Pubblichiamo la seconda parte del testo inedito di Aldo Busi. La prima è uscita sul Fatto Quotidiano di ieri

 

…e ero corso dal maestro Bianchi appena possibile per dimenticare quella certa cosa ancora dolorante addosso, non certo per parlargliene, quelle botte che avevo preso anche la sera prima da mio padre, dai miei due fratelli più grandi di me di otto e di dodici anni che per darmele avevano potuto acchiapparmi solo nel sonno, e visitato anche da mia madre che brandiva un mestolo di legno di ulivo, mia madre che non mi ha mai difeso e che però non mi ha fatto mancare niente, una poppata, una sberla, un maglioncino, un pugno in testa, un paio di guantini, un colpo di canna della polenta sulla schiena, gli altri tre solo calci, pugni, sberle, legnate, strapazzate di orecchie, e tirate di capelli, perché lei a modo suo di bestia da soma schiacciata, incollerita, stregata dalla fatica mi avrà voluto un bene dell’anima, ah, che bello se svegliandomi avessi scoperto che la morte li aveva colti tutti quanti nel sonno staccandogli la testa con la falce più affilata della sua collezione per lasciarmi solo con la mia sorellina a gestire l’osteria!

Per prima cosa avrei assunto le due zingare a patto che si strigliassero via dal lunghissimo e ondulato crine nero come il carbone, da quei corpaccioni coi culi da cavalle, dalle sottanone… ma non dalle mutande, non le portavano… quel tanfo di gelsomino e gorgonzola coi vermi che sembrava non dispiacere ai più e poi avrei fatto arrivare l’acqua calda nelle camere e, già che c’ero, dotandole ognuna della turca moderna, il water, le brocche e i pappagalli li avrei usati come vasi per metterci i fiori, tutti di campo o delle corone da morto, mentre, sempre per risparmiare, di sopra avrei messo un solo b-i-d-e-t, nell’incontro a L dei due corridoi, nel caso avrebbero fatto la fila, “Una lavata, un’asciugata e non sembra neanche stata adoperata”, mi cantilenarono una volta le due zingare di lusso incrociandomi sul ballatoio… fu per un pelo che non venni colto con l’orecchio incollato alla porta della camera… sfilandosi dall’incavo dei seni una stupefacente, incredibile banconota di Lire Mille a testa – avevano lavorato, e forse spillato dal portafoglio dell’ebete, in tandem -, e una aggiunse, “Ma a te, Barbì, ancora un paio d’anni e paghi solo cinquanta lirette per questa qua”, e si sollevò con la destra la sottanona fino alle anche e con la sinistra puntò l’indice su quella là nuda e cruda, e pelosa come la paglietta per grattare via le croste dalle pignatte, “Ehi voi, belle”, le apostrofai, dopo averla sorvolata un attimo per immaginifica buona creanza, “guardate che non è la prima che vedo, anche se non così nera, e che per meno di diecimila lirone a bernarda con voi non ci sto”, e facendo spallucce me ne andai a finire di infiascare in cantina chiedendomi che prezzo avessero lanciato a quei giganteschi mollaccioni dei miei fratelli, perché avevano detto che quelle due donnacce gli facevano schifo al coso e questo ovviamente vuol dire tutto e niente; il bidè l’avevo visto sulla “Domenica del Corriere”, che insegnava anche le novità dell’igiene per i poveretti di città che non si accontentavano dei ritagli di giornale e che d’altronde nemmeno disponevano delle foglie di gelso (non c’è niente da fare: potrei facilmente fare mostra di distacco da questa mia infanzia seviziata a puntino e dai suoi aguzzini e la scrittura ne guadagnerebbe, ma se il vecchio rivive tutto con gli stessi spasimi e palpiti e singhiozzi di terrore del bambino rannicchiato con le braccia sulla testa per ripararsi, chi se ne frega della scrittura? Ne porterò il pianto al crematorio senza vergognarmi di non asciugargli nemmeno mezza lacrima strada facendo, io la vita l’ho strenuamente rincorsa per ogni dove e con chiunque e l’ho afferrata malgrado tutto e tutti, l’occasione strenuamente mancata della vita è robetta esclusivamente degli altri e la colpa è tutta loro, non lo dimenticherò e non li perdonerò nemmeno a fiamme innescate); e quanto a sistemare le pantegane grosse come gatti che all’Aquila d’Oro scorrazzavano a decine e decine, forse a milioni, tra la stalla per il ricovero dei cavalli da tiro, la cantina, l’osteria, l’acquaio e il dormitorio al piano di sopra, contro le quali nessun felino osava più di tanto a parte immobilizzarsi tendendo baffi e orecchie e battere in ritirata miagolando come una bestia, ci avrebbero pensato cinque gattoni neri neri dagli occhi gialli tondi tondi e la pupilla nero inchiostro che avevo visto sul “Corrierino dei Piccoli” – comperato di nascosto rubando i soldi dal cassetto con la disinvoltura del defraudato che se li è guadagnati dieci volte – e che non si chiamavano né “soriano” né “siamese” ma “puma”, peccato però che li vendevano solo i signori Aztechi del Messico e i signori Incas del Perù, quindi fuori Montichiari, ma ci sarei arrivato lo stesso.

