Ci sono cose che nessuno sa: ad esempio cosa passa nella testa confusa di Matteo Renzi. Al Quirinale non arrivano messaggi dal premier dimissionario, né dal suo entourage: non si sa, insomma, se sia tornato in sé dopo la scoppola referendaria. Ci sono cose invece che sono certe ben al di là del confuso dibattito politico e del totonomi già divenuto noioso (il borsino ieri diceva Paolo Gentiloni, oggi chissà): Sergio Mattarella non concederà le elezioni senza una legge elettorale funzionante e omogenea tra le due Camere (come prescrive la sentenza della “sua” Corte costituzionale sul Porcellum), dopo – va ricordato – aver commesso l’errore di far entrare in vigore una legge elettorale valida per la sola Camera.

Ne consegue, fanno notare fonti del Quirinale, un calendario abbastanza rigido, da cui non si può prescindere: il presidente della Repubblica ha intenzione di prendere una decisione al massimo entro giovedì prossimo, 15 dicembre. A quel punto il governo che gestirà la prossima fase, qualunque esso sia, ha davanti almeno quattro o più probabilmente sei mesi di vita.

Breve spiegazione. Il 24 gennaio, infatti, ammesso che arrivi subito, si conoscerà solo la sentenza: per sapere cosa accadrà alla legge elettorale se la Consulta – come pare assai probabile – dovesse dichiararne la parziale incostituzionalità bisognerà aspettare le motivazioni. Su materie così vaste e complesse significa, in genere, tre o quattro settimane di attesa. A quel punto i giuristi dovranno stabilire quale legge è rimasta in piedi dopo il lavoro di bisturi della Corte costituzionale: un lavoro non sempre facilissimo e che potrebbe consegnare al Paese un nuovo rompicapo. Insomma, solo così si potrebbe arrivare a marzo inoltrato: a quel punto il Parlamento dovrebbe lavorare per armonizzare per quanto è possibile le leggi di Camera e Senato anche sulla base dei principi stabiliti dalla Consulta nella sua sentenza.

La parola elezioni non sarà neanche pronunciata al Colle prima che una legge razionale e, soprattutto, costituzionale sia approvata: eleggere il secondo Parlamento di fila con un metodo di voto illegittimo distruggerebbe la credibilità dell’intero sistema istituzionale. Farlo mentre a vigilare è uno dei giudici delle leggi che bocciò il Porcellum una sorta di umiliazione.

Se questo calendario è cogente, prima di aprile non è possibile alcuna convocazione dei comizi elettorali: il che porta la prima data utile per le Politiche tra fine maggio e inizio giugno, assai difficilmente prima. Il governo che deve nascere ha dunque davanti almeno quattro mesi di vita piena, più la campagna elettorale: uno scenario incompatibile con la permanenza in vita di un esecutivo dimissionario. Scenario incompatibile, però, pure con le tentazioni di un pezzo della minoranza (e pure della maggioranza) del Pd: Mattarella non vuole portare la legislatura alla scadenza naturale, cioè al marzo 2018, come dice Pier Luigi Bersani, vuole solo una legge elettorale legale e poi, se si vuole votare, si voti.

L’incognita lungo questo percorso di razionalità e alfabetismo costituzionale, come detto, è la disposizione d’animo di Matteo Renzi: non si sa – i contatti col Colle sono chiusi – se il premier dimissionario abbia finalmente accettato la situazione o si dibatta ancora dentro l’umor nero della sconfitta, se – come avrebbe voluto dirgli il senatore Pd Walter Tocci nella Direzione imbavagliata – “il demone della disfatta referendaria è ancora al lavoro per la sconfitta alle elezioni anticipate”.

Al Colle smentiscono, o per meglio dire non vogliono credere, che una delle condizioni che Renzi porrà per dare il via libera a un governo “a tempo” sia la permanenza di Luca Lotti a Palazzo Chigi come sottosegretario: avranno forse modo di ricredersi. Più accettabile è invece considerato che il segretario del Pd preferisca a Palazzo Chigi un nome che non possa fargli ombra in Parlamento e nel Paese: Gentiloni, che pure è ministro degli Esteri e ha buoni rapporti con le cancellerie di mezzo mondo, sarebbe una “soluzione non irrazionale”.

Intanto ieri Mattarella ha iniziato le consultazioni: prima i presidenti di Camera e Senato (Pietro Grasso è uno dei papabili per il cosiddetto “governo istituzionale”, ipotesi residuale), poi il piatto forte, cioè Giorgio Napolitano, prototipo del capo dello Stato “interventista” quanto Mattarella lo è del “notaio”. Il padre della riforma Boschi è contrarissimo al voto senza una riforma profonda dell’Italicum e si attende una sua presa di posizione pubblica: col suo successore, però, avrebbe rievocato le sue decisioni nelle numerose crisi di governo gestite durante nove anni al Quirinale. Difficile, ammesso che nel memoir di Napolitano ci fosse una lezione da cogliere, che Mattarella abbia voglia di applicarla.