Estintori, di Fabio Amato
24 Settembre 2026
La fine del mondo è qui, benvenuta fine del mondo
di Fabio Amato

Settimana 26 – Al mio fianco in metropolitana c’è una signora sulla cinquantina. Ha il telefono in mano, come quasi tutti noi, e scrolla compulsivamente il suo social network di riferimento. Mi colpisce più degli altri passeggeri perché a un certo punto il suo sguardo si stacca dallo smartphone e si incolla su un punto fisso oltre il vetro del vagone. Nel mentre il pollice destro, provvisto di autonoma volontà, continua a scorrere lungo lo schermo. Ritmicamente, senza sosta, senza soluzione di continuità, senza scopo evidente. Inizio a contare mentalmente – sì, sono un autentico stronzo – e arrivo fino a dieci senza che sia avvenuta alcuna riconciliazione tra pensiero e azione. Mi volto a destra e a manca in cerca di aiuto – siamo d’accordo che c’è bisogno di aiuto? – ma attorno a me ci sono solo schermi accesi. Lascio al suo destino la signora inocata – dal parmigiano andare in oca, anche riflessivo: inocarsi – e scendo dalla metro pensando che il suo destino è quello di tutti.

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Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni
Noi e il nostro io martoriato in nome di un Noi che non arriva mai
Noi che non vediamo più il bicchiere, mezzo pieno o mezzo vuoto che sia
Noi che vorremmo poter credere in dio solo per rinfacciargli le sue colpe
Noi siamo i procrastinatori, i pessimisti cosmici, gli infelici, i progressisti pentiti
Noi sconfitti, perché chi vince prevarica
Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi
Noi siamo gli Estintori.

Un po’ sul serio. Un po’ no.

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PROLOGO – The Passenger (cit.)

Tra i miei romanzi preferiti di sempre almeno cinque o sei sono di José Saramago, se non si fosse già capito. Di questi, almeno tre sono scritti seguendo una idea al tempo stesso semplice e rigorosa, comune a buona parte della letteratura cosiddetta distopica e in particolar modo a quella ucronica: sviluppare in modo logico una premessa implausibile. Sono scritti così Cecità (tutti ciechi tranne una donna), (Saggio sulla) Lucidità, che di Cecità è il seguito “involontario” (tutti votano scheda bianca) e Le intermittenze della morte (non muore più nessuno). Se li cito qui e ora è perché nel mio compiaciuto catastrofismo – un po’ sul serio, un po’ no – mi sono sempre chiesto cosa accadrebbe all’umanità se d’improvviso si trovasse totalmente e irrimediabilmente disconnessa. Buio, silenzio tecnologico totale come il grande apagón spagnolo. Ma globale e permanente.
Dopo quanti secondi la mia vicina di vagone si renderebbe conto del trapasso di Facebook? E il suo pollice? E Trump? Cosa farebbe Trump della superintelligenza sbandierata in mondovisione con tanto di pretesa di scegliere chi ne può parlare e chi no? E le gonne beige di Tajani, le mutande trasparenti di Sidney Sweeney, l’incontinenza fecale nelle gare di hyrox, i full frontal di Vannacci, i 5 minuti di Vespa, il riporto grigio tortora di Netanyahu, le scuole sbiancate di Meloni, gli elenchi verdi di Salvini, le liste nere di Afd? E io? Cosa farei io?

PARODO – Everything You Ever Wanted to Know About Silence (cit.)

L’idea mi torna in mente ciclicamente come variante estrema del “voglio andare a vivere in montagna”. Di solito mi succede di lunedì mattina, quando il telefono mi dice quanto tempo abbiamo passato insieme nella settimana precedente e le notifiche di whatsapp già intaccano il mio precario equilibrio psico-fisico. Poi c’è l’estintore Paolo che mi sobilla proponendo l’istituzione di una settimana “antidemocratica” per chi non sa apprezzare il privilegio del voto, con tanto di meraviglioso tridecalogo dei precetti da rispettare: dalla verifica della coniugazione dei verbi irregolari alle caste etniche (o presunte tali) per l’accesso ai servizi pubblici.
Ma quando dico ciclicamente intendo dire che mi succede almeno da una ventina d’anni, grossomodo dal 2006. Gli smartphone ancora non esistevano, l’AI era solo un concetto matematico, al più letterario, e chi aveva Internet “veloce” poteva vantare una Adsl e qualche video di Jenna Jameson scaricato con fatica. Per “piratare” un film con e-mule serviva una settimana – “Sono un mulo, se anche mi fissi non vado più veloce” – e ciononostante la direzione del mondo era già presa, la schiavitù tecnologica innescata, la globalizzazione si godeva il trionfo. Noi della generazione X – schiacciati dal G8 prima, cancellati dall’11 settembre poi – eravamo il suo trofeo: se il mondo di oggi vi sembra ingiusto, sappiate che è solo il logaritmo di allora.

EPISODI – Digital Bath (cit.)

