L’altro giorno ero imbottigliato nel traffico romano assieme a una moltitudine di altri disgraziati, come accade ormai dappertutto e senza tregua. Mentre procedevo un centimetro alla volta, costretto in quell’angusta cella sbirciavo dal finestrino i miei compagni di sventura, i quali a loro volta sbirciavano me. Vedevo facce sfigurate dalla rabbia, sguardi ipnotici protesi verso il nulla, smorfie raccapriccianti.

C’era chi strillava nel cellulare, altri imprecavano, qualcuno parlava da solo e batteva furiosamente i pugni sullo sterzo, chissà se per un appuntamento sfumato o perché ghermito dal vuoto esistenziale dopo una vita consumata in coda.

Se fosse stato possibile condensare le voci di quel girone dantesco in una soltanto, rappresentativa del popolo dell’Urbe, sono convinto che alto e forte dal Colosseo al Cupolone sarebbe risuonato un solo grido, nel più puro e sincero vernacolo: andate tutti a fanculo!

Casualmente, ai lati della strada, intasata di lamiere, facevano bella mostra i manifesti elettorali dei candidati al Campidoglio. Da Giachetti, con lo sguardo perso nel blu dipinto di blu alla Meloni, soddisfatta per la messa in piega.

In quel momento ho incrociato con gli occhi lo specchietto retrovisore e ho colto, in un volto sfigurato dalla rabbia un’espressione cattiva: la mia. Come cittadino elettore da tempo mi sono ridotto a scegliere il meno peggio, ma in quell’ingorgo esasperante il mio umore degradava pericolosamente verso il rancore.

E dunque ho deciso che il mio sarebbe stato un voto di pura vendetta. Quale, lo deciderò. Sono convinto che questo sentimento, pessimo lo ammetto, di rappresaglia verso chi ci ha ridotti ogni giorno a schiumare rabbia non potendo esercitare il diritto elementare alla mobilità, sia comune alla stragrande maggioranza dei miei sfortunati concittadini.

Penso agli automobilisti, ma anche ai passeggeri dei cosiddetti mezzi pubblici ridotti a carri bestiame, quando va bene.

Mercoledì scorso, i giornali della Capitale (!) pubblicavano la foto della vergogna: i passeggeri del trenino Roma-Ostia, bloccato dal consueto guasto, costretti ad arrancare a piedi lungo le rotaie verso la più vicina stazione. Pensate a questa umanità dolente che ritorna a casa dopo una giornata di lavoro e quasi stramazza stipata in vagoni vecchi e sporchi. No, neanche a questo hanno diritto, e nessuno dei candidati che abbia sentito l’urgenza di testimoniare pubblicamente alle vittime la propria solidarietà e la protesta per questa ennesima infamia.

No, chissenefrega di quegli sfigati mentre si preferisce intrecciare appassionate discussioni su Mussolini urbanista o sulla ideona delle teleferiche di collegamento, come se fossimo sulle Dolomiti. Quando ho protestato con un candidato sindaco per l’indifferenza davanti a tanta sofferenza quotidiana mi è stato risposto: io sul traffico a Roma e sui trasporti ho presentato proposte concrete e operative, ma i giornali non pubblicano una riga; la colpa è vostra che preferite parlare di cazzate.

Sia come sia, la collera dei romani non è uno scherzo e qualcuno dovrà farci i conti. Rovesciando la famosa battuta di Johnny Stecchino, a Roma non è la mafia ma il traffico la vera questione morale.