolgono processi sociali e cognitivi diversi rispetto alle conversazioni digitate», precisano i ricercatori dello studio, ricordandoci che queste interazioni «possono suscitare benefici per il benessere che le app e i social media non possono facilmente sostituire». Ogni delega cognitiva ha poi un prezzo: se non cerchiamo più le parole, se non facciamo lo sforzo di formulare un pensiero logico o di raccontare un fatto perché un software lo fa in cinque secondi, la nostra mente si disabitua alla complessità

I rischi a lungo termine di questa ritirata nel silenzio non riguardano solo l’aggravarsi di un’epidemia di solitudine già in atto. Riguardano la nostra stessa struttura cognitiva. Sostituire l’uso della voce con l’invio di un testo significa rinunciare alle esitazioni, al calore di un tono, alla correzione in tempo reale che avviene solo guardando l’espressione di chi ci sta di fronte. Significa cedere un pezzo della nostra umanità a un’interfaccia di vetro, scambiando la fatica bellissima del dialogo con la fredda perfezione del silenzio.


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Io sono Ilaria Mauri e vi racconto moda, stile, cultura e spettacoli su FqMagazine: qui i miei articoli, qui invece una finestra sul “dietro le quinte” del mio lavoro

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