La tragedia del 3 giugno al largo delle isole Kerkennah, riporta alla luce il fenomeno dell’immigrazione dalla Tunisia all’Italia. Almeno 48 persone sono morte in un naufragio, l’ultimo di una lunga serie. Lo scorso ottobre un altro incidente nella stessa area aveva causato la morte di più di 40 persone. Questo ennesimo episodio nefasto nel tentativo di attraversare il Mediterraneo – 16.000 vittime dal 2014 a oggi – si è incrociato con l’insediamento al Viminale del politico che più di tutti ha fatto della lotta all’immigrazione uno dei suoi cavalli di battaglia, Matteo Salvini. “La Tunisia spesso esporta galeotti”, ha detto. Probabilmente, nelle intenzioni di Salvini, vi è la volontà di ridurre l’immigrazione dalla Tunisia a una mera questione di sicurezza, tramite lo screditamento delle ragioni alla base della scelta di migrare dei tunisini.

Era dal 2011 – l’anno della “Primavera araba” e dell’instabilità politica seguita alla fuga dell’ex Presidente Ben ‘Ali – che le coste siciliane non erano testimoni di così tanti sbarchi dalla Tunisia. Nei primi 5 mesi del 2018, in Italia sono sbarcati 2.889 tunisini, su un totale di 13.775 persone: un immigrato su 5 arrivato via mare in Italia nel 2018 proviene dalla Tunisia, diventata il primo Paese di origine dell’immigrazione in Italia. E questo trend ha avuto inizio almeno nel settembre scorso, con più di 4.500 persone sbarcate dalla Tunisia tra quel mese e la fine di novembre 2017. Siamo di fronte a una ripresa significativa delle partenze dalle coste di Tunisi e Sfax. Ma non si può mettere in correlazione questo trend con il calo delle partenze dalla Libia in seguito al “Minniti compact”, il piano ideato dal predecessore di Salvini volto a negoziare con gli attori statali e non statali libici il blocco delle partenze dai porti a Ovest di Tripoli. A screditare una possibile relazione tra i due fenomeni vi è la provenienza dei migranti: nel caso di quelli in arrivo dalla Libia, quasi tutti provenienti dall’Africa subsahariana o dal Bangladesh, tutti tunisini quelli provenienti dalla Tunisia.

La frase di Salvini è probabilmente il frutto di una “bufala” fatta circolare tra gli ambienti mediatici vicini all’attuale ministro a novembre, secondo cui la ripresa delle rotte dalla Tunisia sarebbe dipesa da un’amnistia generale concessa dal presidente della Repubblica tunisino Beji Caid Essebsi. Come dire: la Tunisia svuota le carceri e i criminali fuggono in Italia.

Ma quella che veniva presentata come un’amnistia speciale, altro non era che un’iniziativa che ogni anno la presidenza tunisina intraprende durante la festa della Repubblica o il Ramadan. Essebsi aveva perdonato poco più di 1.500 prigionieri (in carcere per reati minori in un Paese in cui un terzo della popolazione carceraria ha alle spalle reati legati all’uso di droghe leggere), di cui solo 400 erano stati effettivamente liberati, mentre il numero di persone sbarcate in Italia nello stesso periodo era di dieci volte maggiore: dunque non si poteva provare un nesso di causa-effetto.

Paradossalmente, sarebbe quasi una “buona notizia” se ad arrivare in Italia dalla Tunisia fossero i “galeotti”. Invece il fenomeno dell’immigrazione sulla rotta Sfax-Pozzallo è indice di un malessere più strutturale. I tunisini che lasciano il Paese fuggono da una crisi economica che fatica a rientrare; da una svalutazione del dinaro del 30 per cento in un anno; da una crisi occupazionale sempre più forte; da una disparità tra Est e Ovest del Paese che fa sì che in quest’ultimo non sia garantito il più basilare servizio infrastrutturale o igienico-sanitario; da una crisi di rappresentanza che vede una emorragia di giovani dalla politica (l’astinenza dal voto delle persone tra i 18 e i 25 anni ne è una riprova). E tutto questo, che genera condizioni perfette per il proliferare di ideologie radicali e oltranziste e del sempre alto rischio di episodi terroristici, ha direttamente a che fare con noi.

L’Europa e l’Italia (che in questo dovrebbe far sentire la propria voce a Bruxelles) dovrebbero adoperarsi per far sì che quelle condizioni alla base della scelta di emigrare vengano meno e che la Tunisia possa finire il cammino di democratizzazione intrapreso più di sette anni fa, altrimenti gli effetti distorti si sentiranno fino a ben sopra il Mediterraneo, come sta avvenendo. E non verranno fronteggiati efficacemente a suon di slogan. Altro che pacchia.