E così anche questa volta giustizia non è stata fatta. Nessun colpevole per la strage di Piazza della Loggia (28 maggio 1974, otto morti e oltre cento feriti): trentotto anni dopo, la Corte d’assise d’Appello di Brescia ha assolto Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Maurizio Tramonte (neofascisti di Ordine nuovo) e il generale dei carabinieri Francesco Delfino nel quarto processo per la strage.

Per sovrappiù, la beffa: le parti civili dovranno accollarsi le spese processuali del ricorso contro contro Pino Rauti, ritenuto inammissibile, per il quale la stessa accusa aveva chiesto l’assoluzione.

Non che i parenti delle vittime e i bresciani che hanno seguito con trepidazione il dibattimento in aula si fossero fatte molte illusioni. Una maledizione, o per meglio dire una congiura del silenzio, sembra colpire i processi che riguardano lo stragismo nero, variamente supportato da servizi segreti deviati e apparati dello stato infedeli. Piazza Fontana docet.

Eppure, fin dall’inizio erano state percorse le piste giuste. Nel 1975, per la bomba di Brescia vengono inquisiti i neofascisti Ermanno Buzzi e Angelino Papa, che nel 1979 saranno condannati in primo grado. Ma già 1981 le acque diventano torbide. Poco prima del processo d’Appello, Buzzi, personaggio in bilico fra criminalità comune e neofascismo, viene ammazzato nel supercarcere di Novara dai camerati Mario Tuti e Pierluigi Cocutelli: perché era un “pederasta”, si giustificano i due. Perché intendeva “cantare” nell’imminente processo di secondo grado, il movente più accreditato, come risulterebbe anche da una lettera di Buzzi medesimo.

In ogni caso, al processo d’Appello Papa viene assolto e, a sorpresa, arriva anche l’assoluzione “post mortem” di Buzzi. Fra annullamenti e nuovi appelli, le assoluzioni vengono confermate fino in Cassazione.

Non è l’unica stranezza di questa storia infinita. Nel 1975, a raccogliere la soffiata su Buzzi era stato il capitano dei carabinieri Francesco Delfino il quale, come si scoprirà molti anni dopo, conosceva benissimo Buzzi, che era un suo informatore fin dal 1973: un informatore speciale, che veniva da lui addirittura mandato a colloquio con i detenuti in carcere per carpirne informazioni. Bell’informatore. O meglio: bella coppia di informatore e servitore dello Stato.

Ma facciamo un passo indietro: da uno stralcio della prima istruttoria (“gruppo Buzzi”) era nata un’ “inchiesta bis” imperniata su Ugo Bonati, uno dei principali testimoni dell’accusa, che sosteneva d’aver assistito a tutta la vicenda, dal trasporto dell’esplosivo alla Piazza fino al deposito della bomba. La sua posizione di “testimone inconsapevole” della strage si fa presto insostenibile e viene rinviato a giudizio come componente del gruppo degli attentatori, in concorso con Buzzi e Papa, con conseguente mandato di cattura. Ma nel ’79 fugge da Brescia e da allora non è più stato rintracciato. Il 17 dicembre 1980, comunque, il giudice istruttore dispone l’assoluzione nei suoi confronti, accertando che le sue affermazioni sono false, sul ruolo degli altri imputati come sul proprio.

Altre due istruttorie si risolvono in un nulla di fatto: nel 1987 vengono assolti gli estremisti di destra Cesare Ferri e Alessandro Stepanoff. Nel 1993 il giudice istruttore Gian Paolo Zorzi non riesce ad accertare le responsabilità penali di un altro gruppo di neofascisti, fra i quali Giancarlo Rognoni. Nell’ordinanza di rinvio a giudizio Zorzi denuncia la protezione di esecutori e mandanti della strage a opera di servizi segreti e apparati dello Stato, evidenziando “l’esistenza e costante operatività di una rete di protezione pronta a scattare in qualunque momento e in qualunque luogo”.

Passano 15 anni prima che vengano rinviati a giudizio, nel 2008, altri esponenti neofascisti (Pino Rauti, Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi, già inquisiti per piazza Fontana) e, questa volta, anche un informatore del Sid e un rappresentante delle istituzioni: il comandante, nel frattempo diventato generale, Francesco Delfino.

L’accusa di strage nei confronti Maggi e Zorzi (quest’ultimo, residente da decenni in Giappone, è accusato di aver confezionato e procurato l’ordigno esploso in piazza della Loggia), si basa sulle veline al Sid di Padova e sulle successive dichiarazioni dell’agente Maurizio Tramonte, nome in codice Tritone, e sulle dichiarazioni del pentito Carlo Digilio, ex agente Cia, armiere di Ordine Nuovo.

Nelle sue veline, l’infiltrato Tramonte-Tritone raccontava in tempo reale (1974) di riunioni svoltesi ad Abano Terme con lo scopo di creare “ … una nuova organizzazione extraparlamentare di destra che comprenderà parte degli ex militanti di Ordine Nuovo. L’organizzazione sarà strutturata in due tronconi. Uno clandestino … opererà con la denominazione Ordine Nero sul terreno dell’eversione violenta contro obiettivi che verranno scelti di volta in volta”. Una dichiarazione d’intenti che non poteva essere presa sottogamba, ma che fu invece ignorata all’epoca dei fatti e considerata ininfluente al processo del 2008, così come non rilevante fu considerata la testimonianza di Digilio, già considerato non credibile come teste nel processo di piazza Fontana e, per estensione, anche in quello di Brescia. Risultato: tutti assolti, sia pure con formula dubitativa.

Le ultime speranze erano riposte nel processo d’Appello, iniziato due mesi fa. Ma le cose sono andate male fin dall’inizio: non sono state accolte le nuove prove prodotte dall’accusa, fra le quali le dichiarazioni di un altro agente del Sid, Fulvio Felli, il quale ammetteva che la velina di Tramonte sulla riunione di Ordine nero in cui si preannunciava la strage era stata posdatata, risultando evidente che, se scritta e letta da chi di dovere prima dei fatti, la strage si sarebbe potuta prevenire.

La ridefinizione del ruolo di Delfino e dei suoi rapporti con Buzzi non sono stati presi in considerazione. E lo stesso si dica per il ritrovamento del casolare, indicato da Digilio, dove Zorzi avrebbe accompagnato il camerata Marcello Soffiati per la consegna della valigetta che conteneva l’ordigno destinato a Brescia.

È stato accettato, soltanto, un approfondimento sulle perizie balistiche: in pratica una discussione astratta su reperti che non esistono (la piazza fu lavata subito dopo l’esplosione) ingaggiata fra i periti dell’epoca, che avevano almeno annusato dal vivo l’odore dell’esplosivo, e quelli di oggi, che hanno lavorato solo sulle carte. Era tritolo, sostengono questi ultimi, no c’era anche gelignite o dinamite, dicono i vecchi, in accordo con quanto dichiarato da Digilio.

Con queste premesse, dicevamo, i parenti delle vittime che da 38 anni conducono la loro caparbia battaglia per la ricerca della verità, non si facevano illusioni. E però la delusione è stata forte. «La verità giudiziaria dal punto di vista delle singole responsabilità non l’abbiamo. Abbiamo invece ormai acquisito una verità storica sui fatti» ha dichiarato Manlio Milani, presidente dell’Associazione vittime della strage di piazza della Loggia.

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