Non so quanto a lungo rimasi su quella scodella imbambolato a fissare, appeso sopra la credenzina dirimpetto, il faccione in bianco e nero di tale Garibaldi dal fazzolettino tutto rosso sotto la gran barba sale e pepe che io, avendo sentito una volta il maestro Bianchi accennare a un prete delle sue parti in Toscana che faceva scuola in modo “divinamente bislacco” e che chissà mai che aveva a che fare col Milan, associai a uno ormai cresciutello di questi ragazzini montanari figli di Babbiona o forse con la barbiana, che sarà stata una barba foltissima contro la galaverna del posto, il quale Garibaldi doveva aver cominciato molto tardi a imparare a leggere e a scrivere grazie al prete del Milan di Babbiona perché prima era andato in giro non per uno ma addirittura per due mondi, ma la cosa, il mio mutismo pensieroso a bocca piena su questo Garibaldi Giuseppe che da bambino doveva aver marinato proprio di brutto per meritarsi alla fine un ritratto appeso lì in cucina dei Bianchi, non sembrò stupire i due non più così giovani sposi più di tanto e non insistettero a chiedermi ragione di quella visita all’alba o quasi: nei giorni festivi tra le otto e le nove c’era la processione degli alunni vuoi più indigenti vuoi più scaltri vuoi più soldatini-di-cristo già di piombo nel cervello, una manica di scrocconi senza ritegno, per via di quel cacao e di quei… di quei… Pavesini, ecco come si chiamavano! e li avevo fregati tutti quanti mettendo la sveglia alle sei e un quarto e, probabilmente, senza chiudere occhio tutta la notte piangendo per la rabbia, l’impotenza, l’umiliazione di non sapere da che parte girarmi una volta fuori dal letto perché in agguato c’era o un colpo atteso o uno inatteso (qualche anno dopo, sarò stato già alle medie, incontro il maestro Bianchi lì in piazza davanti al Bar Centrale proprio sotto la lapide che recita, “Da questa casa il 27 aprile 1862 Giuseppe Garibaldi al grido Roma-Venezia ravvivò nel popolo la fede e l’azione per l’Italia UNA-LIBERA Per dec.to Municipale 1882”, e mi fa, “Ah, eccoti qua, Busi, ti faccio vedere una cosa”, e estrae dall’inseparabile cartella una foto con don Milani e quegli scampati di straforo all’analfabetismo di Barbiana, ridono tutti, sciarponi e tonaca svolazzante, forse erano su un viottolo pieno di neve ormai nerastra, sono davvero contenti, non avvertono il gelo, la guardo senza fiatare, rimango un po’ perplesso, sto cercando di vedere ciò che è nascosto alla vista, “Che c’è?”, mi fa corrugando la fronte già stempiata, “Ma sono tutti maschi, non c’è neanche una bambina!”, “E allora?”, “Mi dispiace”, “Sempre a trovare l’ago nel pagliaio, tu”, e tirò dritto più piccato che ammirato, forse per aver detto “trovare” che va bene per il pelo anziché “cercare” che va bene per l’ago, e io ero tutto contento del complimento a denti stretti come al solito, perché il pelo trovato nell’uovo non fa niente, ma con l’ago nel pagliaio, se lo trovi tu, puoi pungere e finanche cucire a salame persino un beato, un santo, un martire, un eroe, un padre della patria e anche il tuo).

