Diciamo la verità, quanti di voi (quanti di noi) chiusi in un vagone avreste (avremmo) affrontato due giovani teppisti, il ghigno di belve pronte a sbranare, avendo il fegato di dire loro: “Qui non si può fumare”? E quanti invece avrebbero continuato a farsi i fatti propri? L’aggressione di domenica pomeriggio a Roma, sulla Metro B, che ha ridotto in fin di vita un uomo e mandato all’ospedale sua madre ricorda la scena di un film americano di fine anni 60 con Tony Musante: New York ore tre: l’ora dei vigliacchi. Quel titolo fotografa lo stesso giudizio che abbiamo letto mille volte sulla viltà collettiva che non muove un dito contro la crescente violenza urbana. Quella, per capirci, di chi preferisce girare lo sguardo se qualcuno viene picchiato o derubato sotto i suoi occhi.

Giorni fa è stato giustamente celebrato il coraggio del calciatore del Chievo, Riccardo Meggiorini, che di notte sentendo gridare una ragazza malmenata dal fidanzato senza pensarci su è uscito di casa immobilizzando l’energumeno. Nei resoconti dei giornali c’era come l’invito a prendere esempio da Meggiorini poiché, questo era il senso, se tutti facessero come lui invece di restarsene al sicuro nel proprio letto, il mondo sarebbe migliore. A parte il fatto che un atleta giovane e muscoloso ha molte più possibilità di stendere un malintenzionato senza rischiare di finire lui stesso al pronto soccorso, nella vicenda romana c’è un particolare in più che cambia tutta la prospettiva del discorso.

Leggiamo infatti che i due aggressori “erano strafatti di coca”. Ne scrivemmo già nel marzo scorso dopo la morte di Luca Varani, torturato e massacrato senza apparente motivo da due amici in un appartamento, e sempre nella Capitale. Anzi, il motivo c’era: entrambi gli assassini risultarono strafatti di droga. Mentre non sapremmo dire quale alterazione abbia innescato la furia omicida del diciassettenne che nel settembre di due anni fa, nel quartiere romano di Tor Pignattara, ha distrutto a calci e pugni la vita di un pachistano, quasi suo coetaneo. In quel caso, probabilmente, la folle miccia era stata accesa dal padre dell’assassino (entrambi protagonisti sabato scorso in tv di Un giorno in pretura) che non aveva smesso di urlargli: “Sfondalo”. E lui l’ha sfondato.

Ecco, dunque, tre elementi che modificano il quadro in modo sostanziale. Roma. La cocaina. La violenza bestiale. Per cui la frase completa è questa: a Roma, dove la cocaina scorre a fiumi, puoi essere massacrato di botte da qualche strafatto in ogni angolo e in ogni momento. In auto a causa di una precedenza o di un colpo di clacson. In un locale per uno sguardo di troppo. Mentre fai la fila alle poste perché uno è passato avanti. Sull’autobus per un posto a sedere. Sulla metro perché guarda qui non si può fumare.

E dunque ormai (e non soltanto a Roma) c’è un solo consiglio da dare. Subisci. Sopporta. Non reagire. Abbassa lo sguardo. Pensa ai fatti tuoi. Ricordati che passare per vigliacchi è sempre meglio che finire al camposanto. Se fosse un film potremmo titolarlo: “Roma, ore tre. L’ora delle vittime”.