Marx Reloaded, di Salvatore Cannavò
28 Ottobre 2026
Cambia il vento? Il capitalismo italiano secondo Volpi e le piazze contro guerra e carovita
di Salvatore Cannavò

Marx Reloaded, la newsletter sulle sinistre in Italia e nel mondo. Questa settimana: cosa dicono le importanti elezioni degli ultimi giorni, un libro di Alessandro Volpi per capire il capitalismo italiano e lo sciopero generale del 30 ottobre

s.cannavo@ilfattoquotidiano.it

Iscriviti a Marx Reloaded

Un vento di cambiamento?

É presto per tirare un respiro di sollievo, perché elezioni molto importanti devono ancora avvenire. Ma se su Marx Reloaded del 7 ottobre avvertivamo che la sconfitta di Lula al primo turno delle elezioni brasiliane e la crisi del governo Sanchez in Spagna avrebbero potuto aprire “un passaggio davvero delicato della situazione internazionale”, quanto accaduto il 25 ottobre attenua quell’allerta. La vittoria di Lula al secondo turno, con una rimonta di chiara impronta sociale e dal valore politico innegabile, unita alla vittoria della Lista degli studenti in Serbia e alle elezioni israeliane, permette di guardare al prossimo periodo con occhi probabilmente meno preoccupati. É come se un “vento del cambiamento” avesse cominciato a soffiare su scala internazionale, non così forte da produrre ribaltamenti improvvisi, ma in grado di individuare gli anticorpi ai meccanismi reazionari fortemente all’opera. Questa sensazione potrebbe tradursi in un fatto più consistente se il vento in questione soffiasse ancora nelle urne delle elezioni di Midterm statunitensi contribuendo alla prima vera grande sconfitta di Donald Trump e quindi all’apertura di una fase nuova su scala globale.

Quello che manca è un risultato netto in Israele dove gi oppositori di Netanyahu devono accontentarsi della sua mancata maggioranza, ma non della sua definitiva sconfitta. Se vento di cambiamento in Israele si è dato, questo riguarda la popolazione araba, andata in massa a votare realizzando un exploit delle proprie liste. Sarebbe la giusta nemesi per un popolo che non riesce a salvarsi da solo quella di essere salvato dagli arabi.

La vittoria di Lula è quella che ha costituito il segnale più importante perché è stata ottenuta chiamando sul serio alla mobilitazione politica, rivendicando il passato operaio e di sinistra del fondatore del Pt, lavorando a una contrapposizione dura e senza esitazioni con la destra, anche ricorrendo ad armi finora detenute solo da quella, come l’uso dei social network. Una vittoria fortemente “politica” possibile grazie a quei fattori che generalmente nutrono la politica sincera: la comprensione della partita in gioco, non solo a livello nazionale ma più globale, il ruolo del Brasile in America Latina e come contrappeso al dilagare del trumpismo nell’area, la comprensione della natura della destra bolsonariana, che corrisponde poi al volto di gran parte della destra mondiale, si pensi a Milei in Argentina o a Vox in Spagna. Se la destra viene battuta dalla forte consapevolezza dello scontro in atto, la dimensione tutta politica della vittoria è presumibile si nutra di un’aria complessiva che non è circoscrivibile solo al proprio paesi, ma più generale. La vittoria in Serbia costitusce un’altra prova di questo umore che soffia per lo meno nel mondo occidentale e che fa il paio con i grandi movimenti di massa in Francia e in Spagna – ne abbiamo parlato nella scorsa newsletter – con quanto sta per avvenire in Italia il 30 ottobre e poi il 20 novembre e quindi con un clima diverso su scala internazionale. Inutile aggiungere che se alle elezioni di medio termine negli Stati uniti, il 3 novembre, Trump perdesse il controllo del Congresso, allora saremmo di fronte a una svolta. Da cui, probabilmente, sembra immune l’Europa vista la progressione con cui Marine Le Pen cresce nei sondaggi in Francia o la presumibile vittoria delle destre in Spagna (senza contare il governo italiano e il primo posto tuttora mantenuto da AfD nei sondaggi tedeschi).

