Preferirei di no, di Paolo Frosina
17 Marzo 2026
La guida al referendum: tutti i motivi per dire No
di Paolo Frosina

“Preferirei di no”, ripete Bartleby lo scrivano nel racconto di Herman Melville, rifiutando di obbedire agli ordini del principale: una frase diventata simbolo di anticonformismo e ribellione all’autorità. In questa newsletter, che esce ogni martedì fino al referendum sulla riforma Nordio, noi del Fatto vi raccontiamo la campagna referendaria e le ragioni per opporsi a un disegno mirato a indebolire la magistratura a vantaggio della politica, e quindi utile al potere ma non ai cittadini. Un’offerta a cui rispondere nelle urne con un fermo “preferiamo di No”. Se vi siete persi le puntate precedenti, potete recuperarle qui.

Vi ricordiamo che nella “Settimana del No”, l’ultima prima del voto, il nostro giornale organizza ogni sera eventi e incontri sul referendum: qui trovate il programma, qui tutti i contenuti sul nostro sito.

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Siamo all’ultimo martedì di campagna referendaria e all’ultima puntata di Preferirei di No (o almeno l’ultima prima del voto). Come ha scritto Marco Travaglio, un piccolo miracolo si è già realizzato in queste settimane: grazie all’impegno instancabile di un ampio movimento di opinione (a cui ci iscriviamo anche noi del Fatto) le ragioni del No hanno fatto breccia in poco tempo in ampie fasce dell’elettorato, soprattutto tra i più giovani e i non schierati politicamente. E la partita, che sembrava già vinta dal governo, ora è apertissima. Per bloccare la riforma Nordio-Meloni, però, serve lo sforzo decisivo: moltissimi cittadini sono ancora indecisi o hanno – comprensibilmente – le idee ancora poco chiare, bombardati dalla propaganda politica che confonde volutamente le acque.

Per questo abbiamo scelto di impostare questo numero della newsletter come una guida al voto, o meglio una guida al No: senza pretesa di imparzialità (la nostra opinione è chiara) ripercorreremo i contenuti della riforma e le argomentazioni usate dai suoi sostenitori, per poi spiegarvi, dal nostro punto di vista, tutte le ragioni per bocciarla nelle urne (riassunte da Travaglio in 15 punti nell’editoriale di oggi). Se avete un amico, un parente, un conoscente, un collega indeciso, potete girargliela: magari non lo convinceremo, ma speriamo che dopo averla letta avrà capito qualcosa in più.

Ricordiamo che, trattandosi di un referendum costituzionale, non è previsto il quorum: la consultazione sarà valida a prescindere dall’affluenza. Un motivo in più per andare a votare: non farlo significa far scegliere altri al posto nostro.