Grazie e ancora grazie, maestro Bianchi, di quella ospitalità domenicale così agrodolce e indimenticabile, grazie per avermi accolto senza una parola di biasimo malgrado lei e sua moglie, accorsi alla porta, vi stropicciaste gli occhi dal sonno cercando al contempo la cintura della vestaglia buttata sopra le spalle alla rinfusa e tanto allarmati dal campanello insistente a quell’ora, battuta proprio in quell’istante dai rintocchi della campana, le sei e mezza, e soprattutto grazie per quel pesciolino sorridente giallo e rosso e verde dalle paffute guance rosa che poggiava la pinna “grigio perla” sulla sua base “azzurro mare” e che mi planò sul palmo della mano proprio un istante prima di riprendere la porta, “Per Il Più Bravo A Rompere I Coglioni Già Di Mattina Presto, ma occhio: io non ti ho mai detto una cosa simile, questo te lo do per il tuo ardire”, mi bisbigliò lui ridendo e dandomi una pacca sulla spalla, tanto sapeva che vita facevo dentro e fuori casa, i pestaggi di quattro contro uno anche fuori, non c’era stato bisogno di insistere, e poi non ero nemmeno tra i suoi preferiti della classe (diciamo che gli ero grato ma un po’ alla lontana, non è che avesse tanto potere su di me; si diceva che fosse un socialista mangiapreti ma godeva di troppa considerazione per non andare a mangiarci assieme come in gioventù con don Milani e mi fanno ridere quelli che dicono che ci sono preti e preti, non è vero, se lo fossero, i preti che per qualsiasi ragione sono diversi dai preti non sarebbero preti, sarebbero niente come me, che dico le mie scarne e schernibili verità a perdere e non ne faccio balenare altre possenti e assolute per intortare i più creduloni, gli afflitti, gli sfruttati, la ricca massa degli ultimi, le donne e i furbi famigerati che vogliono una botte di ostie benedette per esercitare l’ipocrisia senza ammende e solo profitti; non l’ho mai sentito pronunciare una parola contro la religione di Stato, eccellente come maestro e galantuomo fin nel midollo, ateo, forse, ma di sicuro non anticlericale, non era facile per me volergli bene del tutto, mi sembrava un buon democristiano di paese con qualche bizza luterana tanto per gradire, vivi e lascia vivere, non fronteggiava o te o me la corona di spine della religione oppio dei popoli, non l’avrebbe mai presa per le corna per staccarle la viscida testa dai mille occhi controllori come me che avevo sputato di bocca l’ostia della prima comunione fatta volente nolente, ardire di cui mi vantavo ancora prima di sapere che esisteva un verbo così, e nell’adolescenza e nella gioventù ci salutavamo da lontano se ci vedevamo e via, quelle poche volte che avevamo tentato di venirci incontro da un punto all’altro della piazza non avevamo avuto poi più niente da dirci o se cominciavo a dirgli qualcosa io, per esempio del mio ultimo scolo di camerierino tuttofare a Milano e da chi sospettavo di essermelo beccato, sempre tenendo presenti tra le tante ipotesi di signori e di carmelitani scalzi più vecchi di me anche le diverse nazionalità dei medesimi, mentre, da più vicino, uno da Martinengo e quell’altro da Pontida, potevo annoverare due pascoli di piattole di una tenacia fuori dal comune, guardava l’orologio e diceva che purtroppo doveva scappare; dal terzo incontro fortuito, non mi chiedeva nemmeno più, “Come va?”, perché lo prendevo in parola; era della vecchia scuola patriarcale, cristiano nel fondo come quel piccolo pesce che avevo già perduto, non gli importava niente della mia omosessualità, apostolicamente non tollerava che non la nascondessi come tutti; del resto, la maggior parte dei padri di famiglia sono tuttora così: mille volte meglio un prete pedofilo di nascosto che un omosessuale gerontofilo alla luce del sole; che masochisti menefreghisti, che matti scatenati, contenti loro… ma poi trovo una ragione verosimile a tanta fatalistica e irrazionale rassegnazione, non sono affatto padri masochisti menefreghisti né matti scatenati, anzi, sono padri cristianamente amorosi doppiamente premurosi per le sorti ultime dei cari figlioletti: devono proprio essere padri di figli a loro volta così brutti e repellenti e ritardati da contare solo su un prete pedofilo particolarmente buono di cuore e di bocca perché qualcuno al mondo se li inculi e insuffli anche a loro un che di trasalimento umanizzante).