Libri/ Contrastare la finanziarizzazione dell’economia

L’argomento della finanziarizzazione del capitalismo non è nuovo. In Italia costituisce certamente un lavoro di riferimento il Finanzcapitalismo di Luciano Gallino che offriva una lettura di insieme e macroeconomica. Alessandro Volpi, docente di storia contemporanea all’università di Pisa, in questo La finanza è colpevole, offre un ritratto della finanziarizzazione del capitalismo italiano molto agevole e crea una sorta di manuale pronto all’uso per radiografare i mutamenti avvenuti nel profondo e i comportamenti che incidono, talvolta pesantemente, sulla vita quotidiana. La “mutazione” indicata dal libro si configura nella progressiva cessione “di una buona parte della proprietà imprenditoriale a fondi di matrice finanziaria“. Un fenomeno che coinvolge non solo le grandi imprese ma anche quelle più quelle e fa crescere in modo esponenziale – su questo Volpi conduce un’analisi puntuale quasi quotidiana – il ruolo dei grandi fondi, ad esempio Blackrock. In questo mutamento si affermano due fenomeni su tutti: la corsa ai rendimenti a breve termine, buttando a mare qualsiasi forma di politica industriale che abbia una minima visione; e la messa nel mirino dei grandi fondi di quote crescenti del risparmio nazionale, patrimonio essenziale per sostituire i capitali da investire che il moderno capitalismo non vuole più tirar fuori. Le casistiche descritte dal volume aiutano a cogliere il fenomeno e a decifrarne i contenuti che spesso si irradiano sulla politica, ancella, insieme alla spoliazione della sovranità dello Stato, di questo processo.

Nella fotografia offerta dal libro di Volpi la prima, importante, è quella relativa alla ricchezza. L’Italia è un paese sempre più “paradiso dei super-ricchi”. Poche migliaia di famiglie detengono il 46% della ricchezza italiana che per il 40% è di natura finanziaria su cui pagano imposte bassissime, raramente superiori al 20%. La pressione media fiscale è invece risalita ormai al 42,6% del Pil in larga parte dovuta ai salari dei lavoratori dipendenti. Una storia emblematica di ingiustizia fiscale è quella di Andrea Pignataro, uno degli uomini più ricchi d’Italia, con un patrimonio stimato in 30 miliardi, che però non ha la residenza in Italia e che trae la propria ricchezza dal controllo dei dati finanziari e dalla capacità di costruire una vera ingegneria finanziaria. Il problema della progressiva richiesta di riduzione del carico fiscale si lega alla contestuale presenza delle sedi fiscali delle società che controllano grandi patrimoni in “paradisi fiscali”. La società che controlla la Campari, è in Lussemburgo, quella che controlla Carrefour è in Svizzera; la famiglia Agnelli ha la propria finanziaria di famiglia, Exor nei Paesi Bassi. E così via. Il quadro della finanziarizzazione è eclatante quando si passa a descrivere la nuova frontiera del risparmio, l’uso di fondi immobiliari altamente speculativi che si muovono in sincrono con imprenditori storici come Caltagirone a Roma o Manfredi Catella a Milano. L’impatto di questi fondi è evidente nella sempre più difficoltà ad abitare nei centri urbani con segmenti crescenti della popolazione, soprattutto quella a reddito fisso, che deve spostarsi nelle periferie. Poi c’è il peso delle banche, dagli utili crescenti, come mostra la cronaca quotidiana, e la cui proprietà si interseca con grandi fondi di investimento: si pensi al ruolo decisivo ancora di Blackrock nel tenere in sella l’amministratore delegato di Monte Paschi, Luigi Lovaglio (che alla fine perderà contro l’ultimo assalto di BancaIntesa).

