Settimana 27 – Questa sera – ieri per voi che mi leggete – andrò a vedere Naza. Ci vado con la speranza che qualcosa riaccenda la mia indignazione, scivolata pericolosamente sotto il livello di guardia al di là del quale da falso cinico mi tramuto in dormiente (cit.). Il campanello d’allarme mi è scattato a inizio settimana, quando giornali e social network hanno iniziato a rimbalzare le riprese satellitari di Rafah e Khan Younis, prova incontrovertibile della meticolosa cancellazione di cui le due città – e la memoria stessa della loro esistenza – sono state fatte oggetto. Sono corso su Google Maps e ho sorvolato le due zone della Striscia, constatando di persona quel che i rapporti Onu raccontano da anni censendo certosinamente le coordinate di ogni edificio abbattuto, danneggiato o reso inagibile. Sono andato a zoomare sulle singole case, saltabeccando da una “periferia” all’altra, solo per ritrovarle minuziosamente rase al suolo. Una dopo l’altra. Una precisione talmente chirurgica da apparire iper-reale e da lì, per estensione, sterile: niente sangue, niente odori, niente lamenti né dolore. Eccomi qui: con due dita posso mettere a fuoco la distruzione, allargare, navigare, spostarmi. Ma cosa provo?
Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni
Noi e il nostro io martoriato in nome di un Noi che non arriva mai
Noi che non vediamo più il bicchiere, mezzo pieno o mezzo vuoto che sia
Noi che vorremmo poter credere in dio solo per rinfacciargli le sue colpe
Noi siamo i procrastinatori, i pessimisti cosmici, gli infelici, i progressisti pentiti
Noi sconfitti, perché chi vince prevarica
Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi
Noi siamo gli Estintori.
Un po’ sul serio. Un po’ no.
PROLOGO – “Adoro i piani ben riusciti” (cit.)
Mi immagino lo sguattero di Netanyahu entrare di corsa nell’ufficio del premier: “Capo, capo, Google ha aggiornato Maps, è tutto distrutto. Siamo nella merda”. E lui sornione: “E a Pietracatella? Si è capito cosa è successo a Pietracatella?”. “Ma capo, hanno scoperto che sapevamo del sette ottobre prima del sette ottobre!”, “Io ‘sto Sempio non lo vedo mica tanto bene”. Gioco con l’orrore, ma fino a lì. Ci pensavo dopo Estintori/26: se il grande compagno delle dittature è il silenzio imposto, quello delle democrazie mature – diciamo pure marcite – è l’ingorgo di parole e immagini. Spesso pulite, levigate, instagrammabili. Non a caso l’unica vera cosa di cui Israele sembra preoccuparsi è che nessuno si avvicini abbastanza a Gaza da sentire la puzza di cadavere, respirare la polvere delle case abbattute, sentire il lamento di chi muore di fame, il terrore e il dolore di chi viene operato senza anestesia. Finché la distanza dalla realtà resta sufficientemente ampia non c’è bisogno di spegnere proprio un bel niente. È sufficiente aspettare che il feed si aggiorni, la homepage si refreshi: “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa” (cit.).
PARODO – The Times They are A-Changin’ (cit.)
Ma anche fosse, anche avessimo accesso diretto a tutto l’orrore di Gaza, siamo sicuri che questo farebbe esplodere il cambiamento? Una risposta alla domanda è quella data da Susan Sontag già alla fine degli anni settanta del secolo scorso nel suo Sulla fotografia. Molto in breve: no. La tesi, vado a memoria recuperando brandelli dagli anni di Scienze delle Merendine, è che alla lunga la sovraesposizione crei una sorta di effetto anestetico. Al male in sostanza ci si abitua. E ci si abitua, aggiungo io, anche a fin di bene: chi potrebbe assistere all’infinito a ogni forma di crudeltà senza impazzire? L’altro lato della medaglia è la morbosità: la violenza viene sublimata al punto da diventare intrigante. Il caso di scuola è quello della cronaca nera dove lo spettatore opera una sorta di disconnessione tra la vittima in quanto tale e la ricostruzione della violenza. Alzi la mano chi ha in mente Chiara Poggi mentre assiste alla puntata centoventiquattromilanovecentoventidue del “delitto di Garlasco”. Nessuno? Infatti.
Digressione che non lo era: Susan Sontag ebbe a correggere la sua teoria sulla sovraesposizione mediatica all’inizio di questo secolo. Nel saggio Davanti al dolore degli altri rettificò parzialmente l’idea della anestesia trasformandola in qualcosa di più vicino alla “autoassoluzione” (virgolette mie) dello spettatore: guardo la violenza, ne sono scioccato e indignato, ergo mi sento a posto con me stesso e posso passare oltre. Brutalizzo ancora una volta il concetto, ma più di tutto brutalizzo me stesso: al reel su Gaza seguirà quello dei gattini che cercano casa, il cane con le protesi, il nuovo modello di una casa cinese di motocicli, le chiappe di Dua Lipa… un video di Norman Finkelstein. Lo ri-posto: dio, quanto sono indignato.
