Vasta eco ha suscitato l’affettuosa dichiarazione di Matteo Salvini pro Virginia Raggi: “Almeno dove sono ora io non ci sono buche…”. Subito nella Capitale è partito il tam tam per conoscere il luogo esatto di tale sensazionale prodigio (paragonabile al ritrovamento, in una buca, del tagliando vincente del Superenalotto). Purtroppo, però, il leader leghista si è trincerato in un comprensibile riserbo. Questo diario da sempre poco incline a dare spago al solito disfattismo in servizio permanente coglie invece nella rivelazione salviniana la conferma dell’intesa, della consonanza, ma che dico dell’armonia, di più della confidenza instauratasi tra Salvini e Di Maio.

Un rapporto felice che si sublima (come soltanto nelle amicizie vere) in quella solidarietà fattiva che ci fa dire mi casa es tu casa (o meglio, tu buca es mi buca).

Oltre il celebre murale del reciproco bacio appassionato, ogni giorno di più risulta evidente come il contratto di governo Lega-M5S trascenda le convenienze politiche del momento stagliandosi come un patto generazionale. Pensateci bene: abbiamo un giovane uomo del Sud e un (meno) giovane uomo del Nord che per una serie di incastri, anche meritati, del fato e della politica hanno l’occasione di prendersi in un colpo solo tutto il cucuzzaro, e finalmente di emanciparsi. L’uno dalla subalternità esistenziale al sacro binomio Grillo-Casaleggio. L’altro dalla condizione di ragazzo spazzola impostagli da Lui, che d’ora in poi non potrà più trattarlo come uno di Loro.

Quando poi veniamo a sapere che in queste febbrili giornate le due squadre hanno lavorato gomito a gomito per un obiettivo comune imparando a conoscersi, e perché no, anche stimarsi, ecco che coloro che hanno sperato e sperano ancora in una improvvisa frattura di natura personale possono mettersi l’animo in pace.

Intendiamoci, come in ogni alleanza di potere anche nel Salvimaio divergenze e rotture potranno sempre esserci. Nell’attuale fase, tuttavia, indotte da alcune inevitabili circostanze esterne. A cominciare da lunedì prossimo quando al Quirinale si comincerà a parlare seriamente di premier, di ministri, di nomi e di cognomi. Mentre sul “contratto” sarà Silvio Berlusconi a dire la sua. Misurando l’opposizione di Forza Italia a suo piacimento, alternando un colpo sul gas e uno sul freno. Anche perché al Senato la maggioranza gialloverde è di soli sei voti. Guarda caso proprio sei come i senatori che Lui si compra nel film di Sorrentino.

Questa volta però il partito del pop-corn, quelli del tanto peggio, dovranno stare attenti a non fornire ai gemelli non più tanto diversi qualche buona scusa per gridare ai complotti. Come hanno già iniziato a fare accusando i perfidi plutoeurocrati di manovrare spread e Borse per sovvertire la sovranità popolare. In fondo quello che sta per nascere potrebbe essere un modello nuovo di governo elettorale. Disposto a spendere (infischiandosene se necessario delle coperture) per soddisfare sull’immediato i rispettivi elettorati (i gazebo leghisti e la piattaforma Rousseau). Ma anche mettendo fieno in cascina nella prospettiva di un voto anticipato. Date retta al diario, il Salvimaio procede fischiettando in armonia. Concorde sulla sparizione delle buche a Roma e delle sanzioni contro la Russia. Virginia Raggi e Putin sentitamente ringraziano.