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giovedì 20/10/2016

Obama ha tolto l’alibi a Renzi. Con il No l’Italia non crollerà

Endorsement - Il leader Usa in scadenza ha spiegato al premier di rimanere in sella: i catastrofismi dei fan del Sì restano privi di senso

L’Italia del No deve essere sommamente grata a Barack Obama che con quattro semplici paroline: “Renzi resti comunque vada” ha cancellato, speriamo definitivamente, la colossale psicofesseria del “Salto nel buio”, secondo cui l’eventuale sconfitta del Sì al referendum getterà il Paese negli oscuri abissi dell’ignoto, spazzando via governo e premier, creando un pericoloso vuoto di potere: una sorta di 8 settembre della democrazia con populisti e loro degni compari a gozzovigliare sulle macerie della Riforma costituzionale, della Stabilità e dunque della Repubblica.

Orrore. Nell’imbarazzante festicciola alla Casa Bianca (con il premier italiano e i suoi cari nella parte dei parenti poveri ammessi a tavola) il dato politico non è il grazioso endorsement di un presidente Usa (che tra l’altro sta per sloggiare) a favore del “Matteo giovane e bello”, con in cambio ringraziamenti fantozziani (“Oggi Obama ha organizzato anche il sole”, quanto è buono lei).

Per carità, da quelle parti ne hanno visti parecchi di veri o presunti statisti italiani presentarsi col cappello in mano a prendere ordini. La novità risiede invece nel combinato disposto tra il sostegno di Washington al Sì (che presumibilmente non sposterà un voto) e le precise disposizioni trasmesse a Roma se dovesse vincere il No.

Colpisce intanto e non poco che il grande alleato, nel momento in cui formula un sostegno sfacciato nei confronti di metà (a essere generosi) popolo italiano contro l’altra metà del popolo italiano interferendo pesantemente negli affari di quello che dovrebbe essere uno Stato sovrano, prenda in seria considerazione la sconfitta del proprio beniamino.

Il quale, nel mondo che conta non deve essere proprio considerato un campione vincente della politica, per capirci un Rosberg o un Marquez, alle luce delle continue spintarelle ricevute in prossimità del traguardo dalla Merkel o dal commissario europeo Moscovici o da JP Morgan o dalle agenzie di rating e ora perfino dalla Casa Bianca.

Resta il fatto che se vince il No Obama, o chi per lui, ha deciso e non si discute, che Renzi resterà ben piantato a Palazzo Chigi. Glielo hanno comunicato tra un agnolotto e una colatura di rafano, ma adesso dovranno dirlo anche a Sergio Mattarella. Perfino in quello sgorbio di nuova Carta costituzionale che porta il nome della Boschi non è previsto che il presidente della Repubblica italiana si adegui ai desiderata di uno Stato estero, ancorché superpotente.

Ma forse non ce ne sarà bisogno potendo il Quirinale rinviare il governo Renzi alle Camere o comunque rimetterlo rapidamente in sella fino alla scadenza naturale del 2018 non essendoci maggioranze alternative a quella esistente. Nel melodramma delle decisioni fatali che cominciò (ricordate?) con il lacrimevole: se perdo vado a casa e mi ritiro dalla politica per poi virare su più cauti propositi, lo scaltro giovanotto toscano non ha mai detto: se perdo lascio la segreteria del Pd. Infatti non ci si può liberare tanto facilmente di chi controlla il partito di maggioranza. Altro che salti nel buio. Più illuminati di così…

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Ma chi decide la linea del Pse sulle riforme?

La linea ufficiale del Partito socialista europeo è che al referendum di dicembre bisogna votare Sì. Ma il Pse, Jp Morgan, Merkel, l’ambasciatore Usa in Italia “dovrebbero farsi gli affari loro sul referendum”, dice Massimo D’Alema, che è schierato per il No. L’ex premier è anche presidente della Feps, la Fondazione per gli studi europei progressisti, una specie di think tank del Pse. “D’Alema non può parlare da presidente della Feps sul no al referendum. Su questo può parlare solo a titolo personale perché la Feps si è espressa a favore del sì alla riunione di tutto l’ufficio di presidenza del Pse venerdì scorso”, gli replica il super renziano Giacomo Filibeck, vicesegretario generale del Pse.

Alcuni parlamentari europei del Pd, come Sergio Cofferati, firmano una lettera però per contestare la linea del Pse, decisa senza una discussione interna, “ una leggerezza e approssimazione, nel sostenere la riforma oggetto di referendum. Forse sarebbe utile che approfondiate meglio le sue implicazioni e le conseguenze politiche che potrebbero determinarsi”.

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