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lunedì 26/09/2016

Referendum, Landini: “Siamo ancora in campo: ora parte la stagione delle consultazioni sul lavoro”

Il segretario della Fiom: "Un filo lega il contratto dei metalmeccanici alla battaglia sulla Costituzione. Si tratta di contrastare un modello che si è andato affermando in questi anni, quello di una ‘Repubblica fondata sullo sfruttamento del lavoro’. L’affermazione del contratto nazionale è un modo per continuare quella battaglia"

“La Fiom è ancora in campo”. Maurizio Landini non ha dubbi quando gli si chiede che fine ha fatto. Anzi, si dice convinto che il lavoro svolto negli scorsi anni germoglierà in quella che definisce la “stagione referendaria”: il referendum costituzionale dove Fiom e Cgil invitano a votare No. E poi i referendum sociali di primavera, per la prima volta indetti da un sindacato, che punteranno ad abolire le norme sui voucher, sugli appalti e soprattutto sul reintegro nel posto di lavoro. Due appuntamenti in cui il sindacato entra direttamente nel campo della politica e dopo i quali Landini lascerà la Fiom per trasferirsi, con un ruolo nella segreteria nazionale, in una Cgil che oggi considera molto più in sintonia con le proprie posizioni.

Quindi la Fiom non è scomparsa dalla scena?
La Fiom è impegnata nel rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici che è la nostra ragione di fondo. Negli ultimi anni si è provato in tutti i modi a cancellare il contratto in particolare attraverso le leggi.

Non è stato quindi solo un tentativo della Fiat di Marchionne?
Marchionne ha anticipato quanto stava per accadere. Poi ci sono state le leggi berlusconiane, come l’articolo 8 voluto dall’allora ministro del Lavoro Maurizio Sacconi fino a leggi attuali e le regole sugli appalti, o lo stesso Jobs Act. Ma non va dimenticata una cosa fondamentale: a bloccare molti di quei tentativi è stata sempre la Costituzione che ha garantito agibilità sindacale e diritti di fondo dei lavoratori.

C’è dunque un filo che lega il contratto al vostro No al referendum costituzionale?
Certamente. Si tratta di contrastare un modello che si è andato affermando in questi anni, quello di una ‘Repubblica fondata sullo sfruttamento del lavoro’ e l’affermazione del contratto nazionale è un modo per continuare quella battaglia.

Confindustria e Federmeccanica non sono d’accordo.
Da Confindustria stanno giungendo segnali nuovi anche perché il comparto metalmeccanico è quello che è maggiormente esposto all’export, che è coinvolto nella globalizzazione e vive i conflitti più diversi. Non va sottovalutata nemmeno la ritrovata unità tra Fiom, Fim e Uilm che ha portato a 20 ore di sciopero comuni.

E quindi, che succederà?
Il 28 settembre Federmeccanica ha convocato un tavolo per una nuova proposta. È un fatto nuovo. Ci sederemo al tavolo per ottenere risultati e anche per introdurre novità nel contratto come la verifica annuale dell’inflazione o forme innovative di welfare integrativo. La Fiom, insomma, è ancora in campo.

Eppure nel progetto della Coalizione sociale qualcosa non ha funzionato.
Sicuramente non tutto è andato come pensavamo. Forse quell’ipotesi è stata percepita troppo come un’operazione politica e si è caricata di attese che non la riguardavano. Mi si darà atto che, chiaramente, ho sempre sottolineato che non si trattava di costruire un nuovo partito ma una unità sociale con l’obiettivo di cambiare delle leggi. Quel progetto oggi torna a vivere con l’opportunità dei referendum.

Vuol dire che le posizioni della Cgil in tema di referendum sono anche figlie di quella iniziativa?
Per la prima volta nella storia la Cgil raccoglie le firme per un referendum su quesiti sociali. E la confederazione si è chiaramente espressa per il No al referendum costituzionale. Erano le proposte che avevamo lanciato nel 2014 all’assemblea nazionale della Coalizione sociale. Non ho mai pensato che i metalmeccanici potessero fare da soli e ho sempre invocato il ruolo e il protagonismo della Cgil. Il 29 settembre, ad esempio, sarà depositato in Parlamento il milione di firme per una nuova Carta dei diritti del lavoro. I punti da cui eravamo partiti oggi si stanno verificando nei fatti.

Con il corollario, apparentemente paradossale, di un sindacato che per rivendicare diritti entra direttamente nel campo della politica promuovendo referendum o proposte di legge.
Storicamente noi ci siamo battuti per fare applicare le leggi del Parlamento: lo Statuto dei lavoratori, i diritti sociali. Oggi dobbiamo mobilitarci per cambiare leggi che tutelano i forti contro i deboli. A differenza della storia del movimento operaio, in cui accanto a un sindacato forte c’erano partiti forti, oggi non c’è più nessun partito, il sindacato deve fare da solo.

Senza però fondare nulla di nuovo?
No, la battaglia vera è quella di affermare una nuova ‘cultura del lavoro’ come quella che portò, nel 1970, anche il Partito liberale ad approvare lo Statuto dei lavoratori.

Dalla coalizione sociale ai referendum?
Sì, la coalizione sociale rivive nel No, e poi nel Sì, ai referendum sapendo che la politica si cambia anche consentendo ai cittadini di riprendere la parola. Ci sono tante leggi che vanno cambiate, come quella sulla scuola ad esempio, e la stagione referendaria è un’occasione per rimettere in discussione quel modello imposto dalla Bce e dall’Unione europea dei parametri fiscali.

Considera la stagione di Renzi conclusa?
Il tema della caduta del governo in caso di sconfitta al referendum lo ha posto maldestramente il Presidente del Consiglio ed è una provocazione. A me interessa non cosa succede al governo ma cosa succede al Paese. Il No esprimerà una domanda di cambiamento in direzione di una estensione della democrazia e in difesa della Costituzione. Sapendo però che le persone in carne e ossa , nella vita di tutti i giorni, non hanno il problema di cambiare la Costituzione ma di cambiare la propria vita e di migliorarla.

Che giudizio da oggi del Movimento Cinque Stelle?
Il sindacato dialoga con tutti. Del M5S ho apprezzato il voto contro il Jobs Act e la Fiom, insieme a Libera di don Luigi Ciotti, sostiene la battaglia per un Reddito di dignità. Certamente, guardando quanto avviene a Roma, il M5S ha dei problemi che deve affrontare.

Lei approva la decisione sulle Olimpiadi?
Viviamo in una fase in cui le “grandi opere” non sono una priorità mentre ci sarebbe bisogno di una politica attenta al riassetto dei territorio. Non mi entusiasma l’idea di correre per correre in vista dei profitti. Le priorità non sono le Olimpiadi così come non sono la Tav o il Ponte sullo Stretto.

Il prossimo anno lascerà la guida della Fiom?
Tra le nostre regole c’è giustamente quella che stabilisce che non si resta a vita nello stesso posto. Il mandato che mi lega alla Fiom è quello di portare a casa il contratto e di condurre la battaglia referendaria. Manca poco tempo.

Quindi a primavera passerà alla Cgil?
Sì, mi riterrò a disposizione per quegli incarichi che l’organizzazione deciderà di affidarmi.

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