L’organizzazione terroristica basca Eta ha annunciato per sabato 8 aprile la consegna delle armi ancora in suo possesso. Ne parla Arnaldo Otegi, ex portavoce di Batasuna, “ala politica” dell’Eta, dichiarata fuorilegge nel 2003, per la quale ha anche passato oltre 6 anni in carcere.

Qual è la sua valutazione dell’annuncio del disarmo dell’Eta?
È un cambiamento di ciclo: si supera un strategia di carattere armato e si fa una scommessa, anche a sinistra, per strategie di lotte popolari, politiche e sociali.

Perché l’Eta nel 2011 sceglie di abbandonare la lotta armata?
C’è interesse in alcuni settori a motivarla come una sconfitta militare, ma l’Eta avrebbe potuto continuare la lotta armata con più o meno intensità. Ci sono invece due ragioni potenti per tale decisione. La prima è data dal contesto mondiale in cui questa strategia è superata: la seconda, la principale, il fatto che la sinistra indipendentista scelga di superare questa via per motivi etici e politici.

Lei ha detto che quello dell’Eta è un percorso unilaterale rispetto allo Stato spagnolo.
Ci confrontiamo con il governo del Partito Popolare che non ha voluto saper nulla del processo di disarmo, interessato a mantenere lo schema antiterrorista del passato. Davanti a questo immobilismo, il popolo basco ha trovato le soluzioni al suo interno e nella comunità internazionale.

Si può affidare la consegna delle armi alla sola società civile?
Oltre la società civile sarà garantita la presenza delle istituzioni basche e della comunità internazionale, ci saranno le condizioni per considerarlo un processo verificabile e completo.

Dopo il disarmo?
La prima cosa, la fine della violenza armata, già si è prodotta e presto si produrrà la seconda, il disarmo. È evidente si debbano fare altri passi che saranno decisi dall’Eta stessa. Ma dall’altra parte non vediamo fare nessun avanzamento. Come sinistra indipendentista abbiamo contribuito a fare uscire la lotta armata dal paese, abbiamo riconosciuto il danno causato. Poi porremo la questione dei prigionieri, della smilitarizzazione del territorio, della deroga della legislazione eccezionale.

Siamo lontani dalla dissoluzione dell’Eta?
Ci vorrà ancora un certo tempo perché si realizzi. Ho l’impressione però che la classe politica quando si annuncia un passo già chieda quello successivo.

Come era la relazione con il governo Zapatero?
Fu un po’ tempestosa, ebbi l’opportunità di gestire un processo di dialogo e di pace con il governo socialista che purtroppo s’interruppe…

S’interruppe perché lo interruppe l’Eta con l’attentato.
Fu un’autentica catastrofe; condizionò il processo. Una disgrazia per Euskadi.

È sufficiente il riconoscimento che la sinistra abertzale ha fatto del danno causato dal terrorismo?
L’abbiamo fatto e con sincerità, ma siamo in una dinamica poco costruttiva che cerca solo l’indebolimento dell’altra parte. Non abbiamo paura di fare autocritica, la facciamo perché è il nostro popolo a chiederlo.

È difficile chiedere perdono alle vittime del terrorismo?
Io l’ho fatto pubblicamente e l’ho scritto in un libro-intervista scritto in carcere.

Che futuro immagina per Euskadi?
Me l’immagino come uno Stato, vogliamo costruire una società più giusta, egualitaria. Perciò abbiamo bisogno di uno Stato, ossia di sovranità. Ci sono sempre più settori nella società basca che vedono nello Stato basco una possibile uscita dai problemi strutturali. Nelle prossime decadi assisteremo alla creazione della repubblica catalana e della repubblica basca.