A parte il verbo “ardire”, per l’appunto mai sentito, quei nomi di colori “grigio perla” e “azzurro mare” mi piacquero molto, “lo presi in parola” per il suono, non sapevo cosa volesse dire prendere in parola e non me ne importava un granché, come “dare la parola”, data la pacata sonorità così austera e limpida, il senso non poteva essere meno cristallino per quanto impegnativo: se non avevo mai visto una perla, figuriamoci un mare illustrazioni a parte, e non credo che il maestro Bianchi in fondo in fondo mi abbia dato quel pesciolino per l’italiano dei miei temi… e men che meno per quello in cui – ardendo, ma da ardere più che altro di sete di vendetta per quel suo stramaledetto fiato di merda infernale che quando meno me l’aspettavo sentivo soffiarmi sul collo – mettevo nero su bianco che “don Tullio Spurchignù in confessionale e al Cinema Gloria quando fa buio tocca i bambini in modo non tanto per la quale, poi si squassa tutto d’un colpo per qualche secondo e ringhia tra i denti marci ostia, ostia, ostia!”… ma perché ero stato bravo a non fare il ripetente, visto che sulla pagella solo nell’ultimo trimestre ero passato dal sette all’otto in condotta, bontà sua, ma allora si usava così anche nei casi degli scolari più vivaci, insoliti, per non dire altro, per non dire preoccupanti, inclassificabili, indemoniati, da esorcista, ecco, anche se secondo me ero semplicemente adorabile oltre ogni dire con tutte le ecchimosi e i bernoccoli e il sangue dal naso della mia di guerra di indipendenza, e nessuno ha mai dovuto ripetere l’anno perché era un discolo fuori controllo mai visto e, per fare un esempio terra terra, toglieva il crocefisso dalla parete e lo ficcava accanto alla stufa, tra le stelle di legna, sperando in una svista del bidello.

Per tacere del fatto che, dopo quell’altra di fine marzo, alla seconda volta che per la gita scolastica di fine maggio per dirci arrivederci alla quarta dell’anno seguente mi era toccato scarpinare su per la Torre di San Martino della Battaglia e poi visitare la Cappella dell’Ossario e poi via e su di nuovo per la Torre di Guardia di Solferino detta “la Spia d’Italia”, mi alzai dal fondo della corriera già in moto sulla strada del ritorno a Piazza Trento e, forte della mia infarinatura di storia extrascolastica orecchiata dagli avventori più vecchi che avevano fatto anche la Grande Guerra e temendo che entro la quinta bisognasse ritornare per amor patrio a quegli scaloni e a quei teschi altre 998 volte per fare Mille e non essere dammeno di quei valorosi e baldi giovini che per l’Unità d’Italia erano stati fatti imbarcare e sbarcare mille volte nella Spedizione col Marsala e via via chissà in che stato di sbornia tra il Frascati e il Montalcino e lo spumante dei Colli Euganei, dissi chiaro e tondo al maestro Bianchi che o in quarta cambiava giro dell’oca o tenevo subito per gli Austriaci.