Come altri 770mila romani il 19 giugno scorso ho votato per Virginia Raggi sindaco. Questo al ballottaggio perché al primo turno avevo scelto Alfio Marchini pensando che un manager fosse più adatto a governare quel casino in bancarotta della Capitale, ridotta così (non dimentichiamolo) dai devastatori della destra e del Pd. Anche il profilo politico libertario e perbene di Roberto Giachetti non mi dispiaceva ma poi ho deciso per il nuovo che avanza o che forse avanzava.

Naturale adesso che parenti e amici se la ridano alle mie spalle dicendo che me la sono cercata, ma la ragione di questa estemporanea dichiarazione di voto risiede nell’affermazione di un sacrosanto diritto: mio e a nome degli altri 770mila. Che cioè Virginia Raggi possa finalmente cominciare a governare la nostra città rispondendo esclusivamente ai romani e a chi l’ha votata. E non debba più essere l’ostaggio della folla petulante di direttòri e minidirettòri a cinquestelle, meetup, siti, blog, comici e padri padroni, clan familisti, colleghi supponenti, parenti serpenti, ex datori di lavoro debordanti, assessori reticenti e forse anche inquinanti, collaboratori invadenti eccetera. È suo preciso dovere farlo. Si chiama legge sull’elezione diretta dei sindaci e dal 1993 rappresenta l’unica riforma elettorale di autentica e funzionante democrazia. Disegnata da legislatori illuminati (ce ne sono stati) per sottrarre i primi cittadini ai giochi e ai ricatti della partitocrazia, conferendo ad essi un potere straordinario di cui devono o dovrebbero rendere conto esclusivamente agli elettori.

Cosicché il sindaco diventa ufficiale di governo, vertice dell’amministrazione locale e capo della propria maggioranza politica. Per molti anni la cosa ha funzionato. Perfino a Roma con Francesco Rutelli e Walter Veltroni. Molto meno con Gianni Alemanno, che non seppe ostacolare l’assalto alla diligenza di camerati e mariuoli vari. Finché con Ignazio Marino fu il patatrac. Eletto nel giugno del 2013 con 665mila voti (anche il mio, non me ne risparmio una), nell’ottobre del 2015 fu dimissionato dal famoso golpe dal notaio commissionato da Matteo Renzi. È stato così che la legge del ’93 è finita nel cestino e con essa i voti dei romani a cui nessuno ha chiesto niente.

Marino è stato un sindaco al di sotto delle aspettative, senza contare la storiaccia dei ristoranti e delle ricevute farlocche. Ma che diritto avevano i capibastone pidini di mandarlo a casa come se il Campidoglio fosse cosa loro e non dei cittadini? Lo stesso meccanismo che rischia di trasformare in una farsa l’attuale sindacatura. Ieri mattina abbiamo sperato leggendo sul Messaggero che la Raggi “quando da pezzi importanti del M5S le arrivavano messaggi del tipo ‘cambia o vai a casa’, ha chiesto un parere legale sul contratto che ha firmato prima di candidarsi”. Che la vincola sulle decisioni più importanti ai vertici del Movimento e che prevede una penale di 150mila euro in caso di inadempienza ai principi grillini. Una vera follia, una sorta di marchio proprietario degno dei signorotti medievali. Più tardi, però, la stessa Raggi ci ha fatto sapere che “in base ai requisiti previsti dal M5S”, l’ex magistrato Raffaele De Dominicis non può assumere l’incarico di assessore al Bilancio. Purtroppo anche lui risulta indagato per abuso d’ufficio.

Non viviamo sulle nuvole e sappiamo bene che il legame con il Movimento, se governato con equilibrio e saggezza, può generare forza propulsiva per la giunta capitolina chiamata a risolvere problemi immensi. Così come ci è noto che la candidatura della semisconosciuta Raggi non l’ha portata la cicogna ma sia stato il frutto (oltre che delle “comunarie”, le primarie interne) di una scelta soprattutto d’immagine, una delle ultime decisioni di Gianroberto Casaleggio. Adesso, però, è il momento di applicare sul serio la principale regola pentastellata. Se davvero uno vale uno, Virginia Raggi conti fino a cento o anche fino a mille o diecimila se intende, come legittimo, ascoltare la voce dei cittadini del M5S. Poi provi a contare fino a 770mila, e poi ci aggiunga altri tre o quattro milioni che sono i cittadini romani che attendono pazientemente da quasi tre mesi che un autobus passi, di non finire dentro una buca stradale, che il sistema di raccolta e smaltimento dei rifiuti sia definitivamente funzionante. Per dire le cose essenziali.

Perciò grideremo anche noi: per cortesia Virginia sali a bordo. Finché sei in tempo.