EPISODI – Dr. Feelgood (cit.)
A questo punto permettetemi di essere un po’ nerd, ma solo per un attimo. Se facciamo cento la nostra “indignazione potenziale” – il massimo che ce ne può fregare di due milioni di persone intrappolate in un lembo di terra bombardato da anni – un grosso pezzo sarà mangiato dal “rumore” delle nostre vite: un parente che sta male, il gatto che vomita, il figlio che cresce, la macchina da cambiare, la benzina che aumenta, lo scroll che ci distrae in continuazione. Un altro po’ di questo intero sarà ingurgitato dalla distanza fisica e dalla incapacità di andare a vedere con i nostri occhi o con quelli di qualcuno fidato. Un pezzetto ancora ci verrà sottratto dalla sovraesposizione e ancora un brandello dalla autoassoluzione necessaria a non sbroccare. Aggiungiamoci pure il tempo che inesorabilmente scorre e diluisce gli eventi. Cosa resta, infine, al fondo della nostra indignazione?
STASIMI – I focus on the pain, The only thing that’s real (cit.)
Da giovane praticante in stage in una prestigiosa e defunta testata nazionale ebbi la fortuna di avere un grande insegnante. Non perché fosse il migliore dei cronisti: non era il più scaltro e nemmeno il più cinico. Al contrario era onesto e coerente al punto da rischiare in proprio. Se oggi riesco a non cedere alla cronaca nera e invece sento ancora il bisogno di misurare di tanto in tanto la pressione della mia indignazione, lo devo essenzialmente a lui.
Che la vogliate chiamare anestesia o autoassoluzione, va da sé che noi giornalisti abbiamo un ruolo tragico nella assimilazione della violenza. Potremmo aprire una lunga querelle sull’uovo e la gallina (sono i giornalisti che mitridatizzano i lettori/spettatori o questi ultimi a chiedere sempre di più e di peggio?), ma non ora. Tant’è, ricordo ancora distintamente il pomeriggio del 6 agosto del 2005, quando un Atr-72 della Tuninter partito da Bari ammarò in emergenza al largo di Palermo, senza carburante perché gli avevano montato l’indicatore di un aereo più piccolo. Ricordo molti colleghi bestemmiare perché le pagine erano già disegnate e fummo costretti a smontare mezzo giornale. Ricordo Massimo intervenire in quel marasma: “Dio, saranno morte delle persone”. Lo disse come un supplizio, come se quelle 16 anime – non sapevamo niente, ancora – fossero lì accanto a lui a ricordargli perché aveva scelto quel mestiere.
Quel giorno Massimo mi appioppò quello che in gergo si chiamava il “pezzo del dolore”: telefonare a casa delle famiglie delle vittime e parlare con loro. Lo fece apposta, credo.
ESODO – Moriremo tutti (cit.)
Stasera vado a vedere Naza anche per ricordarmi quanto sono stato male quel giorno.
E chiedermi quand’è che ho smesso di sentire.
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Da Le perfezioni, di Vincenzo Latronico:
“Un uovo diventava più famoso del papa. Un virus contagioso devastava l’Africa occidentale. Un miliardario si rovesciava un secchio di ghiaccio in testa. Un marchio di moda sfruttava le tessitrici dell’Est asiatico. Una ragazza registrava tutte le volte che le fischiavano in strada. Due afroamericani venivano uccisi dalla polizia. Un uomo filmava primi baci. Un aereo spariva sulla rotta per Pechino. Una donna era bella. Una casa piena di piante era bella. Una quiche vegana era bella. Un bambino aveva bisogno di soldi per la chemio. Il tempo spariva”.
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Le altre citazioni della settimana, senza troppe menate ché sono già abbastanza frustrato di mio: World War Z di Marc Forster; la serie A-Team; Sulla fotografia e Davanti al dolore degli altri di Susan Sontag; La Divina Commedia, Inferno, canto III, di Dante Alighieri; The Times They are A-Changin’ di Bob Dylan; Hurt dei Nine Inch Nails; Dr. Feelgood dei Mötley Crüe; Lenny Bruce alla moda di Don DeLillo. Solo nella mia testa e in alcuni passaggi che ho cancellato: Furore, di John Steinbeck.
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Io sono Fabio Amato, con tutta la fatica che implica. Per voi come per me. Scrivete a f.amato@ilfattoquotidiano.it i vostri tre motivi per desiderare la scomparsa del genere umano.
Qui sotto i miei:
– Io
– Appartenere alla stessa specie di Netanyahu
– La desensibilizzazione dei sapiens
Qui trovate la classifica degli Estintori, aggiornata a ieri sera.
¡Hasta el fin del mundo!
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