“L’avevo detto al prefetto che non sono un commercialista e lui mi aveva ribattuto: per carità, basta solo la presenza”. È la mattina del 12 luglio 2017, la telecamera nascosta installata in ufficio registra una conversazione. A parlare è un ex colonnello della Finanza. È tra i tre amministratori (poi dimessosi in autunno) nominati dalla Prefettura di Lecce per gestire M.Slot, la terza realtà in Italia nel settore del gioco. Una frase che, unita ad altre, solleva dubbi sulla selezione delle persone scelte per guidare una società così complessa. Dubbi mai diradati.

Un anno fa, M.Slot è stata colpita da una seconda interdittiva antimafia, confermata dal Tar di Lecce a febbraio. La società faceva capo ai fratelli Saverio e Pasquale De Lorenzis di Racale (Lecce), rinviati a giudizio perché considerati “capi e promotori, con un ruolo egemone, dell’associazione di tipo mafioso, gravitante nell’area della Sacra Corona Unita”, finalizzata a imporre agli esercenti il noleggio dei loro giochi. Il processo si aprirà a luglio e l’imputazione è rimasta, anche se, nel 2015, Tribunale del Riesame e Cassazione hanno escluso l’accusa di mafia.

Nonostante abbiano trasferito le loro quote a un trust, per i pm M.Slot è ancora sotto l’influenza dei De Lorenzis: per oggi è fissata l’udienza per la confisca di beni per 15 milioni di euro a loro sequestrati l’8 maggio scorso. I sigilli sono arrivati a pochi giorni dalla singolare proposta depositata dal gestore del trust in Tribunale: chiedeva che la società venisse sottoposta al controllo giudiziario più stringente previsto dal Codice antimafia, piuttosto che continuare a essere guidata dagli amministratori di nomina prefettizia. Questi ultimi sono decaduti comunque in seguito al sequestro, lasciando senza risposta l’interrogativo: come sono state fatte le loro nomine? La Prefettura avrebbe dovuto selezionarli in base a “requisiti di professionalità e moralità”, con “criteri di rotazione e trasparenza” e tenendo conto del “background professionale adeguato alla complessità dell’azienda”.

L’avvocato Mario Fantini, cognato di un viceprefetto a Lecce, nella stessa M.Slot aveva già coperto l’incarico di esperto in fase di monitoraggio, firmando la relazione alla base del rinnovo della misura di prevenzione, con presunto conflitto d’interessi. Mario Venceslai era comandante provinciale della Finanza a Rimini quando l’attuale prefetto di Lecce, Claudio Palomba, ricopriva l’incarico lì. Dal suo curriculum non emerge nessun requisito di “esperienza di almeno cinque anni nella gestione di imprese pubbliche o private di dimensioni comparabili” a M.Slot. Antonio Leonzio Ferretti, invece, era a capo della Dia di Lecce quando questa ha prodotto le informazioni antimafia alla base della prima interdittiva. A un mese dal suo pensionamento, nel 2014, venne nominato amministratore straordinario di M.Slot. Dopo tre anni, è tornato a ricoprire nuovamente quel ruolo. Neppure nel suo curriculum c’è riferimento alcuno ai requisiti richiesti.

Poi, c’è la sostanza. Per mesi, da luglio a ottobre 2017, le conversazioni dei tre amministratori prefettizi sono state registrate dalla telecamera installata in ufficio per monitorare il caveau. I filmati sono stati inviati a Procura, Prefettura, Tar e Anac da parte del gestore del trust e costituirebbero, a suo avviso, la prova della presunta incompetenza dei tre nel governo di una società così articolata e di un interesse legato prevalentemente all’incasso del compenso mensile, prima pari a 5.488 euro ciascuno, poi, dopo le dimissioni di Venceslai, di oltre 8 mila.

“Intercettazioni abusive e frasi estrapolate dal contesto”, hanno replicato Ferretti e Fantini, incontrati dal Fatto. Le istituzioni sono rimaste in silenzio. Anzi, a febbraio il Tar di Lecce ha bollato la faccenda come “irrilevante”.