Cosa prevede la riforma

  1. Separazione delle carriere. Si introduce nella Costituzione il principio delle “distinte carriere” tra i giudici, cioè i magistrati che decidono le cause, e i pubblici ministeri (pm), cioè i magistrati che conducono le indagini e rappresentano l’accusa nel processo penale. Attualmente giudici e pm fanno parte di un unico ordine: sostengono lo stesso concorso e passano per un tirocinio comune, dopodiché scelgono quale dei due ruoli ricoprire. A certe condizioni possono anche “traslocare” da una funzione all’altra: ma questa possibilità è stata sottoposta nel tempo a limiti molto stringenti, tanto che ormai non si verifica quasi più. Con la riforma, giudici e pm apparterrebbero a due corpi diversi – la magistratura giudicante e la magistratura requirente – con concorsi e percorsi professionali separati: ovviamente non sarebbe più consentito il passaggio da un ruolo all’altro. Secondo chi sostiene il Sì, questa separazione è necessaria perché l’attuale “colleganza” porterebbe i giudici ad accogliere più spesso le tesi dei pm, penalizzando gli avvocati difensori; le parti del processo, quindi, non sarebbero sullo stesso piano e il giudice non sarebbe veramente terzo e imparziale.
  2. Separazione dei Csm. Attualmente le carriere di giudici e pm sono gestite da un unico organo, il Consiglio superiore della magistratura (Csm), composto da venti magistrati (cinque pm e 15 giudici) eletti dai colleghi e da dieci professori universitari e avvocati eletti dal Parlamento, i cosiddetti membri “laici”. Il Csm garantisce l’indipendenza dei magistrati occupandosi al posto del governo di tutti gli aspetti della loro vita professionale: promozioni, trasferimenti, aspettative, scatti di stipendio, sanzioni disciplinari. Il motivo è evidente: se a decidere su questi aspetti fosse il ministero di appartenenza, come avviene per tutti gli altri dipendenti pubblici, giudici e pm sarebbero continuamente esposti alle ritorsioni del potere politico. Con la riforma i Csm diventerebbero due, uno per i giudici e uno per i pm, sempre composti da due terzi di magistrati e un terzo di “laici” (ma i numeri non sono specificati). Secondo i sostenitori, ciò è necessario perché nell’unico organo attuale i pm contribuiscono a valutare, promuovere o sanzionare i giudici, che quindi, anche per questo motivo, non sarebbero pienamente imparziali nel processo.
  3. Sorteggio. A cambiare, però, è soprattutto il metodo di elezione dei futuri Csm: i magistrati infatti non potranno più eleggere i propri rappresentanti, che verranno selezionati con un sorteggio. Secondo i promotori della riforma, questo serve ad abbattere il potere delle correnti, cioè i gruppi in cui i magistrati si riuniscono sulla base dei loro orientamenti professionali e ideali (più o meno progressisti, più o meno garantisti e così via). Attualmente la maggior parte dei consiglieri del Csm sono eletti nelle liste delle correnti: sorteggiandoli, è la tesi, si eviterà che i gruppi si spartiscano le nomine dei posti di vertice, come emerso qualche anno fa dal cosiddetto “scandalo Palamara”. Mentre i membri magistrati saranno estratti a sorte, però, i membri “laici” continueranno a essere scelti dal Parlamento; o meglio, saranno formalmente sorteggiati, ma nell’ambito di un elenco votato dalle Camere, di cui non è specificata la lunghezza.
  4. Alta Corte disciplinare. Ai futuri Csm, poi, verrà sottratta una delle funzioni più importanti attualmente svolte dal Csm unico: quella di sanzionare i magistrati che commettono illeciti professionali, con misure variabili da un semplice avvertimento all’espulsione dalla magistratura. Questo compito passerà a un nuovo organo, l’Alta Corte disciplinare, che si occuperà sia dei giudici sia dei pm. L’Alta Corte sarà composta da 15 membri: nove magistrati (giudici e pm) sorteggiati tra quelli che lavorano o hanno lavorato in Corte di Cassazione, il massimo organo giudiziario italiano; e sei “laici”, sempre professori o avvocati, di cui tre scelti dal Parlamento (con le stesse modalità dei laici dei due Csm) e altri tre nominati dal presidente della Repubblica. Secondo i promotori della riforma, questo cambiamento è necessario perché l’attuale Csm non punisce a sufficienza le toghe inadeguate, sempre a causa dell’influenza delle correnti che proteggerebbero i propri iscritti ed elettori. Contro le sentenze dell’Alta Corte i magistrati non potranno più ricorrere in Cassazione, ma solo alla stessa Alta Corte: a decidere però sarebbero dei giudici diversi da quelli che si sono occupati del caso in primo grado.

