A un anno esatto dalla condanna in primo grado all’ergastolo, davanti alla Corte d’appello di Brescia inizia il processo contro Massimo Giuseppe Bossetti, il muratore di Mapello ritenuto dal Tribunale di Bergamo l’assassino di Yara Gambirasio, la 14enne di Brembate scomparsa il 26 novembre 2010 e, secondo la sentenza, uccisa quella stessa sera.

Ora, però, il processo di secondo grado si apre con una notizia clamorosa, almeno stando alle 100 pagine di motivi aggiuntivi depositate poche settimane fa dai legali di Bossetti. Dentro quel dossier, infatti, c’è allegata una fotografia. Si tratta di un’immagine recuperata dai satelliti e che porta la data 24 gennaio 2011, esattamente un mese e due giorni prima il ritrovamento del corpo di Yara nel campo di Chignolo d’Isola. “La difesa – si legge nel documento – è venuta in possesso di un’immagine (…) in cui appare l’esatto punto del ritrovamento del corpo della vittima che, tuttavia, parrebbe non essere identificabile”.

Parole chiare, ma non troppo. L’immagine sarà probabilmente proiettata in aula. L’obiettivo è quello di dimostrare che il corpo della 14enne non è stato tre mesi in quel campo, come invece sostiene la sentenza di primo grado e le 400 pagine di annotazione forense, ma che è stato trasportato in un secondo momento, certamente, secondo l’impianto difensivo, dopo quel 24 gennaio. Lo scenario, se sarà confermato, ha del clamoroso e potrebbe in ipotesi scagionare lo stesso Bossetti. Nel frattempo, poi, la difesa una vittoria l’ha già ottenuta. Gli investigatori in questi anni d’indagine (Bossetti viene arrestato il 16 giugno 2014) hanno sempre dichiarato che non esistevano immagini satellitari con dati coincidenti la presenza del corpo della vittima nel campo. Il documento della difesa potrebbe dimostrare il contrario. Il colpo di scena della fotografia satellitare rientra poi in un impianto difensivo che tende a corroborare l’ipotesi che il muratore di Mapello sia stato incastrato dal “depistaggio del vero assassino”. Da chi, naturalmente, resta un mistero.

La difesa, però, prosegue sul punto. E in un altro passaggio del documento che il Fatto ha solo letto, scrive: “Non si dimentichi la facilità di rinvenimento di materiale sporco del sangue dell’imputato che soffriva di epistassi”. E ancora: “Se è vero che la caratteristica della traccia, assai meno degradata rispetto al resto del corpo della vittima, è tale da far ritenere una contribuzione successiva dell’omicidio, può ragionevolmente ritenersi che il vero responsabile, allo scopo di sviare le indagini, abbia attinto gli indumenti con materiale biologico rinvenuto casualmente”. E poi la parte più interessante: “Una traccia di Dna, nelle condizioni avverse verificatesi, non può resistere all’aperto oltre il periodo di tre settimane”. Certo è solo un parere, ma che, a quanto risulta al Fatto, proviene da uno scienziato molto autorevole.

Insomma, qualcosa da capire sembra esserci. Tanto più che la sopravvivenza di un Dna all’aperto di appena tre settimane contrasta oggettivamente con il corpo rimasto in quel campo ben tre mesi, e cioè dalla sera della scomparsa. Una tesi, quest’ultima, corroborata da una sentenza. Particolare non di poco conto. Certo, è stato detto in aula, quel materiale genetico rinvenuto era di buona qualità. Ma lo era anche il Dna di Yara. Quello che si apre non sembra solo una formalità, anche perché, conclude la difesa di Bossetti, “l’assioma contatto-assassino non può reggere se non supportato da risultanze idonee”. Che per il tribunale sono state ampiamente provate.