Tutto questo ha come corollario la perdita della politica industriale e la morte lente dell’industria italiana raffigurata efficacemente dall’agonia dell’Ilva di Taranto, ma anche dell’Elettrolux e altre decine di casi (il libro ne riporta solo alcuni). Questo arretramento va di pari passo con la perdita della sovranità nazionale e con il mutamento di cui si parlava all’inizio che descrive un quadro sempre più sfuggente e poco agguantabile. Volpi conclude il suo lavoro con una serie di proposte per fronteggiare la situazione. La prima, è la reintroduzione di “forme di limitazione di circolazione dei capitali” immaginando aree “macro-regionali” di circolazione di capitali e risparmi; si passa poi a ipotesi di “democratizzazione” della finanza con l’idea di ridurre il numero e le tipologie di strumenti finanziari mettendo un tetto all’esplosione della finanza “derivata”. Terza proposta, la madre di tutte le riforme, una revisione del fisco per spostare il prelievo dal lavoro e dal consumo alla rendita. Nel libro c’è una proposta molto più dettagliata che si unisce poi a proposte “rivoluzionarie” (dati i tempi che corrono) come la creazione di un credito pubblico, la limitazione delle privatizzazioni dei monopoli naturali, la limitazione del ruolo del dollaro, tramite un rafforzamento dell’euro come moneta di finanziamento pubblico ma anche contrastando il monopolio del sistema di pagamenti a base Usa Switf. Per concludere con una proposta “populista”: una nuova stretta sulle varie caste, a cominciare da quella politica e da quella che alberga nelle partecipate pubbliche. Un’idea di cambiamento che probabilmente spaventerebbe molte forze anche nella sinistra italiana.

Movimenti/Lo sciopero generale: contro la guerra e il carovita

Il 30 ottobre sarà giorno di sciopero generale. La mobilitazione è stata indetta dal sindacato Usb, ma anche da Cobas, Clap, Adl Cobas e Sial Cobas e si tratta di una giornata che fungerà da collettore di una movimentazione molto più ampia a partire dagli studenti. Sarà anche la giornata di mobilitazione nei porti di contro il traffico di armi: un’iniziativa di lotta lanciata da più organizzazioni sindacali di veri paesi tra cui Usb che ha ormai coinvolto più di 100 scali portuali in 17 paesi diversi.

La giornata si andrà caratterizzando per i vari allarmi sui possibili scontri e incidenti, soprattutto dopo le giornate del 17 e 18 ottobre, ma assomiglierà invece fondamentalmente alle giornate di mobilitazione dello scorso anno incentrate sulla solidarietà alla Global Sumud Flotilla e contro il massacro di Gaza. Le piazze saranno davvero tantissime, qui gli appuntamenti principali delle varie regioni:

Trieste: ore 9 Varco 4 Punto Franco Nuovo

Padova: ore 8:00 Stazione

Torino: ore 9:30 Piazza Palazzo di Città

Milano: ore 10:00 Piazza Duca D’Aosta

Bologna: ore 9:30 Piazza Maggiore

Genova: 9.30 Varco Albertazzi, ore 10 Stazione Principe

Firenze: ore 10:00 piazza Bambine e Bambini di Beslan (Fortezza)

Ancona: ore 10:30 Corso Carlo Alberto – lato P.zza Ugo Bassi

Perugia: ore 8:30 Piazza Partigiani

Roma: ore 10:30 Piazza dei Cinquecento

Pescara: ore 10:00 Piazza Italia

Campobasso: ore 9:00 piazza San Francesco

Napoli: ore 9:30 Piazza Mancini

Potenza: ore 9:00 Piazza Cagliari

Bari: ore 9:30 Piazza Prefettura

Cosenza: ore 9:00 Piazza Loreto

Palermo: ore 9:00 Piazza Politeama

Cagliari: ore 9:30 Piazza Garibaldi, corteo fino a Porto di Cagliari

Il Fatto Quotidiano
Disiscriviti
IL FATTO S.P.A. - C.F. E P.IVA 10460121006
VIA DI SANT'ERASMO, 2 ROMA