La truffa della separazione

  • Iniziamo col dire che la separazione delle carriere è un falso problema. Da qualche anno ormai – per la precisione dal 2022 – i percorsi professionali di giudici e pm sono già di fatto separati: il passaggio da una funzione all’altra è consentito una sola volta e solo nei primi dieci anni di carriera, con l’obbligo di trasferirsi in un altro distretto giudiziario (cioè in un’altra regione o comunque a centinaia di chilometri di distanza) proprio per evitare di far sorgere dubbi sull’imparzialità. A causa di questi limiti, dal 2019 al 2024, a “traslocare” dal ruolo di giudice a quello di pm o viceversa sono stati in media una trentina di magistrati l’anno, lo 0,34% del totale. Anche il presunto “appiattimento” dei magistrati giudicanti sulle tesi dell’accusa è smentito dalle statistiche: secondo gli ultimi dati resi noti dal ministero, il 54,8% dei giudizi ordinari termina con una sentenza di assoluzione.
  • La teoria della difesa “sullo stesso piano” dell’accusa è un nonsenso: nel nostro sistema i pm, come i giudici, lavorano per cercare la verità e non per ottenere una condanna (tanto che in fase d’indagine chiedono l’archiviazione nel 40% dei casi). Se il pm trova una prova a favore dell’imputato, ha il dovere di sottoporla al giudice; se emerge che l’imputato è innocente, ha il dovere di chiedere l’assoluzione (se non lo fa commette un illecito disciplinare). Per l’avvocato è il contrario: la deontologia gli impone di lavorare solo nell’interesse del suo cliente, a prescindere da quello di cui è convinto (anzi, se depositasse prove che lo danneggiano commetterebbe un reato). “Parità delle parti”, quindi, non significa che le due figure abbiano lo stesso ruolo, ma che devono confrontarsi ad armi pari nel corso del processo, sulla base delle stesse regole. E a vigiliare sull’applicazione di queste regole è il giudice, terzo e imparziale.
  • Per separare completamente le carriere di giudici e pm, in ogni caso, non serviva affatto cambiare la Costituzione: bastava una legge ordinaria per impedire definitivamente il passaggio da una funzione all’altra, o anche per prevedere concorsi e tirocini differenziati. La riforma invece fa qualcosa in più: divide la magistratura in due ordini, governati e tutelati da organi diversi. Perché questa scelta? La motivazione di evitare che i pm “diano i voti” ai giudici non sta in piedi: non si capisce allora perché riunire le due categorie nell’Alta Corte disciplinare, permettendo ai pm addirittura di far perdere il lavoro ai magistrati giudicanti. Peraltro, nessuno si preoccupa quando a “dare i voti” ai giudici sono gli avvocati scelti dai partiti: eppure è proprio ciò che succede nel Csm attuale e continuerà a succedere nei due Csm futuri.

I rischi per l’indipendenza

  • Spaccare in due la magistratura produrrà invece alcuni effetti subdoli e pericolosi. Intanto, trasformare i pubblici ministeri in un corpo a parte, autogovernato da un proprio Csm, rischia di allontanarli dalla cultura professionale condivisa con i giudici, trasformandoli in figure molto più simili a poliziotti: meno attenti ai diritti degli indagati, più interessati a ottenere arresti e condanne. Soprattutto, però, la separazione apre la strada a differenziare le garanzie di indipendenza tra i magistrati giudicanti e quelli dell’accusa, gettando le basi per un controllo politico sulle indagini. D’altra parte, in tutti i Paesi occidentali in cui lo status dei giudici è diverso da quello dei pm, questi ultimi rispondono in qualche modo all’esecutivo: l’esempio di scuola è quello degli Usa, dove i procuratori sono subordinati all’Attorney general, il nostro ministro della Giustizia, e le indagini sgradite al governo (come quelle sulle violenze dell’Ice) semplicemente non si fanno.
  • Per spingere la riforma, i sostenitori del Sì ripetono che nella maggior parte dei Paesi europei le carriere sono in qualche modo separate, e l’Italia è un caso quasi unico. È vero: ma lo è in senso positivo. Il Consiglio d’Europa, l’organizzazione per la democrazia e i diritti umani a cui aderiscono 46 Stati del Vecchio continente, ha individuato il sistema italiano come modello da imitare: “Gli Stati devono prendere provvedimenti concreti al fine di consentire a una stessa persona di svolgere successivamente le funzioni di pubblico ministero e quelle di giudice, o viceversa”, una possibilità che “costituisce una garanzia anche per i membri dell’ufficio del pubblico ministero” contro il rischio di ingerenze da parte del potere politico, si legge in una raccomandazione del 2000.
  • Per negare il rischio di un controllo politico sui pm, i sostenitori del Sì ripetono che resterà intatto l’articolo 104 della Costituzione, in base al quale la magistratura “costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Ma questo non vuol dire nulla: dichiarazioni simili si trovano anche nelle Costituzioni dei peggiori regimi autoritari, dall’Iran alla Cina fino alla Corea del Nord. D’altra parte, se bastasse affermare un principio per renderlo effettivo avremmo probabilmente risolto ogni problema del mondo.
  • La verità è che l’indipendenza dei magistrati, pur restando formalmente garantita nella Carta, potrà tranquillamente essere svuotata con leggi ordinarie dalla maggioranza del momento. Ad esempio, basta cambiare un articolo del Codice di procedura penale per togliere al pm la direzione della polizia giudiziaria durante le indagini: in questo modo le inchieste sarebbero orienbtate dai vertici delle forze dell’ordine, che rispondono al governo, e il ruolo del magistrato si limiterebbe a quello di “avvocato dell’accusa” durante il processo (come d’altra parte lo lo ha definito Nordio). Non solo: sempre modificando la legge ordinaria si può impedire al pm di aprire indagini di sua iniziativa, obbligandolo a occuparsi solo di quello che gli viene segnalato da altri (e in primis dalle forze dell’ordine). Ancora, il governo e il Parlamento potranno decidere su quali reati indagare con precedenza rispetto agli altri: glielo consente una legge già in vigore, la riforma Cartabia del 2022, che finora non è stata ancora applicata.