Nel 2005-2006 io e Marta (la trovate qui. E qui trovate le cose molto belle che fa, a differenza mia) ci sedemmo al tavolo e cercammo di rispondere con un intero romanzo alla domanda: cosa potrebbe accadere se qualcuno staccasse la spina?
Ne vennero fuori mille altre domande: chi? Perché? Con quali effetti? Paura e caos, sollievo o un mix indistinguibile di tutto? Lo intitolammo Sabbia e ci piacque tantissimo. Ma non ebbe particolare fortuna: l’unico editore a cui lo proponemmo lo bocciò perché “troppo arrogante per due esordienti” – insomma, un complimento – e da allora è rimasto in un cassetto virtuale (a differenza degli altri due libri che Marta ha scritto senza di me: questo e quest’altro). Ma la domanda di fondo in vent’anni si è moltiplicata di senso. E ogni giorno che passa questo senso si amplifica, spinto dalla vorticosa corrente che concentra sempre più potere nelle mani di un numero sempre minore di persone in grado di premere l’interruttore e spegnere tutto. Mettete gli Elon Musk al posto di Jep Gambardella e il mondo intero al posto delle feste: case, scuole, ospedali, comunicazione, democrazia, finanza, mezzi di trasporto, ogni cosa nel mondo globale è schiava degli algoritmi e i Musk, i Bezos e gli Zuckerberg oggi non hanno solo il diritto di partecipare, ma il potere di farci fallire (semicit.). Allo stesso tempo questa torsione digitale altera gli individui, le loro priorità, le loro relazioni sociali, il loro linguaggio, la loro capacità di comprendere ed elaborare.

STASIMI – Unravelling (cit.)

Un buon esempio, nel bene e nel male, arriva da Il Silenzio di Don De Lillo. Pubblicato cinque anni fa in Italia, ma scritto alla vigilia della pandemia di Covid, il romanzo breve (brevissimo: 112 pagine) narra l’inizio di un blackout digitale che sconvolge Manhattan alla vigilia del Super Bowl 2022 (De Lillo è fissato con la coincidenza tra eventi sportivi e sociali). Ora, al di là di quanto mi fa rosicare che il mondo riconosca l’idea a lui anziché a me, il merito di De Lillo è mostrare in modo fulminante cosa resta dell’individuo nel silenzio tecnologico. Se il mondo esterno non è più minimamente accessibile – sarà terrorismo? Cyberattacco? Collasso delle reti? È dappertutto? – cosa resta di quello interiore? Ben poca cosa, suggerisce l’autore: privati della identità pubblica gli individui perdono via via consistenza, il loro linguaggio si sfalda in breve tempo, il loro dialogare diventa infine monologare. E una nuova era primitiva si affaccia all’orizzonte.

ESODO – Thumbing my way (cit.) / Moriremo tutti (cit.)

Se ciò che scrive De Lillo era vero nel 2020 (e lo era) aggiungete il carico di sei anni di crescita esponenziale della capacità tecnologica e vi renderete conto che siamo in presenza di una tempesta perfetta in cui l’entropia vince qualunque sia la direzione presa (non potrebbe essere altrimenti, del resto). Da un lato, lasciarsi trasportare lungo la attuale rotta non fa che aumentare le disuguaglianze, impoverire il pianeta, concentrare il potere, instupidire gli individui (non lo dico io, ma i test Pisa e gli studi sull’effetto Flynn inverso) e avvicinare il momento in cui qualcuno avrà il bisogno (o la tentazione) di staccare tutto. Se invece siete fan del team ora-e-sempre-blackout, dovrete riconoscere che fermarsi ex abrupto implica spegnere un buon 90 per cento del mondo moderno e farsi carico del peso delle conseguenze. Quand’anche poi riusciste a vincere la battaglia e infine prendere il controllo del bottone, chi vi dà la garanzia che il vostro pollice sarà ancora in grado di azionarlo?

Non per sfiducia eh, ma io intanto vedo se mi riesce davvero di andare a vivere in montagna.

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Da Il Silenzio, di Don De Lillo

“Guardo lo specchio e non so chi è la persona che ho davanti, – diceva Martin. – La faccia che mi guarda non sembra la mia. Ma in fondo perché dovrebbe? Lo specchio è davvero una superficie riflettente? E la faccia che vedo io è la stessa che vedono anche gli altri? Oppure è qualcosa o qualcuno di mia invenzione? Sono le pillole che prendo a dare vita a quest’altra versione di me? Guardo quella faccia con interesse. Sono interessato, ma anche un po’ confuso. Capita mai anche agli altri? La faccia di ognuno di noi. Cos’è che vedono gli altri quando camminano per strada e si guardano a vicenda? La stessa cosa che vedo io? Tutte le nostre vite, tutto questo guardare. La gente che guarda. Ma cos’è che vede?”
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Le citazioni della settimana, per chi ha ancora il pollice opponibile: Cecità, Saggio sulla lucidità e Le intermittenze della morte di José Saramago; Digital Bath e The Passenger (feat. Maynard James Keenan) dei Deftones (o anche di Iggy Pop); Unravelling dei Muse; Everything You Ever Wanted to Know About Silence dei Glassjaw; Thumbing my way dei Pearl Jam; La grande bellezza di Paolo Sorrentino; Lenny Bruce alla moda di Don De Lillo
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Io sono Fabio Amato e, se non si fosse capito, non ho mai perdonato quell’editor. Se volete leggere Sabbia inviate un milione di euro in busta chiusa a f.amato@ilfattoquotidiano.it

I miei tre motivi di questa settimana per desiderare la scomparsa del genere umano:

– Io
– La Pianura Padana
– La deprimente involuzione cognitiva dei sapiens

Se volete partecipare scrivete scrivete e scrivete.
Qui trovate la classifica degli Estintori, aggiornata a ieri sera.

¡Hasta el fin del mundo!

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