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“Il” presidente del Consiglio, “la” presidente del Consiglio. Cristina, Alfonsina, Tina, Nilde, Samantah e le altre, indegne di un cognome. Incentivi per chi assume donne e asili nido aperti fino all’ora di chiusura dei negozi per rimettere la “famiglia” al centro della “Nazione”, sempre per il vecchio assunto che i figli sono delle madri e pater numquam. Analizzare il discorso della (ce ne scuserà) neo premier Giorgia Meloni sugli aspetti concernenti genere, parità, autodeterminazione, professionismo ci dà la conferma di quanto, per sfondare il tetto di cristallo che lei stessa ha citato, abbia dovuto adeguarsi a una narrazione maschile e maschilista. E a chi in questi giorni va ripetendo che le questioni in ballo sono “ben altre”, rispondiamo con le parole di Cecilia Robustelli, linguista e accademica della Crusca: “Il linguaggio è la cartina di tornasole del sessismo e della discriminazione”. Non solo: secondo una giovanissima filologa, Valeria Fonte, che Angelo Molica Franco ha intervistato, la lingua può “uccidere”, nel senso che “la quotidianità della misoginia” si manifesta anche attraverso il linguaggio usato nei confronti e contro le donne. E questo nella narrazione della destra italiana risulta ancora più evidente.
Meloni ha citato più volte la “famiglia”, intesa naturalmente nel senso più cattolico e tradizionalista possibile: madre, padre, figli. Non ha accennato affatto alla comunità Lgbtq+, come se non esistesse. “La destra ha paura di perdere la sua egemonia di normalità”, racconta a Guido Biondi lo scrittore Vìctor Mora, il quale in un libro affronta il tema del queer come strumento per decostruire la “diversofobia”.
Ciò che, invece, la presidente del Consiglio ha provato a fare con risultati pessimi, chiamando le donne per nome e non per cognome, è stato aggrapparsi a una finta sorellanza che si vuole propria del femminismo. Finta perché l’incapacità di riconoscere che, all’interno dei movimenti, ci sono anche battaglie diverse, rischia di creare ulteriori discriminazioni. Ne parla la giornalista libanese Ruby Hamad in un saggio che rappresenta un’accusa potentissima nei confronti delle femministe bianche, le cui “lacrime” – intese ovviamente come un atteggiamento emotivo, remissivo e vittimistico – provocano violente ferite nelle sorelle nere, latine, arabe o facenti parte di una qualche minoranza. Ce ne parla Elisabetta Ambrosi.
Continuiamo a occuparci di violenza, sotto un’altra forma, anche con Federica Crovella, che ci racconta questa settimana il progetto DeStalk, nato dalla collaborazione tra cinque partner europei. È stato calcolato che la cyberviolenza, intesa come l’utilizzo di sistemi informatici per causare danni o sofferenze fisiche, sessuali, psicologiche o economiche, costa annualmente all’Unione tra i 50 e i 90 miliardi di euro: parliamo di spese legali e sanitarie e di costi legati a una minore partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Formare e sensibilizzare può essere dunque la chiave per prevenire il fenomeno online.
Per la pagina culturale, ultima puntata della nostra inchiesta sulla letteratura femminile o al femminile. Giuseppe Cesaro ha intervistato la scrittrice Nadia Fusini, secondo la quale – in un mercato di squali – puntare su ‘giovane’ e ‘donna’ può essere addirittura un mezzo per attirare l’attenzione su un prodotto. Infine, la testimonianza della coreografa Elisabetta Consonni, che da anni lavora sulla rappresentazione del corpo femminile e ha appena portato in scena a Modena la sua indagine coreografica sul margine scenico come metafora del margine sociale.
Buona lettura.
A cura di Silvia D’Onghia
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