La politica e i nuovi Csm

  • Ma già con la riforma Nordio l’influenza della politica sulla magistratura è destinata a crescere enormemente. Come abbiamo visto, infatti, i membri dei nuovi Csm e dell’Alta Corte disciplinare saranno individuati con un sorteggio asimmetrico: vero per i magistrati, pilotato – cioè finto – per i politici, che continueranno di fatto a scegliere i propri rappresentanti. Da un lato, quindi, avremo magistrati capitati per caso in un ruolo di grande responsabilità, senza alcuna legittimazione da parte dei colleghi e senza alcuna responsabilità elettorale nei loro confronti, quindi potenzialmente più sensibili alle lusinghe del potere. Dall’altro, proprio come adesso, una pattuglia di “laici” attentamente selezionati, spesso ex parlamentari di grande esperienza e pelo sullo stomaco, a rappresentare gli interessi dei partiti. Quale dei due gruppi avrà più facilità a orientare le scelte dell’organo? La domanda è retorica.
  • Il maggiore peso dei laici si farà sentire soprattutto nelle decisioni più delicate sul piano politico: in primis quelle disciplinari, ma anche i pareri sui disegni di legge del governo, le valutazioni di professionalità dei magistrati più esposti, le “pratiche-manganello” per chiedere il trasferimento d’ufficio di toghe sgradite alla maggioranza (in questa consiliatura ne abbiamo vista più di una, tutte andate a vuoto). Il Csm infatti non è solo un “ufficio di collocamento” che si occupa di nomine e trasferimenti, ma ha una funzione anche – e forse soprattutto – politica. Per questo non è vero, come afferma il centrodestra, che qualunque magistrato è in grado di fare il consigliere perché tutti i giorni prende decisioni delicatissime nel suo lavoro: far parte del Csm implica attitudini molto diverse e soprattutto presuppone di aver conquistato la fiducia di centinaia di colleghi.

Le bugie sul disciplinare

  • Infine, è falso dire che i magistrati “non pagano mai“, come fanno Nordio e Meloni per giustificare la creazione dell’Alta Corte. In questa consiliatura la Sezione disciplinare del Csm ha emesso 82 sentenze di condanna su 199, il 41%. Solo in due casi è stato deciso per la sanione meno grave, l’ammonimento (sostanzialmente senza conseguenze); in 46 casi la censura, che impedisce al giudice o pm sanzionato di concorrere per posti di vertice nei dieci anni successivi; in 17 casi la perdita di anzianità, che influisce sulle prospettive di carriera e di pensione; in nove casi la sospensione dalle funzioni. Ben otto delle sentenze di condanna pronunciate, il 10%, hanno invece inflitto la sanzione più grave, la rimozione dall’ordine giudiziario. Numeri in proporzione molto più alti di quelli delle altre categorie professionali (a partire dagli avvocati).
  • Sul piano comparato, invece, l’ultimo rapporto ufficiale del Consiglio d’Europa mostra che il nostro sistema disciplinare è più severo di quello dei grandi Paesi europei: nel 2022 in Italia sono stati puniti 38 magistrati su 9.421, lo 0,4%, contro lo 0,39% della Spagna, lo 0,09% della Francia e lo 0,19% dei Paesi Bassi (Germania e Regno Unito non hanno comunicato i dati). Allargando l’arco temporale, viene fuori un quadro ancora più netto: in un dossier pubblicato online e consultabile qui, il consigliere del Csm Marco Bisogni ha ricostruito che negli ultimi 15 anni in Italia sono stati sanzionati 42 magistrati l’anno, lo 0,5%, contro lo 0,2% della Spagna (14 sanzioni l’anno) e lo 0,1% della Francia (appena nove).
  • Le critiche del governo, inoltre, stridono con il comportamento del ministro della Giustizia, che ha il potere di impugnare le sentenze del Csm di fronte alla Cassazione: nell’attuale consiliatura l’ha fatto appena sei volte su 176 decisioni di merito. Con la creazione dell’Alta Corte, invece, il ricorso in Cassazione non sarà più ammesso e i magistrati diventeranno l’unica categoria di dipendenti a poter perdere il lavoro senza diritto di impugnare il provvedimento di fronte a un giudice.

