La “bomba” arrivata nelle mani della procuratrice di Modena Lucia Musti, secondo quanto le avrebbe detto il colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio, alias Ultimo, non aveva un riferimento all’intercettazione tra il segretario del Pd Matteo Renzi e il generale della Guardia di Finanza, Michele Adinolfi. Non è la pistola fumante, come qualcuno ha paventato in questi giorni, che prova il complotto giudiziario ai danni dell’ex premier, proseguito con l’inchiesta Consip e sempre con la sponda del Fatto Quotidiano. La “bomba” era rappresentata dall’indagine condotta dal Noe dei carabinieri di Ultimo, che mettevano sotto accusa le coop rosse e il mondo vicino a Massimo D’Alema, mai indagato.

Quando Musti parla di Ultimo ai consiglieri del Csm, sostenendo che lui come il maggiore Giampaolo Scafarto erano degli “esagitati”, lo dice perché parla dello stralcio di indagine Cpl-Concordia che le arriva per competenza da Napoli. E a proposito dei due ufficiali afferma: “Non mi piaceva neanche il rapporto che avevano con l’autorità giudiziaria perché a me avevano detto: ‘Dottoressa, lei se vuole ha una bomba in mano, lei se vuole può fare esplodere la bomba’”. E Fanfani: “Chi glielo disse questo qui?”. Musti: “Il colonnello De Caprio. Secondo me pensava che io chissà cosa avessi potuto fare, forse il burattino nelle sue mani… io sono sicura di aver deluso i carabinieri di questo reparto”. In realtà, nonostante fossero “esagitati”, Musti, sulla base di un loro rapporto, si mette a fare “un’attività di intercettazione anche delicata, a livello di Cpl erano in contatto con persone importanti per corrompere”, ma siccome non stavano emergendo elementi per un processo e le “intercettazioni costano”, stacca i microfoni e archivia.

Che non ci sia l’ossessione Renzi lo dimostra anche un altro passaggio dell’audizione in cui Musti a proposito dell’informativa “fatta con i piedi” elenca i capitoli e indica “il capitolo ottavo, rapporti tra Cpl Concordia e D’Alema Massimo”. Ma i consiglieri vogliono sapere dell’intercettazione Renzi-Adinolfi, pubblicata dal Fatto il 10 luglio 2015. Non l’aveva letta, la apprende “quando è scoppiata quella che per me è stata una bomba (la pubblicazione sul Fatto, ndr)” e subito scrive una nota al suo procuratore generale sollecitato dal capo degli ispettori ministeriali, Cesqui. È preoccupato anche il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, che aveva ricevuto un altro stralcio di Cpl. E i due si sentono: “Mi telefonò Pignatone, ‘Lucia come rispondi?’ Io rispondo in un certo modo eccetera. Lui mi disse: ‘Ci tocca rispondere, dobbiamo rispondere tutti e due’. Allora dissi: ‘Diremo le cose come stanno’”. Anche Woodcock chiama Musti: “Quello che gli volevo dire me lo sono tenuto per me perché tanto era già arrabbiato così, cosa lo faccio arrabbiare di più, a che serve?”.

I consiglieri insistono, come se non ci fosse stata già un’indagine a Napoli che ha ricostruito i fatti: l’intercettazione, depositata, uscì dal Consiglio degli avvocati. È sempre il presidente Fanfani che le chiede ancora dell’intercettazione Renzi-Adinolfi: “Con Pignatone avanzaste ipotesi su come poteva essere sfuggita?”. Musti: “Certo che sì. E quando salta fuori la notizia del capitano del Noe (Scafarto indagato per falso, ndr) a me è venuto un colpo, perché ho detto: ‘Uno più uno fa due, finalmente l’hanno preso’, perché il modo di fare di questo capitano era spregiudicato”. E racconta di Scafarto “come il prezzemolo” che insiste per incontrarla e quando a settembre 2016 la vede, le avrebbe detto: “Succede un casino, arriviamo a Renzi”. Una frase che non avrebbe dovuto dire a un pm di un’altra Procura per opportunità. Ma che non ci fossero rilievi penale lo prova il fatto che Musti non lo indaga e anche se pensa che Scafarto e Ultimo siano pessimi, quando a fine maggio 2015 a Roma c’era stata una riunione di coordinamento con i pm della capitale e con quelli di Napoli su Cpl non disse nulla: “Non mi metto a questionare sui metodi di lavoro dei colleghi”.

Dall’audizione del procuratore generale di Napoli Luigi Riello, invece, si è venuto a sapere che il procedimento disciplinare pendente alla Procura generale della Cassazione su Woodcock non è solo per l’articolo di Repubblica in cui si riportano, non autorizzate, alcune riflessioni del pm su Consip, ma anche per la mancata iscrizione di Filippo Vannoni, ex consigliere economico di Palazzo Chigi, per violazione di segreto e favoreggiamento, a differenza del ministro Lotti, del comandante dei carabinieri Del Sette e del comandante in Toscana Saltalamacchia. Tutti i personaggi erano stati chiamati in causa dall’ex ad di Consip, Luigi Marroni, come presunti responsabili della catena di “spiate” che lo portarono a togliere le cimici dall’ufficio. Vannoni fu interrogato da Woodcock e Carrano (anche lei “incolpata”) il 21 dicembre scorso come testimone e quindi senza difensore.