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venerdì 02/12/2016

Poste Italiane, mobilitazione straordinaria a favore del Sì

Al lavoro - Turni lunghissimi, straordinari, proteste: la Spa pubblica, pur di consegnare 13 milioni di lettere del Pd, mette alla frusta i dipendenti. Anche stavolta non sapremo chi paga

Con uno sforzo immane, oltre le capacità di un organico sempre più ridotto, Poste Italiane sta consegnando a 13 milioni di famiglie italiane i volantini di propaganda per il referendum pagati – chissà con quali inopinate risorse – dal Partito democratico.

Per adempiere al compito senza ritardi, l’azienda ha mobilitato i postini con ordini di servizio, comunicazioni più o meno ufficiali e una pianificazione del lavoro avviata già una settimana e mezza fa. I postini recapitano le lettere ai cittadini a giorni alterni, mentre per soddisfare le esigenze del Nazareno sono costretti a turni lunghi ogni giorno con la promessa di straordinari in busta paga.

Federconsumatori ha più volte denunciato i disservizi causati dal nuovo sistema di Poste: la giacenza arretrata è diventata una prassi e riguarda anche le bollette, che poi scadono senza clemenza. Ma per i volantini del comitato “Basta un sì” la puntualità e la precisione sono garantite. Ormai la simbiosi fra l’azienda e il Nazareno è robusta: per una involontaria coincidenza temporale, va rammentato che gli ambiziosi vertici di Poste sono da confermare o da rimuovere entro la prossima primavera.

L’azienda guidata da Francesco Caio ha smistato anche 2,5 milioni di appelli per il Sì indirizzati agli italiani all’estero, un numero di elettori consistente e non semplice da raggiungere che, secondo lo stesso Renzi, può determinare l’esito del referendum. Come ha rivelato il Fatto Quotidiano, per recapitare in cinque continenti il manifesto a favore della riforma costituzionale e una carrellata di fotografie di Renzi coi colleghi di mezzo mondo, Poste Italiane ha applicato al Nazareno una sorta di tariffa agevolata, non più prevista dalla legge e non in linea con i prezzi di mercato.

Si tratta di uno sconto di una decina di centesimi di euro a plico che ha consentito al tesoriere dem Francesco Bonifazi di risparmiare alcune centinaia di migliaia di euro. Quando s’è diffusa la notizia della massiccia spedizione, stavolta riservata agli italiani in patria, interpellati dal Fatto, i dirigenti di Poste Italiane hanno spiegato di aver partecipato alla stampa dei volantini (16 milioni in totale), ma hanno negato – e dunque mentito – di aver svolto anche la distribuzione.

È vero che Nexive (gruppo Tnt), il concorrente privato guidato da Luca Palermo, ex cliente e amico di papà Tiziano Renzi, ha coperto un pezzo d’Italia con tre milioni di copie. Ma è altrettanto vero che la restante parte – come si evince dai documenti di Poste Italiane che il Fatto ha potuto leggere – è in carico alla società pubblica. Ora è automatico e non malizioso supporre che per l’azienda la fragile bugia fosse un tentativo di occultare l’ennesima polemica.

Una polemica che potrebbe toccare profili più gravi. Perché i contratti stipulati con il partito del presidente del Consiglio possono configurare una operazione fra “parti correlate”, cioè fra un’azienda quotata in Borsa e un “soggetto” che detiene delle azioni o la può influenzare. Poste Italiane ha esordito l’anno scorso nel listino di Piazza Affari, ma è sempre controllata dal governo attraverso il Tesoro e la missione “referendaria” è intestata al Nazareno.

La Consob, l’autorità che vigila sul mercato borsistico, per ora non ha un orientamento definito sul rapporto fra Poste e il Pd, ma più emergono dettagli sulla rilevanza dei contratti in essere più diventa probabile un’analisi dettagliata del caso. Le operazioni fra parti correlate non sono vietate, per la legge, però, richiedono l’adozione di regole precise per assicurare trasparenza e correttezza a tutela dei piccoli azionisti. Con i dirigenti dell’azienda che hanno taciuto sul coinvolgimento di Poste in quest’ultima azione di propaganda, la trasparenza è stata completamente ignorata.

Per finanziare la spedizione internazionale, costata 1,5 milioni di euro, il Pd s’è avvalso del contributo del finanziere Davide Serra e di altri, ancora ignoti, imprenditori che risiedono all’estero. Ma inviare 16 milioni di volantini, anche se in Italia, è più oneroso: Poste Italiane chiede 30 centesimi a lettera, Nexive 28,5, per entrambi c’è l’Iva al 22 per cento, più le fatture di tre tipografie diverse. Milioni di euro.

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Lo sberleffo

I senatori restano: ditelo a Nardella

Essere Nardella, senza sapere che la riforma costituzionale non elimina i senatori, ma li riduce semplicemente da 315 a cento. Ieri il sindaco renzianissimo di Firenze ha dato spettacolo a Tagadà, su La7. Già, perché come mostra un video pubblicato sul fattoquotidiano.it, la riforma del suo mentore la conosce davvero poco. “Con la nuova legge si eliminano i 315 senatori e si ha un sola Camera politica” salmodia il buon Nardella, in collegamento dalla sua Firenze. Un assist perfetto per Anna Falcone, vicepresidente del Comitato per il No, che in studio può sorridere largo e infierire: “A me il sindaco sta molto simpatico, però quando parla del merito della riforma sbaglia: non vengono eliminati i 315 senatori, perché rappresentano tutto il Senato”. Nardella però non desiste: “Allora, con il Sì si eliminano 315 senatori, chi vota No lascia la situazione così”. E Falcone quasi si piega dal ridere: “Nardella, lei deve leggere bene la riforma, ne restano cento”. Il renziano si lamenta per le interruzioni, e ripete, ancora: “Vengono eliminati”. In studio non sanno più che fare, Falcone ripete. E alla fine il sindaco si arrabbia, si toglie l’auricolare, geme: “Così non si può parlare”. Ilarità e discussioni in studio. È la riforma, bellezza (secondo Nardella).

D’Alfonso ignora la par condicio

Non solo i sindaci: dopo la corsa alla diffusione delle brochure per il Sì da parte di decine di primi cittadini di ogni parte d’Italia, ora iniziano anche i governatori. È il caso di Luciano D’Alfonso, presidente della Regione Abruzzo che ha ben pensato di mandare una brochure nelle case di tutti gli abruzzesi per pubblicizzare le ragioni del Sì firmandosi come Presidente della Regione Abruzzo e non semplicemente come Luciano D’Alfonso. Come il Fatto ha già spiegato, si tratta di una pratica che va contro la legge sulla par condicio (N 28 del 22 febbraio 2000) in cui si prevede che i rappresentanti delle istituzioni non possano utilizzare la propria carica per fare propaganda, ma possono svolgerla solo a titolo personale. Torna utile ripassare ancora l’articolo 9: “Dalla data di convocazione dei comizi elettorali e fino alla chiusura delle operazioni di voto è fatto divieto a tutte le amministrazioni pubbliche di svolgere attività di comunicazione ad eccezione di quelle effettuate in forma impersonale ed indispensabili per l’efficace assolvimento delle proprie funzioni”.

“Abbiamo interpellato gli organi competenti tramite un esposto – commentano i portavoce abruzzesi del M5S – approfittare della propria carica in un momento cruciale per il Paese viola le normative vigenti e probabilmente anche l’etica politica”.

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