» Politica
sabato 03/06/2017

Elezioni amministrative 2017, Sesto San Giovanni: il candidato bugiardo è indagato dalla Corte dei conti

Roberto Di Stefano, in corsa nell’ex Stalingrado d’Italia con Forza Italia, ha firmato il patto di legalità ma si è scordato che deve restituire 62mila euro. Marito di Silvia Sardone, consigliera comunale forzista a Milano, l'uomo era capo di una società pubblica mentre era consigliere del Comune sestese

Ha mentito, Roberto Di Stefano, candidato sindaco a Sesto San Giovanni. Ha sottoscritto con gli altri candidati il “patto di legalità” in cui garantisce di non essere sottoposto ad alcun procedimento penale, civile e contabile. Invece un procedimento in corso ce l’ha: presso la Corte dei conti della Lombardia che gli ha contestato di essersi intascato illegittimamente 62mila euro, soldi pubblici, da una società di cui era amministratore delegato e che poi è miseramente fallita.

Di Stefano fa l’assicuratore (scherzo del destino: proprio come Filippo Penati, lo storico sindaco Pd della rossa Sesto). Ma si vende come “sindaco operaio”: “Per mantenermi agli studi ho lavorato alla Pirelli e sono riuscito a laurearmi in Scienze politiche”. A 28 anni si è iscritto a Forza Italia, nel 2007 è diventato consigliere comunale a Sesto, nel 2012 è stato rieletto e oggi, a 40 anni, è candidato sindaco del centrodestra in quella che è stata la Stalingrado d’Italia. La sua sostenitrice più attiva è la moglie, Silvia Sardone, giovane (e molto televisiva) pasionaria del berlusconismo. Campagna elettorale martellante, programma molto trasversale (c’è perfino il reddito di cittadinanza). Ma qualche scheletro negli armadi. Tutta colpa della società La Fucina, socio di maggioranza la Provincia di Milano e di minoranza i Comuni di Sesto San Giovanni, Bresso e Cologno Monzese. La Fucina è un Bic (business innovation centre), cioè una società che ha il compito di stimolare la creazione di nuove imprese. Nasce nel 1996 con il sostegno dell’Unione europea. Nel 2011, come amministratore delegato, arriva Di Stefano. Già in quell’anno, La Fucina ha un buco di bilancio, che però gli amministratori tengono nascosto. In un documento ufficiale si legge che era stata effettuata una “errata appostazione di alcune voci di bilancio relative, in particolare, alla svalutazione dei crediti nonché dei ratei e riscontri attivi (…). Ciò ha implicato un risultato di esercizio diverso da quello reale, andando a modificare anche il patrimonio netto, con una perdita del capitale sociale”.

I bilanci, dunque, sono stati nella sostanza falsificati per poter andare avanti. Ma “l’illecita prosecuzione dell’attività sociale ha comportato un aumento delle passività, quantificabili in circa 1 milione di euro”. È la cifra che il curatore fallimentare ha chiesto a Di Stefano, in solido con gli altri amministratori. Finora non ha pagato. E comunque un crac non è un gran bel risultato da esibire in curriculum, per uno che si candida a sindaco. Soprattutto se vi è il sospetto che i bilanci siano stati “abbelliti”, con possibili, future conseguenze penali. In più c’è il problema presente, il fatto su cui Di Stefano ha mentito ai cittadini: ha in corso un procedimento della Corte dei conti, che gli ha chiesto di restituire i 62mila euro che ha portato a casa come amministratore delegato della Fucina, dal settembre 2011 al novembre 2012. Non poteva incassarli, perché la legge vieta a chi è amministratore di un ente locale di percepire compensi di società partecipate da quell’ente. E Di Stefano era consigliere comunale di Sesto, che aveva il 10,53 per cento di La Fucina. “I compensi non erano dovuti”, scrive la Procura della Corte dei conti lombarda, “e hanno determinato un danno alla società”.

Una corresponsabilità nel fallimento? Questo lo accerteranno eventualmente i giudici. Intanto però resta inoppugnabile che Di Stefano non poteva intascarsi contemporaneamente i gettoni di consigliere comunale e i compensi di amministratore delegato. La cosa gli era stata chiaramente segnalata, nell’ottobre 2011, dal segretario comunale Mario Spoto. Ma Di Stefano “lo aveva diffidato dall’esprimere pareri sul punto”, scrive la Corte dei conti, ed “è indubbiamente connotata da dolo la condotta del Di Stefano, il quale, diffidando il segretario comunale dall’intraprendere ulteriori iniziative, ha sicuramente ostacolato i doverosi controlli sulla sua posizione allo scopo di continuare a percepire indebitamente gli emolumenti”. Compensi illegittimi, un crac e una menzogna agli elettori: difficili, gli ultimi giorni della campagna elettorale di Di Stefano, aspirante sindaco “operaio”.

Entra ne Il Fatto Social Club

In offerta per il primo mese a solo 1€

Abbonati ora
© 2009-2018 RIPRODUZIONE RISERVATA - Il Fatto Quotidiano - Ti preghiamo di usare i bottoni di condivisione, e di non condividere questo articolo via mail o postarlo su internet, il giornalismo indipendente ha un costo, che può essere sostenuto grazie alla collaborazione dei nostri lettori.
Istituto Luce

Il Tg1 e il grande classico delle 20

Come ai vecchi tempi, meglio dei vecchi tempi. Il Tg1 serale del primo giugno concede 2 minuti e 30 secondi della sua preziosa scaletta a un’intervista “esclusiva” a Matteo Renzi. Torna il “Renzi alle 20”: un format consolidato, eredità della breve stagione in cui il rottamatore è stato presidente del Consiglio. Ora è segretario del Pd, ma il primo tg del servizio pubblico ciclicamente si porta avanti con il lavoro. Renzi è in primo piano sulla terrazza del Nazareno. Sole in faccia, brezza che gli scompiglia i capelli, alle spalle la bandiera del Pd, quella italiana e quella europea: un’inquadratura da statista. Le domande sono un pretesto per farlo parlare a ruota libera. Proprio come fosse ancora il premier, Renzi si vanta delle stime aumentate sulla crescita del Pil (“Quando si abbassano le tasse e crescono i posti di lavoro, cresce l’economia”), elenca i soliti numeri entusiastici sull’occupazione, promette di non far aumentare l’Iva, maramaldeggia sull’ex alleato Alfano (“Capisco il loro nervosismo, non rientreranno in Parlamento”), mente sulle elezioni anticipate (“Non mi interessa la data del voto”) e mette le mani avanti sulle Amministrative (“Non sono un test politico ma scommetto che i candidati del Pd andranno bene”).

Politica

Gli strumenti

Politica

Da S. Luca al Foggiano: l’Italia che non vota mai

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione

Per offrirti il miglior servizio possibile questo sito utilizza cookies. Continuando la navigazione nel sito acconsenti al loro impiego in conformità alla nostra Cookie Policy

×