Una settimana prima del voto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha spiegato ad alcuni studenti delle medie come funziona il suo “lavoro silenzioso”, specificando che lui è l’arbitro: “Voi avete presente le partite di calcio: quando il gioco si svolge regolarmente, senza falli e senza irregolarità, l’arbitro neppure si nota, quasi non ci si accorge che sia in campo”.

Tolga pure il quasi. Nei mesi scorsi il presidente del Consiglio ha commesso una serie di falli da espulsione, eppure, ugualmente, gli italiani non si sono accorti che ci fosse un arbitro in campo. Infatti non c’era. E qui non si parla dei falli tattici o dei fallacci da oratorio di un premier che va in giro a spacciare promesse prive di senso e, soprattutto, di nesso logico con l’oggetto del referendum. Sono miserie della politica da cui pochi sono immuni ed è comprensibile che un politico di lungo corso come Mattarella non ne sia rimasto turbato.

Il fatto gravissimo è che si sia consentito al capo del governo di andare in giro per il mondo a gridare “al lupo, al lupo”, avvertendo i mercati finanziari internazionali che il 4 dicembre era in calendario un giudizio di Dio sul futuro dell’Italia: in caso di vittoria del No lui avrebbe lasciato il Paese senza governo in un momento drammatico per l’economia, lo Stivale sarebbe piombato nell’instabilità politica e per gli investitori stranieri sarebbe stato meglio darsi alla fuga.

Agli elettori italiani è stato proposto un ricatto odioso: se votate contro la riforma della Costituzione, come è vostro diritto fondamentale, l’Italia andrà in rovina. Profezie che in parte si autoavverano. La Jp Morgan ha già detto che prima di salvare il Monte dei Paschi (cosa per la quale è stata ingaggiata e pagata) vuole capire come si mette il quadro politico.

Tutto questo è avvenuto nella totale indifferenza del Quirinale. E gli italiani abbandonati dall’arbitro si sono dovuti difendere da soli votando No lo stesso, mostrando più coraggio del loro presidente.