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lunedì 18/07/2016

Pd, intervista a Barca: “Nel partito fa carriera chi è fedele. E la minoranza è uguale a Renzi”

Fabrizio Barca - L’ex ministro “distrugge” il suo partito ma non straccia la tessera: “Fuori è peggio. Nei 5 Stelle la partecipazione politica è ridicola”

Più poteri, più poteri, più poteri. La classe politica che ha guidato l’Italia in questi anni ha creduto che il potere fosse la soluzione a tutti i problemi. E più ne ha avuto, meno ha combinato”. Fabrizio Barca ha alzato bandiera bianca: nell’ultima direzione del Pd, il 4 luglio, si è dimesso dalla commissione per la riforma del partito. Con queste parole: “Ha rivelato la sua assoluta inutilità”. Il suo lavoro è stato ignorato dagli stessi dirigenti che gli avevano conferito l’incarico. L’ex ministro conserva la tessera, ma del Pd non salva né la maggioranza renziana, né la minoranza: “Chi lavora per far fuori Renzi ragiona con la sua stessa logica di potere”. L’impegno di Barca è soprattutto altrove: gira l’Italia dei “luoghi ideali”, delle esperienze di democrazia dal basso e cittadinanza attiva. “L’unico modo per ridurre il divario tra chi fa politica e i cittadini – dice – è la partecipazione, il confronto pubblico”.

La partecipazione però è ai minimi storici.

La prima colpa è delle classi dirigenti, che hanno dimostrato di essere inadeguate. Il personale alla guida del Paese – tra i 40 e i 60 anni – si è formato in una fase di autoreferenzialità fortissima della classe politica.

E la seconda colpa?

È collettiva. La cittadinanza attiva è molto efficace nei progetti territoriali, ma non incide a livello generale. I partiti sono scomparsi e i cittadini non si fidano più: pensano che la partecipazione politica sia solo chiacchiere, una perdita di tempo.

I 5 Stelle hanno rilanciato la militanza politica, non crede?

Le forme di partecipazione politica del M5S sono ridicole. La democrazia è una discussione aperta, trasparente, informata, stimolata da grandi competenze. Dove sono le competenze nel Movimento? Girando l’Italia ho conosciuto talenti veri: antropologi, professionisti, psicologi, persone di livello straordinario. Queste avanguardie non le vedo dentro a nessun movimento politico, e tanto meno nei 5 Stelle.

Come si spiega il loro successo allora?

Le masse popolari impoverite hanno visto scomparire completamente la parola “lavoro”. I cittadini ai margini avvertono l’impotenza di chi governa e cercano il nuovo, qualunque esso sia. Hanno trovato “il nuovo” due anni fa in Renzi. Ora ne cercano un altro. È un’eterna rincorsa.

Scusi, Barca: negli anni in cui è “scomparsa la parola lavoro” lei ha fatto il ministro nel governo Monti e ha militato nel Pd. Nessuna autocritica?

Quello di Monti era un governo d’emergenza nazionale, aveva lo scopo di non farci finire come la Grecia. Era l’ultimo governo al mondo a cui si potesse chiedere di rimettere al centro il lavoro.

E il Pd?

Il Pd ha sempre avuto questo problema. Già con Veltroni, D’Alema, Bersani. Ha rimosso dalla sua coscienza la centralità del lavoro. Dall’inizio.

Nel suo documento per la riforma del Pd ha scritto che serve un “partito palestra”, “ancorato a sinistra”. Decisamente non è il caso del Partito democratico.

No, il Pd non è affatto ancorato (ride). Dentro convivono valori distanti e diversi. Con il mio lavoro ho provato a sollevare un tema fondamentale, purtroppo con risultati irrilevanti: la selezione della classe dirigente di un partito non può avvenire attraverso la cooptazione dei fedeli, ma sulla base della capacità di lavoro, dei risultati concreti. Nel Pd il principio è la fedeltà. Ma non si può dare la colpa solo a Renzi: il partito è così da quando è nato, nel 2007.

Nel suo rapporto scrive a chiare lettere che il finanziamento pubblico non è affatto stato abolito (come hanno rivendicato prima Letta e poi Renzi).

La nuova normativa introduce una detrazione fiscale pari al 26% delle donazioni effettuate ai partiti, il costo stimato per lo Stato è di 61 milioni di euro. Una legge iniqua e assurda.

Perché è stata “venduta” al pubblico un’abolizione inesistente?

Perché questo domandava il popolo al Colosseo (ride). La domanda vera è: perché ci siamo lasciati prendere in giro? È colpa nostra. In democrazia, se la gente non si incazza ha quello che si merita.

Ha messo in fila una serie di considerazioni durissime sul partito in cui milita. Perché mantiene la tessera?

Perché rimane l’unico partito in Italia che abbia uno statuto comprensibile e un dibattito interno a volte sterile, ma trasparente. È fatto da gente che ha come unico obiettivo la propria carriera, ma ci sono pure centomila iscritti e tante persone per bene.

Nel Pd non c’è solo Renzi, c’è anche la minoranza.

Hanno la stessa logica di chi è al potere. Con gli stessi errori. Vogliono cambiare il personale, non la struttura. Non sono interessato.

È stato ministro, il suo lavoro è stato largamente apprezzato. Non le manca?

No. Non saprei nemmeno con chi farlo, il ministro… Guardi, mi trovo bene quando giro l’Italia, quando vado all’Aquila, nelle Madonie, a Sibari. Mi piace stare sulla frontiera, ascoltare chi fa cittadinanza attiva.

Non le pare una resa?

No. Me lo dicono in molti, ma in tutta onestà: non è così.

Suo padre Luciano è stato una figura storica del Pci, lei non ha mai rinnegato la tradizione comunista. Quand’è che la sinistra italiana ha perso l’anima? Poteva andare in modo diverso?

(Ride) Per rispondere a questa domanda ci vorrebbe un libro, abbia pietà. Ma certamente sarebbe potuta andare in modo diverso.

Conosce bene Padoan e De Vincenti: erano economisti del Pci, giovani comunisti. Oggi lavorano a fianco di Renzi. Com’è successo?

Hanno aderito al modello unico, all’idea che il mondo non possa essere diverso da com’è. Un’errata posizione “riformista”, nel senso peggiore. Non hanno capito che il capitalismo stava subendo delle trasformazioni radicali che lo portavano alla crisi drammatica di oggi. Sono persone che lavorano tanto, con convinzione, in modo onesto. Ma a un certo punto si sono convinti che le loro idee fossero utopie.

Una finta telefonata della Zanzara le fece confessare di esser stato contattato per fare il ministro nel governo Renzi. Non ebbe parole lusinghiere per lui. Con il premier non vi siete molto simpatici.

Da parte mia non c’è nessuna antipatia, né pregiudizio culturale. Non l’ho mai percepito nemmeno da parte sua. Certo, abbiamo idee diverse.

E il renziano Carbone che scrive “ciaone” agli elettori del referendum trivelle?

È stato patetico. Patetico. Fa tristezza, non rabbia.

Cosa voterà al referendum costituzionale?

Sto cercando di valutare in modo certosino tutte le parti della riforma. Non voglio affrettare il mio giudizio. Deciderò entro settembre.

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