La forma e il metodo

  • “Quando l’assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi del governo dovranno essere vuoti”, diceva uno dei nostri padri costituenti, il giurista Piero Calamandrei. Un modo per dire che a scrivere la Carta dovrebbe essere il Parlamento, espressione della sovranità popolare, e non il governo. In questo caso è successo esattamente il contrario: per la prima volta nella storia della Repubblica, una riforma costituzionale di questa portata è stata approvata in Parlamento (con le quattro votazioni previste) nello stesso identico testo in cui era uscita dal Consiglio dei ministri, senza modificare neanche una virgola. Il dibattito è stato tagliato, gli emendamenti delle opposizioni sono stati respinti in blocco senza discussione, e persino i pochi di maggioranza – proposti da Forza Italia – sono stati fatti ritirare perché, ha spiegato Nordio, il provvedimento doveva essere “blindato”.
  • Votare Sì significa di fatto consegnare un assegno in bianco alla politica per riscrivere il governo della magistratura con legge ordinaria. Nella riforma infatti non c’è scritto tutto, anzi: se passerà il Sì, moltissimi aspetti centrali saranno decisi dalle leggi di attuazione, che verranno scritte dal governo e approvate a maggioranza semplice. Ad esempio, bisognerà stabilire quanto sarà lungo l’elenco nell’ambito del quale verranno “sorteggiati” i laici, e se in questo elenco saranno garantite quote di rappresentanza alle opposizioni oppure la maggioranza del momento si approprierà di tutti i posti. Per quanto riguarda l’Alta Corte, invece, sarà decisivo stabilire come saranno composti i singoli collegi giudicanti, quelli di primo grado e quelli d’Appello: sulla carta infatti nulla impedisce che, in un determinato collegio, i giudici di nomina politica possano essere la maggioranza. E quindi avere, da soli, i numeri per punire i magistrati con sanzioni fino all’espulsione.

Il contesto politico

  • La separazione delle carriere di pm e giudici è una crociata antica di alcuni settori della politica, di solito gli stessi che manifestano apertamente la volontà di limitare l’azione della magistratura. A farne un totem, in particolare, è stato Silvio Berlusconi, che la propose quando era premier senza riuscire a realizzarla. Ma la riforma rappresentava anche uno dei punti centrali del Piano di rinascita democratica, il programma della loggia eversiva P2 guidata da Licio Gelli, che negli anni Settanta mirava a trasformare la forma di Stato italiana in senso autoritario. In un’intervista al Fatto il figlio di Gelli, Maurizio, ha fatto un endorsement postumo a nome del padre al piano del governo: “Sono certo che avrebbe avuto un’opinione molto favorevole su questa riforma”, ha detto. “La questione della separazione delle carriere non è un tema nuovo, e il fatto che oggi sia al centro di un referendum rispecchia la lungimiranza di mio padre”, le cui idee “sono attuali e continuano a influenzare il dibattito pubblico”.
  • La versione ufficiale del governo è che la riforma non è punitiva nei confronti della magistratura, ma serve a migliorare il sistema giustizia. Eppure la legge non incide in alcun modo sulle inefficienze della giustizia: anzi, moltiplica i costi e la burocrazia, perché affida a tre diversi organi le funzioni che adesso sono svolte da uno solo. E a “confessare” il vero obiettivo, più o meno consapevolmente, sono stati i massimi esponenti del governo: la premier Giorgia Meloni (“La riforma è la risposta più adeguata all’intollerabile invadenza di certi magistrati”), il suo braccio destro Alfredo Mantovano (“C’è un’invasione di campo che dev’essere ricondotta”), il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (“O si va fino in fondo e si porta il pm sotto l’esecutivo, oppure gli si toglie il potere d’impulso sulle indagini”). Ma i più espliciti di tutti sono stati gli autori materiali della riforma: il ministro Nordio, secondo cui “gioverà a chiunque andrà al governo” perché garantirà “libertà di azione” alla politica; e per ultima la sua potente capo di gabinetto Giusi Bartolozzi. Vi lasciamo con le sue parole pronunciate in pubblico qualche giorno fa: “Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione”. Se questo programma non vi convince, è meglio votare No.
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