Mi assumo tutte le responsabilità della sconfitta. Ho perso io”. Matteo Renzi inizia a parlare a Palazzo Chigi poco dopo la mezzanotte. L’abito è quello scuro, da premier, la cravatta nera. Parla sicuro, spedito, mentre dice “l’esperienza del mio governo finisce qui”. Anche se si commuove due volte. Voce strozzata, lacrime trattenute, mentre ringrazia Agnese, presente nella sala dei Galeoni, “per aver sopportato la fatica di questi mille giorni e per aver rappresentato l’Italia”. E i suoi tre figli. Le percentuali della sconfitta sono schiaccianti. Il discorso è breve, ma chiaro, almeno nei suoi capisaldi.

C’è l’appuntamento al Colle: “Domani pomeriggio (oggi, ndr) salirò al Colle per dimettermi. Volevo tagliare le poltrone della politica e alla fine è saltata la mia”. Onore ai vincitori: “Il No ha vinto. Volevamo vincere, non partecipare”, dice, con parole che riecheggiano il primo discorso della sconfitta, quello delle primarie 2012 contro Bersani. “Ho perso io”, disse allora. Un discorso che gettò le basi per la riscossa successiva e per l’arrivo a Palazzo Chigi. Stavolta è diverso. La sconfitta è larghissima, il No è sonoro. Alla riforma, ma soprattutto a lui.

L’Italia l’ha messo alla prova e gli ha detto basta. Renzi lo sa bene. “Si può perdere un referendum, ma non si può perdere il buon umore. Io ho perso, in Italia non perde mai nessuno. Io non sono così”. Si sforza di sorridere, ma lo sguardo è quello di un pugile suonato, quello che fino all’ultimo ha sperato di convincere ancora il Paese, nonostante i segnali evidenti. Fino alla fine ha incitato: “Ce la possiamo fare”. Ha battuto l’Italia in lungo e in largo, è apparso in tv ovunque. Ci ha messo la faccia, ha giocato quasi in solitario, ha promesso tutto e il contrario di tutto. Ha chiamato al plebiscito. Il plebiscito c’è stato. Contro di lui. Che si sarebbe dimesso in caso di sconfitta, Renzi l’aveva già deciso. E ieri, gli è apparso chiaro a urne ancora aperte come quella di lasciare fosse l’unica carta possibile.

“Grazie a tutti, comunque. Tra qualche minuto sarò in diretta da Palazzo Chigi. Viva l’Italia! Ps: Arrivo, arrivo”: si è annunciato con un tweet. E con un’autocitazione: “Arrivo, arrivo” era il tweet che mandò dal Quirinale, mentre era a colloquio con Giorgio Napolitano per ricevere l’incarico, trattando per ore sulla lista dei ministri. A Palazzo Chigi assicura: “Qui in questa sala saluterò il mio successore e gli consegnerò la campanella e il dossier delle cose che restano da fare”. In queste ultime settimane molto si è parlato di reincarico: con queste percentuali, non esiste, come ha fatto sapere al presidente lo stesso Renzi. Difficile anche che il premier dimissionario possa influire sulla scelta del suo successore. Anche se dovesse rimanere segretario del Pd. Cosa tutta da verificare: ieri si era diffusa la voce che avrebbe lasciato anche la segreteria. Da Palazzo Chigi non ne ha fatto cenno: domani ci sarà la Direzione del partito, si vedrà.

“C’è rabbia, delusione, amarezza tristezza ma dovete essere fieri. Arriverà un giorno in cui tornerete a festeggiare una vittoria e vi ricorderete le lacrime di stanotte”, dice lui, con i toni di uno che si tira fuori. Il 40% era considerata una sorta di asticella per lasciare la vita politica. È quello che ha preso, decimale più, decimale meno. Si vedrà. Anche se domani non si dovesse presentare dimissionario alla direzione, il partito è pronto a chiedergli conto della sconfitta. La maggioranza renziana può diventare rapidamente una minoranza.

Con la sinistra dem che vuole riprendersi il Pd e molti – anche tra i renziani – pronti a scendere dal carro. Non è secondario anche per capire se e quanto il maggior partito si spingerà per chiedere elezioni. Le urne in caso di sconfitta erano l’obiettivo di Renzi: con questi numeri, chissà. E soprattutto, la forza politica che ha è tutta da vedere. Potrebbe rivelarsi quasi nulla.

L’ormai ex premier ha assicurato la presenza del governo per chiudere la legge di Bilancio. Prima di iniziare a parlare ha telefonato a Mattarella, che ha elogiato come guida in questo momento. Il Presidente è contrario alle elezioni. Il borsino dei successori di Renzi va verso Padoan, per continuità, o a una figura istituzionale come Grasso. O un super tecnico, tutto da trovare. Renzi intanto si prende solo il gusto di restituire “oneri e onori” allo schieramento del No. Ad altri, ora toccherà fare una proposta per cambiare l’Italicum una legge elettorale per il Senato.