“Il disagio sociale tende a trasformarsi in rifiuto di tutto. Noi proviamo a offrire un’alternativa”. Susanna Camusso, segretario della Cgil, non vuole ancora esprimersi sul referendum costituzionale di ottobre (presto lo farà), ma per tutto il 2016 ha lavorato a una battaglia anche referendaria, con 3,3 milioni di firme depositate ieri in Cassazione. Se il Parlamento non discute prima la proposta di legge di iniziativa popolare per la “Carta dei diritti universali del lavoro”. O decide il Parlamento, o decideranno i cittadini nel 2017 su ripristino dell’articolo 18, abolizione dei voucher e responsabilità solidale negli appalti.

Segretario Camusso, in questa stagione di referendum tutti sono a caccia di firme. Come avete fatto a raccoglierne 3,3 milioni?

Abbiamo fatto una consultazione delle iscritte e degli iscritti, più di 40 mila assemblee nei luoghi di lavoro, tra gennaio e marzo. Non solo dei lavoratori dell’azienda ma anche di quelli che insistono su un’area territoriale, per esempio i dipendenti di un ospedale insieme a quelli dei subappalti. Non potevamo rinunciare a una certa idea di diritto di lavoro soltanto per le decisioni del governo.

Che reazioni avete incontrato? Rassegnazione?

Molta rabbia sulle pensioni, per i voucher e per l’assetto di lavoro che attende i propri figli. Ma anche una voglia di rimettersi in gioco. Su un progetto, non soltanto per contrastare misure sbagliate. Abbiamo votato sulla proposta di legge popolare e sul mandato a convocare un referendum. Non sono strumenti usuali per la nostra organizzazione, quindi era giusto chiedere ai lavoratori e 1,5 milioni hanno dato il loro assenso. Aver creato questo tessuto è stato determinante quando abbiamo lanciato la raccolta delle firme.

Volete ripristinare l’articolo 18, anche in imprese con cinque lavoratori. Non avevamo archiviato la questione?

Abbiamo discusso a lungo se l’articolo 18 dovesse essere uno dei temi da proporre o no, se accettare la vulgata che ‘è un tema che riguarda i vecchi’. Ma l’abolizione dell’articolo 18 ha imposto un approccio di subalternità, non più di subordinazione, ai rapporti di lavoro e ha introdotto l’ennesima divisione tra lavoratori, tra chi è ancora tutelato e chi non lo è. Oltre ad aver dato il messaggio che adesso tutto è lecito, come dimostrano vari casi di delegati licenziati.

Invece di abolire i voucher, non basta riformarli?

Quando una maionese è totalmente impazzita non ha rimedi, bisogna farne un’altra. I voucher hanno come presupposto non che ci sono lavori occasionali, ma che qualunque lavoro può diventare occasionale. Il governo promette tracciabilità, ma non elimina alcuna delle nefandezze che stanno avvenendo con la trasformazione di lavoro strutturato in lavoro destrutturato pagato in voucher.

Vi diranno che volete strozzare la competività delle imprese con lacci e lacciuoli.

Non mi pare che avere eliminato quei lacci abbia fatto aumentare gli investimenti. Siamo ai minimi storici. E comunque è ora che si ridiscutano le scelte.

Cosa cambierebbe con la modifica che proponete sugli appalti?

Prima della riforma Fornero, il committente aveva delle responsabilità e quindi si faceva carico di controllare la correttezza dell’impresa cui delegava il lavoro. Per evitare che chi ha ricevuto l’appalto sparisca senza pagare stipendi e contributi bisogna fare in modo che il committente vigili. Era una norma che funzionava ma l’hanno cancellata.

Come hanno reagito i partiti alle vostre richieste?

Abbiamo incontrato i gruppi parlamentari, non le forze politiche, perché spetta al Parlamento dibattere sulla ‘Carta dei diritti universali del lavoro’. E molti ci hanno detto di essere pronti a discuterla. Ora torneremo alla carica.

È un referendum contro Renzi?

Noi non personalizziamo e i quesiti non riguardano solo leggi fatte dal governo Renzi. Questo esecutivo, come quelli precedenti, ha impostato una politica economica che si regge sulla riduzione del costo del lavoro e dei diritti dei lavoratori.

Il sindacato può intercettare quel malcontento che in Gran Bretagna ha contribuito alla Brexit?

La nostra idea non è sostituirci ai partiti. Siamo cose diverse. Ma se si guarda al voto italiano e a quello sulla Brexit si vede in entrambi i casi un gigantesco cartello che dice: il disagio sociale si trasforma in rifiuto di tutto. Noi proviamo a offrire un’alternativa.

Al referendum di ottobre sulle riforma che farete?

La Cgil dirà come sempre che bisogna andare a votare, visto che è un diritto e un dovere. Abbiamo dato un giudizio fortemente critico per ragioni di democrazia e per quello che il cambiamento delle forme costituzionali implicano per i lavoratori. Noi vogliamo informare, anche sulla base dei nostri giudizi critici, costruire un dibattito nel merito invece di schierarci subito. Poi, dopo aver discusso, tireremo le somme e decideremo le scelte da compiere.